La Giornata internazionale dei minori scomparsi: a Gaza 2.900 bambini persi tra le macerie

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Guerra /

Mentre il 25 maggio il mondo accende i riflettori sulla Giornata internazionale dei bambini scomparsi, a Gaza quei riflettori illuminano solo distese di macerie sotto le quali si trovano quasi tremila minori. L’intervista a Nada Nabil, direttrice del PCMFD, Centro Palestinese per gli scomparsi e le vittime di sparizione forzata. 

La tragedia della famiglia Salem è iniziata lontano da casa, in uno dei tanti rifugi per sfollati della Striscia di Gaza. A giugno del 2025, spinto dall’illusione di un parziale ritiro militare, il giovane Mohammed Salem ha deciso di lasciare il rifugio per tentare di rientrare verso la propria abitazione a Beit Lahia, un’area a Nord di Gaza, considerata ad alto rischio. Mohammed non ha fatto più ritorno. 

Nel tentativo disperato di ritrovarlo, sua madre Zainab Salem si è messa sulle sue tracce, lasciando ai familiari un ultimo biglietto per spiegare la sua decisione. Anche lei è svanita nel nulla, inghiottita dallo stesso destino del figlio. I loro nomi si sono aggiunti alla lista, sempre più lunga, delle persone di cui si sono perse le tracce nella Striscia. Tra le sette e le ottomila, secondo le ultime stime sul campo del PCMFD, Centro Palestinese per gli scomparsi e le vittime di sparizione forzata. 

“Di queste 2.900 sono bambini”, racconta a InsideOver Nada Nabil, direttrice del centro. “Quasi 2.700 si ritengono intrappolati sotto le macerie, mentre di altri circa 200 si sono perse le tracce in varie zone della Striscia. Potrebbero essere vittime di sparizione forzata (arresti, detenzioni, rapimenti contro la propria volontà, ndr) da parte dell’esercito israeliano o di attacchi diretti che hanno reso impossibile il recupero dei corpi nelle strade”. 

In occasione della Giornata internazionale dei minori scomparsi, che ricorre ogni 25 maggio, InsideOver ha scelto di accendere i riflettori sull’infanzia perduta di Gaza. Qui i bambini sono le vittime più fragili di un conflitto che, nonostante il cessate il fuoco in vigore dallo scorso ottobre, mantiene la Striscia in uno stato di paralisi, impedendo il ritiro totale delle truppe e l’avvio della ricostruzione.

Foto di Nada Nabil

Ibrahim Abu Zaher e gli altri

Il quindicenne Ibrahim Mohammad Abu Zaher è scomparso dal mese di luglio dello scorso anno, dopo essersi recato nella zona di Zikim, vicino ad un impianto di desalinizzazione dell’acqua, per ricevere aiuti umanitari. Molti bambini si sono persi in questo modo, “mentre si dirigevano verso zone ad alto rischio per attendere gli aiuti alimentari, spinti da livelli estremi di carestia”, spiega Nada Nabil. Il caso di Ibrahim è ancora sul sito del PCMFD. Secondo le testimonianze sarebbe stato scortato da una forza speciale israeliana verso un posto di blocco militare e poi sarebbe stato visto all’interno del centro di detenzione di Sde Teiman. Ad oggi, sempre più indizi suggeriscono che possa essere stato sottoposto a detenzione segreta e sparizione forzata.

Altri bambini, “in particolare quelli i cui genitori sono stati uccisi o gravemente feriti, sono stati costretti a farsi carico del sostentamento delle proprie famiglie, finendo uccisi dal fuoco dei carri armati o da colpi indiscriminati; i loro corpi sono rimasti in “zone rosse” inaccessibili ai familiari”, prosegue la direttrice del centro.  

Altri ancora, come Mohammed Salem, sono scomparsi “nel tentativo di recuperare beni di prima necessità dalle proprie case in aree soggette a evacuazione forzata o vicine a combattimenti attivi”. Ci sono poi quelli “svaniti nel caos degli sfollamenti o a seguito di attacchi contro i propri nuclei familiari, dove alcuni membri sono stati evacuati sotto il fuoco mentre altri sono rimasti indietro, senza alcuna informazione se fossero feriti, uccisi o detenuti”. 

Le famiglie che sopravvivono continuano a cercare i loro figli. I genitori di Ibrahim Mohammad Abu Zaher hanno contattato il CICR (Comitato Internazionale della Croce Rossa) e HaMoked, centro per la difesa dell’individuo che assiste i palestinesi che vivono sotto l’occupazione israeliana. In nessuna delle due organizzazioni è stata trovata alcuna informazione sul bambino e, ad oggi, è stato nominato un avvocato privato per seguire il caso. 

Documentare l’invisibile: il lavoro del PCMFD 

Nel resto del mondo, il volto di un bambino scomparso rimbalza sugli schermi dei telegiornali, invade i feed dei social media, viene affisso sui pali della luce e alle fermate degli autobus. Ogni dettaglio viene impresso nella memoria pubblica perché nessuno smetta di cercarlo. A Gaza, invece, le fotografie dei minori scomparsi restano sepolte nelle gallery di telefoni distrutti o sotto i resti di case polverizzate dai bombardamenti. Non ci sono appelli in TV, perché le TV non hanno più segnale. Non ci sono manifesti, perché non ci sono più muri integri su cui attaccarli. La ricerca non avviene tramite un database internazionale, ma attraverso il passaparola tra le tende degli sfollati, basato su racconti frammentari di chi ha visto un bambino sparire dietro l’angolo di un vicolo e non fare più ritorno.

In questo contesto si inserisce il difficile lavoro di documentazione del PCMFD che, precisa Nada Nabil: “è tuttora in corso”. Gli intensi bombardamenti hanno distrutto oltre il 70% delle abitazioni e delle infrastrutture civili in tutta Gaza, provocando l’accumulo di oltre 70 milioni di tonnellate di macerie, sotto alle quali potrebbero trovarsi anche numerosi bambini.

Rintracciare quelli che non si trovano sotto le macerie è un processo arduo e a lungo termine, ostacolato dalla mancanza di elettricità e internet tra le famiglie sfollate che si spostano ripetutamente”, spiega Nada Nabil. “Per coloro che riescono a contattarci, documentiamo la scomparsa dei parenti utilizzando lo stesso meccanismo del Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle sparizioni forzate o involontarie. Continuiamo a monitorare le istituzioni che tengono i contatti con le autorità israeliane per ottenere elenchi di detenuti non divulgati, sebbene non siamo ancora stati in grado di confermare la sorte di alcuno degli scomparsi registrati presso di noi”. 

Per prevenire la “sparizione documentale”, ovvero la cancellazione non solo fisica, ma anche legale dell’identità di una persona, il PCMFD registra i casi basandosi “sulle testimonianze fornite dalle famiglie o dagli informatori, senza richiedere documenti d’identità ufficiali. Data la situazione sul campo, verifichiamo questi resoconti attraverso le reti di notizie locali e i social media per confermare la presenza militare nell’area al momento della scomparsa”.  È possibile dare una mano segnalando la sparizione di una persona (minorenne, ma anche adulta) sui loro canali. 

Gli ostacoli che rendono difficile contare le persone scomparse  

I principali ostacoli che rendono difficile trovare e contare le persone scomparse sono dati in primo luogo “dal rifiuto di Israele di comunicare i nomi dei detenuti a organizzazioni specializzate come il CICR e il divieto di accesso alle prigioni per tutta la durata della guerra”. Un altro ostacolo, secondo Nada Nabil, è rappresentato dal fatto che “il controllo militare israeliano su oltre metà della Striscia rende virtualmente impossibile la ricerca e la documentazione in queste aree, dove sospettiamo si trovino centinaia di scomparsi”. E ancora, “la grave carenza di macchinari pesanti impedisce la rimozione delle macerie e il recupero dei corpi per determinare la loro sorte”. 

Oltre al controllo militare, la distruzione delle sedi governative e il collasso di internet hanno contribuito a paralizzare l’aggiornamento dei database. In molti casi, la cancellazione di intere famiglie dai registri anagrafici comporta che non sia rimasto più nessuno per denunciare la scomparsa dei propri cari. Anche la memoria digitale è stata annientata: migliaia di smartphone, contenenti le ultime immagini e le coordinate GPS dei dispersi, sono andati distrutti o sono stati confiscati ai checkpoint, mentre il buio dei blackout ha spento le telecamere di sorveglianza, cancellando le prove visive di raid e rapimenti.

Identificare un figlio dalle fotografie del corpo decomposto 

Secondo quanto riporta Nada Nabil in un suo articolooltre il 92% del sistema sanitario è stato distrutto, compresi i servizi di medicina legale per i resti delle persone non identificate.

Nel frattempo, il blocco israeliano in corso ha impedito l’ingresso di nuove apparecchiature forensi, tra cui macchine per i test del DNA. “Sul fronte della documentazione, l’identificazione dei bambini tramite documenti di identità o test del DNA esula dal nostro mandato ed è gestita dal Ministero della Salute e dalla Magistratura della Sharia”, spiega la direttrice del PCMFD. La mancanza di questi test condanna molti minori, troppo piccoli per ricordare il proprio nome, a restare soli al mondo, pur avendo parenti in vita. Sono i cosidetti Wounded Child No Surviving Family (WCNSF), l’acronimo coniato per definire i “bambini feriti senza alcun familiare sopravvissuto”.

I test del DNA servono anche a dare un nome ai resti martoriati o decomposti di chi viene recuperato sotto le macerie, dei detenuti deceduti o delle salme prelevate dai cimiteri durante le operazioni militari. Poiché tuttavia al momento a Gaza non sono disponibili queste apparecchiature, l’unico modo per identificare queste persone è che i parenti esaminino le fotografie dei corpi in decomposizione. Un processo non solo doloroso, ma anche complesso perché molto spesso i corpi vengono riconsegnati in uno stato di decomposizione tale da renderne difficile il riconoscimento. Non di rado le sepolture sono frettolose e avvengono in fosse comuni, senza poter attribuire un sesso, un’età o un nome alla persona.

“Sollecitiamo le comunità internazionali affinché Israele rilasci i bambini detenuti”

La famiglia di Mohammed Salem oggi vive tormentata da domande senza risposta: lui e la madre sono stati uccisi durante il tragitto verso casa, oppure sono stati arrestati e portati in un luogo sconosciuto? Come loro, tanti altri vivono lo stesso dramma. 

“Il posto naturale di un bambino è tra le braccia dei genitori e, persino nella morte, il suo posto è una tomba dove possa essere sepolto con dignità e visitato dai propri cari”, conclude Nada Nabil. “I bambini scomparsi di Gaza sono attualmente nascosti in luoghi ignoti o sepolti sotto milioni di tonnellate di macerie: nessuna delle due condizioni è accettabile. Sollecitiamo la comunità internazionale a fare pressione su Israele affinché rilasci tutti i bambini detenuti e chiediamo l’ingresso immediato di macchinari pesanti per consentire il recupero e la degna sepoltura dei resti ancora intrappolati sotto i detriti”.