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Col crescere esponenziale del traffico mondiale dei dati via reti telematiche i colossi di internet hanno bisogno di sempre maggior capacità di banda per poter continuare ad operare e per farlo, Google, Facebook, Amazon, Apple e Microsoft stanno aumentando vertiginosamente gli investimenti per la posa di nuovi cavi sottomarini.

Si tende a ritenere che nel mondo moderno computerizzato, cibernetico e iperconnesso, tutte le nostre comunicazioni siano effettuate attraverso lo Spazio utilizzando le costellazioni di satelliti messi in orbita nel corso di decenni. Non è così. La stragrande maggioranza del traffico di dati passa ancora attraverso i cablaggi che connettono i vari continenti né più né meno come avveniva alla fine dell’800 quando furono stesi i primi cavi transoceanici che collegavano l’America all’Europa. Si calcola che circa il 95% delle informazioni scorra attraverso una fitta rete di cavi che corrono per 1,2 milioni di chilometri tra tutti i continenti. Ai satelliti è devoluto il compito – in condizioni normali – di trasmettere solo la restante percentuale, pari circa al 3-5%.

Un dato dovrebbe far riflettere: nel solo 2017 la domanda globale di larghezza di banda dei cablaggi sottomarini è aumentata del 57%. Si è aperto così un mercato – quello della posa di nuovi cavi – in cui le industrie del web si sono gettate a capofitto con miliardi di investimenti.

Storicamente i cavi sono di proprietà di compagnie private, di solito telefoniche, che affittavano l’utilizzo degli stessi a Google, Microsoft e alle altre società di internet. Ora sono proprio i colossi di internet a costruire e posare i cablaggi: a partire dal 2016 c’è stato un vero e proprio boom di posa di cavi da parte di Google, Facebook, Amazon e Microsoft. A farla da padrone è proprio il motore di ricerca più famoso del mondo con più di 100mila chilometri di cavi posati, a seguire Facebook con 91mila, Amazon con 30mila e Microsoft con seimila.

Solo cinque anni fa, queste aziende del web, insieme, arrivavano a malapena al 5% delle quote di mercato nella zona dell’Atlantico del Nord, dove si ha il maggior volume di traffico essendo la via che collega l’Europa all’America, ma entro 3 o 4 anni, stante gli attuali investimenti, arriveranno al 90%.

Una “nuvola” che passa in una fitta rete di fragili cavi

Comunemente si pensa che internet sia il “Cloud”, ovvero una sorta di non luogo informatico che è “aereo”. La realtà è diversa: senza le connessioni sottomarine il trasferimento e stoccaggio di dati sarebbe praticamente impossibile stante la mole di traffico attuale.

Un cavo, però, è strategicamente fragile ed in caso di guasto o rottura diventa dispendioso in termini di tempo (e denaro) poterlo riparare o sostituire per delle ragioni facilmente intuibili (individuazione della rottura, profondità, utilizzo di assetti altamente specializzati in alto mare). Lo sanno bene le potenze mondiali come Russia, Stati Uniti e Cina che hanno da tempo posto l’attenzione ad un nuovo tipo di conflitto sottomarino che vede proprio il suo fulcro nel sabotaggio dei cablaggi del nemico.

Apposite unità navali sottomarine sono state costruite per condurre una “guerra dei cavi” che, oltre al sabotaggio, prevede anche lo spionaggio: il russo sottomarino russo As-12 Losharik recentemente protagonista di un incidente in mare è in grado di raggiungere i 6mila metri di profondità massima – come i moderni batiscafi – anche per questo scopo.

Il Losharik, grazie alla possibilità di essere trasportato dal più grande Podmoskovye, un vascello classe Delfin – Delta IV in codice Nato – modificato e allungato (misura 175 metri al posto dei 166 tradizionali per questa classe), è in grado di essere dispiegato rapidamente in tutti gli oceani del globo.

Entrambe le unità, insieme al più piccolo Paltus, fanno parte della 29esima Brigata Autonoma della Flotta del Nord, ma sono a tutti gli effetti dipendenti dal GRU (Glavnoe Razvedyvatel’noe Upravlenie) ovvero il servizio informazioni militari russo.

Gli Stati Uniti hanno a disposizione il Jimmy Carter della nuova classe Seawolf americana – varato nel 2004 – che nasce con delle sostanziali modifiche atte a trasformarlo da sommergibile d’attacco (facoltà che comunque resta primaria) in vascello per operazioni speciali come sorveglianza, intelligence e ricognizione e, cosa ancor più interessante, mini batiscafi a pilotaggio remoto (tipo Uav) che possono anche essere utilizzati per missioni di spionaggio proprio rivolte verso i cablaggi oceanici.

In caso di conflitto, questi mezzi subacquei passerebbero dall’attività di spionaggio e controspionaggio a quella di sabotaggio troncando i cavi sottomarini in un qualsiasi punto della loro lunghezza, essendo molto difficile la possibilità della loro sorveglianza e difesa.

Esistono i satelliti, certamente, ma questi reggono solo una piccola percentuale del traffico delle comunicazioni (dal 3 al 5%) e sono inoltre relativamente facili da colpire coi nuovi sistemi Asat (Anti Satellite) basati su razzi o laser a causa della prevedibilità della loro traiettoria, e questo nonostante l’elevata velocità a cui viaggiano.

Un problema di monopolio

Oltre alla fragilità del sistema di cablaggi sottomarino in caso di conflitto, esiste anche un non indifferente problema legato al monopolio degli stessi: come abbiamo visto, Google detiene la maggioranza dei chilometri di cavi oceanici ed insieme alle altre società americane si può dire che esista un cartello Usa che ne regola l’attività.

La Cina, attraverso Huawei, lavora per cercare di contrastare questo monopolio, spesso consorziandosi anche con le stesse aziende Usa, ma attualmente si trova in difficoltà proprio a causa della politica del presidente Trump: Huawei Submarine Systems era stata messa in lista nera dall’amministrazione Usa prima di aver ceduto la propria attività nel settore ad un altro gruppo, la Hengtong, tuttavia permangono zone d’ombra sulla reale natura del passaggio di consegne tra le due aziende.

I progetti di sviluppo, come gli investimenti, sono enormi: Facebook e Google hanno in costruzione, insieme a China Mobile, il Pacific Light Cable Network che collegherà Los Angeles a Hong Kong, mentre sempre Facebook con Microsoft sono consociate per Marea, il cavo che connetterà gli Stati Uniti all’Europa attraverso due stazioni in Virginia e a Bilbao, in Spagna.

Quello dei cavi sottomarini è forse il settore dove più è concentrata l’attività dei privati, almeno per quanto riguarda l’Occidente, e questo pone dei rischi di trasparenza e sicurezza non indifferenti: può uno Stato affidare le proprie comunicazioni coi suoi territori oltremare, o coi suoi alleati, ad enti privati che non sono legati a nessun vincolo di tutela delle informazioni? Può uno Stato considerare di lasciare la gestione di una rete strategica per la nazione ad un privato che, animato dal profitto, può decidere arbitrariamente di implementare una connessione a scapito di un’altra? Sono domande che qualcuno si è cominciato a porre anche in Europa se pur in animato più dalla volontà di svincolarsi dalla dipendenza da oltre Atlantico della rete internet.

La Francia sta gradualmente abbandonando Google come motore di ricerca e navigazione principale nel suo sistema amministrativo per passare a Qwant, di matrice franco-tedesca e considerato più affidabile sotto il profilo della privacy. Dal punto di vista dei cablaggi Asn, ex filiale di Alcatel dedicata ai cavi sottomarini e alla loro posa, è sempre in vendita. Orange, la società telefonica d’oltralpe, sembra interessata all’acquisto, ma si tratta di un affare complicato visti gli interessi nazionali in campo.

La Russia si è mossa nello stesso senso e sta andando anche oltre con lo sviluppo del proprio sistema web chiamato Runet che è in grado di entrare in funzione scollegandosi totalmente dai server del World Wide Web tutti basati negli Stati Uniti.

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