Nel suo ultimo saggio Che guerra sarà , edito da Il Mulino,il Generale di corpo d’armata Fabio Mini, comandante della Kosovo Force tra il 2002 e il 2003 e attualmente apprezzato analista geopolitico per Repubblica, Limes L’Espresso, ha analizzato le linee di tendenza del concetto di “guerra” e le previsioni circa l’evoluzione delle dinamiche militari, strategiche e geopolitiche  mondiali nei prossimi decenni.

Mini si interroga sul futuro della guerra in una fase storica in cui il concetto stesso di conflitto è diventato liquido, mutevole, difficile da cogliere. L’inizio stesso di un conflitto, un tempo annunciato dalla “dichiarazione di qualche plenipotenziario con la feluca o dall’arrivo dei carri armati”, risulta un evento di difficile individuazione. “Oggi i conflitti non “scoppiano” più” – scrive l’autore nell’introduzione – ma al tempo stesso “la guerra è penetrata come non mai nel tessuto politico e sociale globale […] viene evocata a ogni piè sospinto come una minaccia teorica o un evento “possibile” per combattere il male di turno o per motivare gli interventi armati inutili o perseguire scopi inconfessabili”.

La nostra epoca è contraddistinta da una perenne immanenza della guerra come possibilità teorica che spinge gli Stati al riarmo, a profondi investimenti in ricerca, tecnologia e acquisto di sistemi d’arma sempre più complessi e in larga misura sproporzionati alla reale proiezione operativa delle loro forze militari. Un’epoca in cui ogni conflitto “locale” è per sua stessa natura globale, e in cui la stessa dinamica di intervento esterno in una guerra iniziata come “civile” si rovescia, con i conflitti intestini agli Stati che prendono di fatto il via dopo che un’azione di uno Stato terzo, per quanto opportunamente mascherata, non è andata a buon fine come in Siria o Yemen.

L’incertezza permanente e il crescente senso di instabilità a livello planetario contribuiscono a rappresentare una straordinaria opportunità di business per un complesso militare-industriale mai influente quanto ai giorni nostri sugli scenari internazionali, come dimostrato dalle attuali tendenze che vedono gli Stati Uniti di Donald Trump impostare forti politiche di riarmo e fondare sul commercio bellico una sostanziale quota della loro diplomazia commerciale, la Russia conoscere una repentina crescita del suo export di armamenti e la Cina desiderosa di potersi dotare di un autonomo e moderno sistema di ricerca, sviluppo e produzione di tecnologia militare.

L’avvertimento lanciato oltre mezzo secolo fa dal Presidente degli Stati Uniti Dwight D. Eisenhower non sembra esser stato colto: di fatto, quello che Mini definisce “il ciclo della guerra permanente, fatto di instabilità, paura, distruzione, ricostruzione e profitto da trasformare in potere per creare altra instabilità”, secondo un meccanismo di autoalimentazione, si inserisce nel filone più ampio del “capitalismo dei disastri” studiato approfonditamente da Naomi Klein nel suo importantissimo saggio Shock Economy.

Proprio contro questo pericoloso circolo vizioso Mini mette in guardia, rivolgendosi alle generazioni presenti e future, sottolineando come la guerra nasca, per sua stessa natura, da una componente rilevante di “follia” nei decisori pubblici politici e militari. Le generazioni presente e future rischiano di essere destinate a vivere in un’era di guerra infinita e permanente, ove al rischio del conflitto tra Stati e al ritorno, improvviso e indecifrabile, dell’incubo atomico si vanno ad aggiungere la sempre immanente minaccia terroristica e l’ampio segmento delle “guerre asimmetriche”, trattate sul finire degli Anni Novanta dai cinesi Wang Xiangsui e Qiao Liang.

Il saggio di Mini risponde a una notevole esigenza: per evitare la guerra, è necessario conoscerne le dinamiche, fatto la cui evidenza è ancora più rafforzata in un’epoca che vede il concetto stesso di “guerra” dilatato e, al contempo, occultato. Lanciato da un rappresentante d’alto rango delle forze armate con un notevole curriculum alle spalle e una solida competenza da analista di questioni internazionali, l’avvertimento circa il rischio di un futuro dominato da uno “stato permanente di follia collettiva e paura” non avrebbe potuto essere più eloquente.

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