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Il Medio Oriente in fiamme, il dramma della Striscia di Gaza e del Libano, il rovesciamento di Bashar Al Assad in Siria e le tensioni, più o meno a distanza, tra Israele e Iran. Il conflitto pluriennale che tiene impegnate Ucraina e Russia, la rivalità crescente tra Stati Uniti e Cina, e il braccio di ferro infinito tra le due Coree. Ci siamo dimenticati qualcosa? Di tantissime altre guerre che stanno insanguinando il mondo ma che, per svariate ragioni, non ricevono un’adeguata copertura mediatica.

Una delle più terribili è senza ombra di dubbio la guerra dimenticata in Myanmar, nel cuore del Sud Est asiatico. Non se ne parla, dalle nostre parti, forse perché l’arena degli scontri è troppo distante in termini geografici, o molto più probabilmente perché non intacca – ma solo in apparenza – gli interessi geopolitici occidentali.

Eppure la guerra civile nell’ex Birmania va avanti incessantemente dal 2021, da quando cioè un colpo di stato militare ha rovesciato il governo civile del Paese guidato da Aung San Suu Kyi. Nei primi due anni del conflitto i combattimenti tra la giunta, che risponde al generalissimo Min Aung Hlaing, e i vari, tanti, troppi gruppi di resistenza armata sono rimasti bloccati in una situazione di sostanziale stallo. Poi è iniziata una lenta ma progressiva offensiva capitanata da vari eserciti anti governativi.

Le conseguenze sulla popolazione sono tutte in questi numeri nudi e crudi: oltre 3 milioni di sfollati, una ventina di milioni di persone in povertà assoluta e 50, 60, 70mila – i dati variano da rapporto a rapporto – vittime.

Il generale Min Aung Hlaing

La “Siria dell’Asia”: cosa succede in Myanmar

Gli attori in campo sono questi: l’esercito governativo da un lato (Tatmadaw), le forze ribelli dall’altro. In mezzo troviamo tante altre forze armate che lottano per incrementare la propria autonomia in un territorio ormai frammentato da una guerra civile incrociata su più piani: politico, etnico, culturale…

La notizia degli ultimi giorni riguarda l’avanzata dell’esercito di Arakan (AA), che ha fatto sapere di aver conquistato il comando militare occidentale del governo nello Stato di Rakhine, al confine con il Bangladesh. Si tratta del secondo comando militare regionale caduto nelle mani dei ribelli negli ultimi cinque mesi. Ricordiamo che le forze governative possono contare su 14 comandi regionali in tutto il Paese, molti dei quali impegnati a combattere contro gruppi ribelli etnici consolidati o contro le più recenti “forze di difesa popolare” nate per contrastare il colpo di stato militare avallato dalla giunta.

L’AA è un gruppo etnico ribelle che fa parte della più ampia Three Brotherhood Alliance, un insieme di movimenti anti giunta che hanno lanciato la loro offensiva nell’ottobre 2023. Pare che ampie zone di Rakhine siano finite sotto il controllo dei ribelli e che Sittwe, la capitale dello Stato, sia stata isolata.

La giunta militare in bilico?

Si tratta di un duro colpo per la giunta al potere. In primis perché Rakhine è uno Stato che ospita progetti portuali e infrastrutturali sostenuti da Cina e India. E poi perché la vittoria dell’AA segna una nuova iniezione di fiducia nei ribelli, che adesso potrebbero aumentare la pressione in alcune aree strategiche.

La caduta del quartier generale del comando militare occidentale è, infatti, l’ultima di una serie di importanti battute d’arresto per il governo militare, iniziate più di un anno fa, quando la Three Brotherhood Alliance ha preso possesso di basi militari, centri di comando e città strategiche lungo il confine cinese nello stato di Shan, nel nord-est del Myanmar. Lo scorso agosto, tra l’altro, il Myanmar National Democratic Alliance Army, un’altra forza dell’alleanza ribelle, è stato il primo gruppo a sequestrare un quartier generale di comando regionale, precisamente nella città di Lashio.

Nel gennaio 2024 la Cina ha mediato un cessate il fuoco tra la giunta e la Three Brotherhood Alliance durante i negoziati tenutisi nella città cinese di Kunming, ma le violenze sarebbero proseguite incessanti. A settembre l’esercito governativo, in difficoltà, ha proposto un accordo di pace con la resistenza, esortandola a “risolvere politicamente i problemi politici”. Negativa la risposta degli interlocutori, che adesso chiedono la rimozione totale (se non la condanna) della giunta dalla scena politica del Paese.

La disintegrazione della giunta è in pieno svolgimento: è sotto pressione su tutti i fronti, dilaniata da conflitti interni, gravata da perdite territoriali e travolta da una crisi umanitaria a livello nazionale senza precedenti.

Dal punto di vista strategico, la giunta ha anche perso il controllo sulle infrastrutture critiche; mantiene ancora un controllo predominante sullo spazio aereo, ma ampie fasce delle città del Paese che condividono confini terrestri con Cina, Thailandia e India sono finite nelle mani della resistenza.

Dal canto suo, la Cina si è astenuta dal criticare apertamente il governo di Min Aung Hlaing, ma ha anche cercato di bilanciare le relazioni non ufficiali con i vari gruppi armati etnici nel tentativo di salvaguardare il commercio e la sicurezza lungo il suo confine con il Myanmar. O di quel che ne resterà dopo una guerra che nessuno riesce a congelare.

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