Skip to content
Guerra

La guerra con l’Iran non è per l’America. È per Israele

La vera motivazione, dice Carlson, è il desiderio di Israele di eliminare un rivale regionale e consolidare la propria egemonia.
iran

Nel suo ultimo podcast, trasmesso il 26 febbraio 2026, il giornalista Tucker Carlson ha lanciato un allarme chiaro e dettagliato su quello che definisce l’imminente pericolo di una guerra su larga scala tra gli Stati Uniti e l’Iran. Conversando con l’ex conduttore Fox Clayton Morris, Carlson fa emergere un’analisi approfondita delle dinamiche politiche, mediatiche e di potere che stanno spingendo il mondo verso quello che lui definisce un conflitto potenzialmente catastrofico.

Il punto centrale: una guerra per Israele

Il nucleo dell’argomentazione di Carlson è racchiuso in una frase che pronuncia con forza durante il suo monologo: “Everybody knows the only reason we’re having this war is because Israel wants it” (Tutti sanno che l’unica ragione per cui stiamo per fare questa guerra è perché Israele la vuole).

Secondo Carlson, mentre il dibattito pubblico si concentra sulla minaccia di un Iran nucleare, la vera motivazione dietro la massiccia mobilitazione militare americana nel Golfo Persico – la più grande dal 2003 – è il desiderio di Israele di eliminare un rivale regionale e consolidare la propria egemonia. Egli sostiene che, nonostante i sondaggi mostrino che solo un americano su cinque sostiene un conflitto con l’Iran, l’establishment politico e mediatico di Washington, in una rara dimostrazione di unità bipartisan, stia spingendo incessantemente per la guerra.

L’inganno della minaccia nucleare

Carlson dedica ampio spazio a ciò che definisce la menzogna fondamentale alla base di questa spinta bellica: l’idea che l’Iran sia “a pochi minuti” dall’ottenere un’arma nucleare. Attraverso una serie di filmati d’archivio, mostra come il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ripeta lo stesso allarme dal 1996, una strategia che Carlson paragona alle false affermazioni sulle armi di distruzione di massa in Iraq.

L’ironia, sottolinea, è che appena otto mesi prima, nel giugno 2025, gli Stati Uniti avevano dichiarato di aver “eliminato la minaccia nucleare iraniana” con un attacco a impianti sotterranei. Eppure, ora la stessa minaccia è stata magicamente riesumata per giustificare un nuovo conflitto.

I costi proibitivi di una guerra con l’Iran

L’analisi di Carlson non si ferma alla critica politica, ma entra nel merito delle conseguenze pratiche. Egli delinea uno scenario apocalittico:

  1. Un nemico ben più grande dell’Iraq: con i suoi 92 milioni di abitanti e una superficie sei volte maggiore, l’Iran non è l’Iraq del 2003. Una guerra sarebbe lunga, sanguinosa e complessa.
  2. L’impreparazione militare USA: Carlson cita fonti pubbliche che indicano come gli Stati Uniti siano pericolosamente a corto di alcune munizioni, in parte a causa del loro utilizzo per la difesa di Israele. Un conflitto prolungato con l’Iran lascerebbe gli USA incapaci di difendere altri alleati, come Taiwan, per almeno un decennio.
  3. Il rischio di una depressione globale: L’aspetto forse più preoccupante per Carlson è la vulnerabilità dell’economia globale. Un attacco americano potrebbe spingere l’Iran a colpire le infrastrutture energetiche del Golfo o a chiudere lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa una parte cruciale del petrolio mondiale. Il risultato sarebbe un’impennata dei prezzi dell’energia e una probabile depressione economica globale che colpirebbe duramente USA, Europa e gli stessi stati del Golfo.

Il ruolo oscuro dei media

Un capitolo importante dell’intervista è dedicato a quello che Carlson definisce il “lavaggio del cervello” mediatico. Sia i media tradizionali di sinistra (come il New York Times) che quelli di destra (come Fox News e il Wall Street Journal) sono, a suo dire, allineati e compatti nel sostenere la guerra. Accusa Fox News, in particolare, di aver imposto una linea editoriale univoca a favore del conflitto, escludendo e intimidendo chiunque osi sollevare domande. Porta come esempio estremo le affermazioni del conduttore Mark Levin, reo di aver mentito spudoratamente ai suoi spettatori dicendo che l’Iran ha “ICBM a testata nucleare puntati sugli Stati Uniti”.

Questa macchina della propaganda, secondo Carlson, ha un duplice scopo: creare un senso di inevitabilità intorno alla guerra e demonizzare come antisemiti o “teorici della cospirazione” tutti coloro che si oppongono, soffocando così il dibattito pubblico.

Chi guadagna dalla guerra? E chi perde?

Carlson si spinge oltre, ipotizzando le vere motivazioni dei “falchi” come Lindsey Graham, che descrive senza mezzi termini come un uomo “eccitato dall’uccidere”. Da un lato, c’è l’enorme giro d’affari del complesso militare-industriale, che trae profitto da ogni conflitto. Dall’altro, c’è l’interesse strategico di Israele: indebolire gli Stati Uniti in una guerra logorante potrebbe servire a spingerli a cercare un nuovo alleato, forse l’India, mentre Israele rimarrebbe l’unica potenza nucleare e indiscussa del Medio Oriente, libera di espandere i propri confini senza ostacoli.

La posizione di Trump e il vero pericolo

Carlson, pur dichiarandosi sostenitore di Donald Trump, cerca di analizzare la posizione del presidente. Riconosce che Trump non ha ancora preso una decisione definitiva e che storicamente è sempre stato contrario a nuove guerre. Tuttavia, la macchina da guerra è in moto e la pressione su di lui è enorme. Il vero pericolo, avverte Carlson, è che sia Israele a compiere un attacco unilaterale, trascinando gli Stati Uniti in un conflitto per procura.

La conversazione con Clayton Morris

Dopo un lungo monologo introduttivo di Tucker Carlson, nell’intervista a Clayton Morris, ex volto di Fox News, si parla del “complesso militare-industriale” che acquista silenzio e consenso nei distretti congressuali dove ha le sue fabbriche, e della “rete sovranazionale” di potere, fatta di oligarchi e lobbisti, che controllerebbe i media e la politica al di sopra dei singoli governi.

I due discutono anche del silenzio-assordante su altri scandali, come i file di Epstein, ignorato semplicemente perché coinvolgerebbe troppi potenti in entrambi gli schieramenti. L’analisi si allarga infine al controllo sociale futuro, con la corsa all’IA e alle valute digitali viste come strumenti per una sorveglianza di massa senza precedenti.

Conclusione

Il podcast di Tucker Carlson dipinge un quadro fosco di un Paese sull’orlo di un baratro, guidato verso una guerra impopolare e devastante da una combinazione di interessi stranieri, avidità economica e una macchina del consenso mediatico che ha smesso di informare per fare propaganda. Il suo messaggio finale è un appello alla consapevolezza e al coraggio, invitando chiunque abbia accesso al presidente Trump a fargli presente i rischi enormi di questa scelta, prima che sia troppo tardi.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.