La guerra dell’inchiostro: Pechino riscopre le Ryukyu per incrinare il fianco meridionale del Giappone

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Non servono cannoniere quando bastano cattedre, riviste accademiche e campagne social. È il principio che guida l’ultima offensiva cinese nella guerra cognitiva contro il Giappone, un’offensiva che ha per oggetto l’arcipelago di Okinawa e per strumento gli “studi Ryukyu” — disciplina apparentemente erudita, in realtà dispositivo di influenza geopolitica. La notizia, pubblicata oggi da Intelligence Online, è un campanello d’allarme per Tokyo: tra novembre e dicembre 2025, le agenzie di sicurezza giapponesi hanno registrato un’impennata di attività pseudo-accademiche in Cina dedicate alla storia e all’identità delle isole Ryukyu, con l’obiettivo neppure troppo velato di delegittimare la sovranità giapponese sull’arcipelago.

L’allarme è scattato a Okinawa, dove fonti locali hanno segnalato al Public Security Intelligence Agency — l’organismo incaricato di monitorare le interferenze straniere — un brusco incremento di convegni, pubblicazioni e discussioni online incentrate sulla narrazione del Regno di Ryukyu come entità storicamente indipendente e tributaria della Cina imperiale, annessa illegalmente dal Giappone nel 1879. La coincidenza temporale non è casuale: l’impennata si colloca in un momento di tensione acuta tra Tokyo e Pechino, segnato da dichiarazioni giapponesi sul coinvolgimento in una eventuale crisi di Taiwan che hanno irritato la leadership cinese.

La scelta di Okinawa come bersaglio rivela una lucidità strategica che va oltre la propaganda. L’arcipelago ospita circa il 70% delle basi militari americane in Giappone: è il perno della proiezione di forza statunitense nel Pacifico occidentale, il tappo che sigilla la Prima Catena di Isole e, in uno scenario di conflitto per Taiwan, il punto di partenza di qualsiasi operazione aerea e navale americana. Indebolire il legame politico e psicologico tra Okinawa e Tokyo significa introdurre un fattore di frizione in quella che è, a tutti gli effetti, la retrovia immediata di un eventuale teatro bellico. E la frizione si coltiva con la pazienza del giardiniere: seminando dubbi sulla legittimità storica dell’appartenenza giapponese, amplificando il risentimento locale contro le basi americane — reale e misurabile, anche se raramente separatista — e offrendo una narrativa alternativa che affonda le radici in un passato pre-moderno sapientemente riletto.

La Gray Zone e le campagne virali

Pechino non rivendica formalmente Okinawa come territorio cinese. Sarebbe una mossa troppo scoperta, destinata a compattare l’opinione pubblica giapponese e a innescare reazioni diplomatiche che neppure la Cina può permettersi. La manovra appartiene invece alla dottrina della gray zone: operazioni al di sotto della soglia del conflitto armato, che sfruttano la storia, il diritto internazionale reinterpretato e i media per erodere la coesione dell’avversario. Il Global Times ha fornito la copertura ideologica con editoriali come “Perché la ricerca sugli studi Ryukyu è altamente necessaria”, mentre la Fujian Normal University ha attivato programmi finanziati a livello nazionale come “disciplina a rischio”, formula che nel lessico accademico cinese segnala una priorità politica nazionale. Conferenze, mostre di editti imperiali e campagne virali sui social cinesi hanno completato il dispositivo.

La tesi di fondo è nota agli storici: il Regno di Ryukyu fu effettivamente uno Stato tributario della Cina per secoli, prima che il Giappone Meiji lo annettesse trasformandolo nella prefettura di Okinawa. Il Trattato di San Francisco del 1951, che pose fine all’occupazione americana, non avrebbe — secondo Pechino — risolto definitivamente lo status delle isole. È una tesi giuridicamente debole ma politicamente insidiosa, perché offre appigli a chiunque voglia mettere in discussione l’assetto territoriale postbellico senza arrivare a una rivendicazione esplicita.

Il movimento indipendentista ryukyuano esiste, ma resta marginale: i sondaggi più recenti indicano un sostegno inferiore al 5%. La stragrande maggioranza degli abitanti si identifica come giapponese, per quanto critichi duramente la presenza militare americana. La Cina non ha bisogno di creare separatisti dal nulla: le basta amplificare il malcontento reale, tradurre le proteste contro il rumore degli elicotteri in discorsi identitari, trasformare la fisiologica tensione tra centro e periferia in una frattura politica. È la tecnica del cuneo, applicata con strumenti postmoderni.

Una partita asimmetrica

La reazione di Tokyo è stata finora misurata ma vigile. Il governo giapponese ha classificato queste attività come FIMI — Foreign Information Manipulation and Interference — integrandole nel monitoraggio sistematico delle operazioni cinesi nell’arcipelago. La sorveglianza dell’agenzia di intelligence non si limita alle attività cinesi in patria, ma si estende ai network accademici e digitali che le riverberano dentro i confini giapponesi. La partita è asimmetrica: da un lato uno Stato che controlla l’informazione e può mobilitare risorse accademiche su scala nazionale, dall’altro una democrazia liberale che deve bilanciare la difesa della propria integrità territoriale con il rispetto della libertà di espressione.

L’operazione Ryukyu non è un fulmine a ciel sereno. Si inserisce in una strategia più ampia di pressione sul Giappone che comprende incursioni navali e aeree nelle acque contese del Mar Cinese Orientale, mappe ufficiali che estendono le pretese cinesi fino a ridosso delle Ryukyu meridionali, e una retorica sempre più aggressiva sui media di Stato. La riscoperta degli studi Ryukyu ne è il complemento cognitivo: la Cina sta costruendo l’architettura narrativa che, in un futuro di tensioni ancora più acute, potrebbe giustificare passi ulteriori. Non una rivendicazione, per ora. Ma un investimento nella memoria, che in Asia orientale è il combustibile di tutte le discordie