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Il fronte sembra spostarsi dal sud al centro del Nagorno-Karabakh. Dalla seconda metà di ottobre il conflitto ha iniziato a vivere una delicata fase di terra, caratterizzata da scontri tra reparti di fanteria armeni da un lato e azerbaigiani dall’altro. Questi ultimi, grazie a una copertura aerea garantita soprattutto dall’uso dei droni, hanno avuto la meglio nelle pianure meridionali della regione contesa. Dopo un rallentamento dell’avanzata, complice anche la riorganizzazione delle difese armene, adesso l’esercito di Baku sta puntando sulle montuose zone centrali. E qui, dopo una prima avanzata verso lo strategico corridoio di Lachin, il vero obbiettivo sarebbe la storica e strategica città di Shushi.

L’annuncio di Arayik Harutyunyan

A parlare di un’avanzata azerbaigiana verso Shushi non è stata la Difesa di Baku, bensì il presidente della Repubblica filo armena dell’Artsakh, Arayik Harutyunyan. Quest’ultimo, come riportato dai media locali, ha chiamato una raccolta la popolazione: “Shushi non è solo una città – si legge nelle sue dichiarazioni – è un simbolo della determinazione del popolo armeno a vivere nella propria culla, un simbolo delle vittorie del popolo armeno. Shushi è il cuore pulsante di tutti gli armeni”. Una vera e propria chiamata alle armi per difendere il centro culturale più importante degli armeni del Nagorno. La situazione descritta da Harutyunyan sembra drammatica: “I soldati azerbaigiani sono a cinque km dalla città”, ha fatto sapere. In realtà il fronte dovrebbe essere più lontano. Per il momento l‘esercito di Baku è attestato a una decina di chilometri dal corridoio di Lachin, molto più a sud di Shushi. Forse il riferimento del presidente dell’Artsakh era alle operazioni di alcune forze speciali avversarie che potrebbero aver agito in questa zona. Oppure si è volutamente prospettata una situazione più grave del previsto per invitare la popolazione a prepararsi a una difficile difesa di Shushi. Certo è che anche questa porzione del territorio del Nagorno è prossima a essere risucchiata dal conflitto. 

Il valore simbolico di Shushi

Dalle parole del presidente dell’Artsakh ben si può intuire l’importanza di Shushi. E non solo da un punto di vista militare: “Nel XVIII-XIX secolo la città era definita la “Parigi del Caucaso” così per via dello spirito multiculturale e intellettuale della città – ha dichiarato a InsideOver l’analista Francesco Trupia – Qui vivevano armeni, azeri, albani e curdi in modo pacifico, non c’erano particolari problemi”. Da sempre quindi Shushi è al centro della cultura del Nagorno anche perché ha ospitato nel corso della sua storia tutte le componenti etniche della regione. I problemi sono iniziato poi con la dissoluzione dell’Unione Sovietica. O almeno questo è ciò che ci ha rimandato la storia recente: “Dobbiamo considerare i tempi e i modi in cui certe notizie venivano riportate durante l’Urss – ha continuato Trupia – Qualsiasi protesta e richiesta a sfondo etnico, sia da parte armena che azera, veniva repressa. Quindi non sappiamo quale fosse veramente il livello di coesistenza. Un po’ come albanesi e serbi in Kosovo: si diceva che si viveva bene sotto Tito, ma poi si sono scoperti i problemi di convivenza”.

La verità forse sta nel mezzo: il silenzio di epoca sovietica poteva solo mascherare parte delle tensioni, è pur vero però che Shushi ha storicamente rappresentato un crocevia importante sotto il profilo tanto commerciale quanto culturale del Nagorno Karabakh: “Per gli armeni prendere la città nel 1994 ha significato, assieme alla conquista del corridoio di Lachin, la vittoria della guerra – ha sottolineato Trupia – La difesa di Shushi è quindi ritenuta fondamentale”. E non soltanto per un discorso meramente simbolico e culturale: “Da Shushi Stepanakert è ben visibile – ha infatti aggiunto l’analista – Le due città sono separate da appena 20 minuti di macchina, prendere Shushi vuol dire mettere piede anche nella capitale del Nagorno”.

La situazione sul campo

La guerra oramai è arrivata nel cuore della regione contesa. La caduta di Hadrut e Fizuli ha aperto più di una semplice breccia tra le difese armene. L’esercito di Baku continua a usare droni di fabbricazione sia turca che israeliana, circostanza decisiva al momento per l’esito del conflitto. Se comunque nella parte meridionale pianeggiante dell’Artsakh si è assistito a un ritiro delle forze armene, le avanzate tra le zone più montuose da parte azerbaigiana stanno avvenendo più lentamente. C’è un punto poi che da parte armena si vorrebbe portare all’attenzione internazionale. Riguarda, nello specifico, le esecuzioni di alcuni prigionieri armeni da parte di soldati di Baku. Diversi video avrebbero confermato simili azioni nelle ultime ore, nella seconda decade di ottobre in almeno due occasioni tali episodi sono stati confermati.

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