Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
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L’Afghanistan è da sempre un crocevia di spie e uomini d’intelligence. Lo fu ai tempi del “Grande Gioco” tra Russia e Regno Unito nel XIX secolo, lo è stato negli anni dell’invasione sovietica e della guerra civile e, a maggior ragione, lo è oggi, dopo i vent’anni di guerra conclusi dalla vittoria talebana nell’agosto scorso. E proprio i talebani hanno saputo fare sapiente uso strategico dell’arte dello spionaggio per riconquistare il Paese e preparare il terreno a un’avanzata inesorabile nel corso dei mesi estivi, conclusa dall’ingresso a Kabul nel giorno di Ferragosto.

L’infiltrazione-ombra dei Talebani

Un’ampia e dettagliata inchiesta del Wall Street Journal ha mostrato l’ampiezza del coinvolgimento dell’intelligence nell’avanzata dei talebani che – complice il forte radicamento nei meccanismi clanici e fiduciari della società afghana, il pervasivo controllo del territorio e la capacità di accedere a informazioni politiche e militari privilegiate – hanno condotto una vera e propria guerra parallela al dissolto regime della Repubblica islamica dell’Afghanistan.

Agenti addestrati per anni a conformarsi appieno alle usanze tipiche delle città controllate dal governo di Kabul, a padroneggiare modi di essere e abitudini occidentali per entrare nelle grazie dei membri della coalizione a guida Usa, a tenersi pronti per il momento dell’azione trasmettendo, nel contempo, informazioni di elevato valore: questo il quadro tracciato al Wsj da Mawlawi Mohammad Salim Saad, un alto comandante talebano che appartiene alla rete Haqqani, organizzazione attraverso cui la grande strategia degli studenti coranici in ambito spionistico si è concretizzata.

Non a caso oggigiorno il “Fouché talebano” è Sirajuddin Haqqani, primogenito di Jalaluddin Haqqani, capostipite della famiglia e fondatore del gruppo, che attualmente ricopre l’incarico di ministro dell’Interno nel governo del secondo emirato talebano afghano. Gli Haqqani forniscono un appoggio ai talebani che è logistico, strategico e operativo ma che non sfocia in una continuità diretta e in una totale omologazione. Figli del cuore profondo del territorio abitato dal popolo Pashtun, nella regione dei Waziristan, eredi di una storia che data indietro ai tempi della guerra ai sovietici, sono i maestri dello spionaggio nel campo guidato dagli studenti coranici. Stanziati ai confini tra Pakistan e Afghanistan, gli Haqqani hanno compiuto nello scorso decennio alcuni degli attentati più efferati contro il governo e la popolazione civile del Paese, tanto da mettere in difficoltà spesso gli stessi talebani nella fase in cui cercavano un abboccamento con gli occidentali.

Per azioni come l’attentato del 20 gennaio 2018 nei pressi dell’Hotel Continental di Kabul e quello di una settimana dopo nella capitale, quando fu fatta detonare un’ambulanza carica di dinamite, in cui morirono complessivamente 150 persone, gli Haqqani sono da tempo nella lista nera dell’Occidente, sono stati bersagliati dagli Usa con taglie e attacchi diretti e hanno visto Donald Trump e la sua amministrazione chiedere esplicitamente ai talebani il distanziamento dalla rete di Sirajuddin come premessa per la formalizzazione dell’accordo. Molti hanno dunque sussultato di stupore vedendo il terrorista più ricercato d’Afghanistan nominato ai posti apicali del governo dopo la vittoria talebana. Ma nel quadro della guerra delle spie talebane si spiega tutto.

Come si è arrivati alla vittoria talebana

StartMag ha ribadito che “le spie talebane sono riuscite a penetrare con successo nella maggior parte dei ministeri del governo, negli organismi militari e di sicurezza, nonché nelle entità commerciali per diversi anni”, creando una continuazione del loro Stato clandestino nel cuore del potere afghano. Tutto questo ha creato una vera e propria coltrina di fumo che ha distorto la percezione degli apparati securitari occidentali e afghani, tanto che a poche giornate dal crollo del governo di Kabul la Cia indicava in almeno tre mesi il tempo necessario perché i talebani potessero giungere a minacciarla. Le tecniche di infiltrazione hanno portato gli Haqqani e i talebani “all’interno delle università e persino all’interno di organizzazioni umanitarie finanziate dall’Occidente, in particolare quelle con sede nella capitale”, creando una rete capace di attivarsi all’avvicinarsi delle forze ribelli alle città, in cui cellule di spie si mettevano all’opera con sabotaggi, operazioni di distrazione di forze nemiche, operazioni coperte e psyop volte a favorire il crollo della resistenza governativa.

Va da sé che queste capacità operative lasciano presagire un’elevata padronanza di tecniche e tattiche che per i guerriglieri talebani, abituati a una tenace ma ben meno strategica capacità di resistenza, era difficile immaginare come acquisita. E assieme all’avanzamento nelle tattiche militari, nella capacità politica, nel controllo delle informazioni, nella propaganda e nell’uso di armamenti complessi questo rafforza l’idea che settori di servizi segreti stranieri, come il pakistano Isi, possano avere giocato un ruolo nel potenziare le forze degli Studenti coranici.

Una repressione sanguinosa

In questo contesto, un’ulteriore necessità dei Talebani era acquisire informazioni sulla società afghana e sui rapporti di potere nel contesto del governo crollato di fronte all’offensiva estiva. L’occupazione di centrali di polizia, ministeri, uffici pubblici da parte degli infiltrati nelle ore dell’ingresso talebano a Kabul ha permesso di evitare la distruzione di molti documenti tornati ora utili per programmare la repressione di ogni forma di opposizione ai nuovi padroni dell’Afghanistan.

Il 30 novembre scorso Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto che afferma che i talebani hanno sistematicamente giustiziato e fatto sparire, solo in quattro province, ex poliziotti e agenti dei servizi segreti dal momento in cui hanno preso il potere, il 15 agosto. Sarebbero cento, secondo Hrw, le persone uccise nelle province di Ghazni, Helmand, Kandahar e Kunduz. E anche Repubblica ha confermato che “I talebani sono stati anche in grado di accedere ai documenti di lavoro che l’ex governo ha lasciato, usandoli per identificare le persone da arrestare ed eseguire. Solo in un esempio, nella città di Kandahar alla fine di settembre, le forze talebane sono andate a casa di Baz Muhammad, che era stato impiegato dalla Direzione nazionale della sicurezza (NDS), l’ex agenzia di intelligence statale, e lo hanno arrestato. I parenti in seguito hanno trovato il suo corpo”.

Il Paese, del resto, è occupato ma non pacificato. I Talebani temono l’insorgenza della cellula afghana dell’Isis, temono di trovarsi alle porte una nuova guerra civile e vogliono saldare la loro presa sul potere. La guerra di spie ha portato alla vittoria e ora a una repressione feroce ma anche a un vero e proprio caso di studio nella storia contemporanea dell’intelligence. Da cui giocoforza i servizi segreti occidentali dovranno trarre amare lezioni: mai sottovalutare la capacità di apprendimento di avversari tenaci come i Talebani. Una presa di consapevolezza necessaria per capire come monitorare al meglio tutti gli scenari, dal narcotraffico al terrorismo internazionale, che con il ritorno al potere dei Talebani e degli Haqqani si possono mobilitare.

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