Israele non è in guerra con Hezbollah, ma con tutto il Libano. Difficile dire diversamente dopo che il ministro della Difesa Israel Katz ha annunciato il progetto di espandere la zona di occupazione di Tel Aviv nel Paese dei Cedri fino al fiume Litani, che si trova 32 km a Nord del confine con lo Stato Ebraico e dopo che in un mese Tel Aviv, con il suo intervento, ha provocato un migliaio di morti (1.247 all’1 aprile), invaso il Paese limitrofo a Sud e provocato un esodo di proporzioni bibliche. Un libanese su cinque è oggi sfollato: circa un milione di persone.
La guerra a tutto campo contro il Libano
Il pretesto del lancio di missili da Hezbollah avvenuti il 2 marzo 2026, due giorni dopo l’assassinio della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, è stato preso come volano da Israele per portare nuovamente il conflitto in Libano a uno stadio di alta intensità. Chiaramente, la volontà di Hezbollah di mostrarsi presente sul piano della deterrenza militare non giustifica di per sé l’accusa di Tel Aviv secondo cui sarebbero stati i miliziani sciiti filoiraniani ad aver violato il cessate il fuoco. Dopo i due mesi di guerra, da settembre a novembre 2024, che avevano notevolmente ridimensionato i miliziani sciiti, Israele ha attaccato il Libano ogni giorno. L’Israel Defense Force ha ucciso 500 persone nel periodo compreso tra novembre 2024 e febbraio 2026, tra cui almeno 127 civili. Sono oltre 6.700, dunque, le vittime in oltre un anno e mezzo di conflitto a varia intensità, oggi esploso nella Quarta guerra del Libano.
Lo scenario è critico per Beirut. “Il Libano si trova ora al centro di questa guerra in espansione, con tutte le vie verso una tregua o un cessate il fuoco di fatto precluse e i messaggi diplomatici di Israele indicano la determinazione a proseguire l’escalation militare senza limiti”, nota L’Orient. L’autorità del governo del presidente Joseph Aoun e del premier Nawaf Salam appare quantomeno incerta, mentre anche la morte di tre caschi blu della missione Unfil, originari dell’Indonesia, mostra la criticità del peacekeeping messo a repentaglio dall’assalto israeliano estesosi via terra.
Il rischio di un tracollo settario del Paese, peraltro, è tutt’altro che escluso se si pensa al fatto che Israele sta facendo pressione sulle comunità cristiane e druse affinché espellano i musulmani sciiti da alcuni dei villaggi colpiti da ordini di evacuazione durante l’offensiva iniziata nei primi giorni del mese: il New York Times nota come i funzionari israeliani abbiano “assicurato a diverse comunità cristiane e druse che avrebbero potuto rimanere nella zona di evacuazione ma li hanno pressati affinché allontanassero tutti i libanesi provenienti dalle vicine comunità musulmane sciite che vi avevano cercato rifugio, mentre i bombardamenti israeliani radevano al suolo le città sciite”.
Gli obiettivi di Israele e i dubbi sull’Idf
Ciò detto, per uno Stato Ebraico intento alla guerra su due fronti tra Iran e Libano e che non ha mollato del tutto le operazioni militari a Gaza, la certezza di centrare gli obiettivi non è garantita. Israele ha già subito 11 morti militari e 2 civili nella lotta contro Hezbollah via terra e a Sud il Partito di Dio mostra di avere capacità militari tutt’altro che azzerate dai due mesi di conflitto del 2024.
Eyal Zamir, capo di Stato Maggiore dell’Israel Defense Force, ha di recente sottolineato che le attuali guerre d’Israele, unite al cambio di prospettiva della legge dell’arruolamento e alla riduzione della coscrizione in termini di durata, possano creare problemi a Tel Aviv se le forze armate saranno impegnate su più fronti: “Zamir ha più volte sollecitato il governo a estendere nuovamente il servizio militare obbligatorio per gli uomini a 36 mesi, dopo che era stato ridotto a 30 mesi nell’agosto 2024”, nota il Times of Israel, aggiungendo che “nel gennaio 2027, la prima coorte arruolata con questo servizio ridotto verrà esonerata, aggravando ulteriormente i problemi di carenza di personale, a meno che la legge vigente non venga modificata”. La necessità di mantenere una presenza militare solida nel Libano meridionale appare in tal senso dirimente per il prosieguo della capacità combattente dell’Idf, le cui linee appaiono sotto stress. La guerra di Benjamin Netanyahu e del suo governo al Paese limitrofo alimenta l’obiettivo dell’espansionismo israeliano oltre i confini, mai fissati, dello Stato Ebraico e mira a ridisegnare il Medio Oriente. Ma il costo militare, umano e strategico di un conflitto che è contro il Libano intero potrebbe esser stato sottovalutato da Tel Aviv.
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