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La Germania ha annunciato per il 2019 un aumento delle spese militari del 10%. Rispetto al 2018 si tratta di un aumento di 5 miliardi di euro per un budget della Difesa che complessivamente raggiunge i 47,32 miliardi di euro. Nel 2020 è previsto un ulteriore aumento a 49,67 miliardi di euro, pari all’1,35% del PIL. La spinta in direzione dell’ampliamento del budget delle forze armate è stata esercitata principalmente dal Ministro della Difesa Ursula von der Leyen.

L’obiettivo di Berlino è raggiungere la quota dell’1,5% entro il 2024: una somma che non approssima il 2% concordato dalla Nato nel 2014, ma sicuramente segnala un deciso cambio di passo da parte della prima potenza economica europea. Se sotto il profilo politico anche le imminenti elezioni europee non sembrano destinate a cancellare la connotazione “tedesca” dell’Unione Europea e sul piano economico Berlino non ha ancora assistito all’emergere di un blocco di Stati potenzialmente in grado di competere con le sue ricette, nonostante tutta la dimostrazione della loro natura controproducente, a livello aggregato la Germania fatica a tramutare in assertività geopolitica il predominio geo-economico acquisito negli ultimi anni. E il consolidamento militare può essere un viatico importante per ampliare le potenzialità del Paese.

Negli ultimi anni in Germania è tornato ad emergere con fatica il concetto di “strategia”. Cancellato assieme al tema dell’interesse nazionale dalla narrativa post-bellica che, partendo dall’intento di sradicare l’eredità del nazismo, ha contribuito a forgiare il Paese come gigante economico e nano geopolitico, cliente d’eccellenza dell’Occidente a guida statunitense. Le sfide portate dalla globalizzazione, l’ampliamento della faglia atlantica tra Europa e Stati Uniti, l’offensiva economica portata a tutto campo dalle amministrazioni Obama (a fari spenti) e Trump contro Berlino, la rivalutazione delle potenzialità di cooperazione con Russia e Cina e, soprattutto, i timori di un collasso dell’Unione germanocentrica sotto i colpi delle sue contraddizioni interne hanno alimentato un dibattito a tutto campo a cui anche il governo di Angela Merkel non ha potuto non partecipare.

E la Germania ha iniziato a uscire dal torpore in cui la felpata egemonia sull’Europa, la convinzione post-storica di una tenuta costante dell’ordine liberale e la mancanza di un pensiero strategico la avevano confinata. Riprendendo, tra le altre cose, il controllo del suo strumento militare. Aprendo all’integrazione sotto comando congiunto delle unità di Paesi vicini, partecipando a missioni militari all’estero come dimostra il caso del Niger e, ora, ampliando il budget a disposizione dei militari per ammodernare i sistemi d’arma e le unità principali. Dopo lo sconfortante rapporto di maggio 2018 in cui, tra le altre cose, si sottolineava il pietoso stato degli armamenti dell’aeronautica a Berlino è iniziato il cambio di passo. Culminato, ora, in uno degli incrementi più decisi delle spese militari nell’Europa contemporanea.

Incremento che si inserisce in un filone generale di riarmo che coinvolge le principali potenze globali. Nel mondo inquieto le forze armate sono strumento di proiezione di potenza e di influenza più che mai essenziale, e Berlino non può permettersi di restare indietro. Un ragionamento strategico a cui, purtroppo, negli ultimi anni l’Italia non sembra essersi voluta unire con la necessaria convinzione. Relegando al ruolo di Cenerentola la Difesa, oggetto di tagli generalizzati e discutibili.

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