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Con oltre 430 morti in un solo giorno, il genocidio a Gaza è ricominciato a pieno regime. Una mattanza che ha interrotto la fragile tregua nella Striscia, e che, stando alle continue dichiarazioni di alcuni ministri israeliani, era drammaticamente prevedibile, seppur non in questa misura (si è trattato di uno degli attacchi più feroci dell’Idf da quando è iniziata la guerra). 

Nei bombardamenti di martedì 18 marzo, a Gaza sono morti almeno 176 bambini.

A Netanyahu serve l’appoggio di Ben-Gvir

La ripresa dei bombardamenti è arrivata in un momento decisivo per Netanyahu e il suo governo, che ultimamente presentava non poche difficoltà nel raggiungere una solida maggioranza. Ebbene, la coalizione del Primo ministro dipende dalla ripresa della guerra a Gaza e da alcuni cambiamenti nella sicurezza, condizioni richieste da Itamar Ben-Gvir per rientrare nel governo e stabilizzare l’esecutivo.

Come riporta il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, le condizioni poste dal leader del partito Otzma Yehudit “sono state entrambe soddisfatte nella notte di martedì”: con la ripresa del genocidio a Gaza, e con la duplice decisione di rimuovere la procuratrice generale di Israele e di licenziare il capo dello Shin Bet [l’agenzia di intelligence israeliana]. Una vera e propria “svolta” per il governo Netanyahu, specie in relazione al fatto che tra una settimana la Knesset sarà chiamata a votare sul bilancio statale del 2025. Voto cruciale, quest’ultimo, perché senza l’approvazione del bilancio il governo cadrebbe, rendendo necessarie delle nuove elezioni. 

Senza il sostegno di Ben-Gvir, infatti, approvare il bilancio sarebbe quasi impossibile, poiché la coalizione attualmente dispone di una maggioranza risicata (The Jerusalem Post indica come certi 59-60 seggi su 120). In uno scenario del genere, basterebbero poche defezioni per far crollare la coalizione di Netanyahu.

Il campo profughi di Khan Yunis, nel Sud di Gaza, è stato interamente distrutto nei raid dell’esercito israeliano.

Le condizioni dettate da Ben-Gvir

Le condizioni avanzate da Ben-Gvir, almeno due delle tre, inizialmente sembravano ben lontane dall’essere realizzabili, se non con una prova di forza che avrebbe suscitato reazioni. Il leader messianico chiedeva un cambio drastico alla sicurezza, ovvero il licenziamento della procuratrice generale Gali Baharav-Miara e del capo dello Shin Bet, Ronen Bar.

Ma alla fine Netanyahu si è convinto a soddisfare appieno le richieste: prima con Baharav-Miara, spina nel fianco del Primo ministro già da diverso tempo, tant’è che un anno fa The Economist aveva definito la procuratrice “l’ultima custode della democrazia israeliana”. Le critiche di Ben-Gvir nei confronti di Baharav-Miara si sono intensificate dopo che, a gennaio, la procuratrice generale aveva scritto a Netanyahu sostenendo che, nel caso Ben-Gvir fosse tornato al governo, sarebbe stato necessario un parere legale per potergli riassegnare il ruolo di ministro della Sicurezza, a causa di una serie di presunte interferenze improprie nel lavoro operativo della polizia.

Poi è toccato a Ronen Bar, capo dell’Agenzia per la sicurezza israeliana, licenziato dal premier a causa di una “persistente mancanza di fiducia”, ha dichiarato il premier. Motivazione alla quale Roner Bar ha prontamente reagito spiegando che “l’aspettativa di Netanyahu, ovvero quella di una lealtà personale che contraddica l’interesse pubblico, è del tutto impropria”. Anche l’opposizione concorda con quanto dichiarato da Bar, sostenendo che entrambi i licenziamenti facciano parte di una più ampia strategia di Netanyahu, volta a indebolire le istituzioni governative indipendenti, a rafforzare la propria reputazione e a mantenere il potere mentre è sotto processo per presunta corruzione.

La terza condizione dettata da Ben Gvir, che era passato all’opposizione due mesi fa, con l’entrata in vigore del cessate il fuoco, era la ripresa dei bombardamenti a Gaza. Opzione, questa, più sensibile delle altre, perché se la tregua avesse retto, dalla coalizione di governo sarebbe uscito anche il partito Sionismo Religioso, guidato da Bezalel Smotrich – i cui membri da tempo promettono ai loro fanatici sostenitori “la ripresa certa dello sterminio a Gaza”.

Detto fatto, lo sterminio è ricominciato e Netanyahu promette che “sarà soltanto l’inizio”. Ora che i suoi fedeli ministri plaudono al record di morte messo a segno a Gaza (80 raid aerei, 430 morti di cui almeno 176 bambini), il Primo ministro e la sua coalizione di governo sono più saldi che mai.

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