Quando finisce un determinato momento storico, parte la caccia alla figura più rappresentativa che l’ha caratterizzato. Più di recente, succede così tra Baghdad e Tikrit dopo che le forze Usa entrano nella capitale irachena nel 2003 e subito vanno alla ricerca di Saddam Hussein. Nel 2011 dopo la caduta di Tripoli a seguito dei bombardamenti Nato sulla Libia, l’imperativo è quello di prendere Muammar Gheddafi. La storia è piena di cacce all’uomo, che diventa simbolo di una caduta e protagonista di una celebrazione. Ed ecco perchè adesso tra le dune del deserto e le rive dell’Eufrate, parte la caccia a colui che dal 2014 incarna il terrore jihadista: l’autoproclamato califfo Abu Bakr Al Baghdadi

La corsa tra Sdf ed esercito siriano 

Quando poi ci sono più attori internazionali a poter vantare la vittoria, inizia una gara nella gara a chi arriva primo nel luogo del possibile trofeo. Scomodando una storia meno recente di quella sopra narrata, nel 1945 il vero dilemma non è se il Reich tedesco è destinato o meno a cadere, ma chi arriva per primo a Berlino. Ed i sovietici, i primi ad ammainare le svastiche dalla capitale tedesca, sulle sorti di Hitler e del suo corpo ricamano una non indifferente eco mediatica. Contro l’Isis ad agire sono principalmente due forze: da un lato l’esercito regolare siriano, dall’altro le forze filo curde dell’Sdf. Gli uomini fedeli al governo di Assad, con il supporto russo iniziato nel settembre 2015, riescono ad eliminare gran parte dell’autoproclamato Stato Islamico nell’estate 2017. In quei torridi mesi, l’esercito avanza infatti tra le dune del deserto della Siria centrale, liberando una vasta regione che dal 2014 è occupata dall’Isis. 

Dall’altro lato dell’Eufrate ad operare è invece l’Sdf, la quale riceve il supporto Usa. Ed è in questa regione che l’Isis può rivendicare gli ultimi brandelli di territorio in suo possesso. Gli occhi sono puntati su Baghouz, che per Al Baghdadi rappresentauna sorta di ultimo bunker. Si tratta dell’ultimo villaggio in mano alle bandiere nere, circa 500 miliziani irriducibili difendono un territorio che secondo i vertici Sdf è largo non più di un isolato. Ed è in questa zona, dove nei giorni scorsi rimane ferito il fotografo italiano Gabriele Micalizzi, che potrebbe trovarsi Al Baghdadi. Le forze curde provano a  terminare quanto prima la battaglia. L’occasione è ghiotta: entrare dentro il presunto ultimo nascondiglio del califfo ed esibirlo in mondovisione. Ma il leader dell’Isis potrebbe anche non essere lì. Dato per morto in più di una circostanza, Al Baghdadi in realtà fino al giugno del 2018 sarebbe nella cittadina di Al Hajin, sulle rive orientali dell’Eufrate. Poi sarebbe sceso a Baghouz e potrebbe trovarsi ancora lì.

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Tuttavia qualche giorno fa emerge un tentativo di “golpe” interno allo Stato islamico. Alcuni miliziani magrebini avrebbero provato ad eliminare il califfo proprio a Baghouz. Dunque, Al Baghdadi potrebbe essere scappato anche da lì e magari aver trovato rifugio attraversando l’Eufrate. Nel deserto siriano infatti, ci sono alcuni gruppi di terroristi ancora attivi. Non controllano villaggi e punti strategici, ma la natura geografica di quei territori rende difficile stanare definitivamente i miliziani lì presenti. In queste zone sono in corso operazioni dell’esercito siriano per scovare gli ultimi rifugi dell’Isis in questa parte della Siria. Operazioni non in grande stile, ma comunque più nette rispetto ai mesi passati. Forse perchè, è il pensiero dei servizi di sicurezza siriani, proprio qui Al Baghdadi avrebbe potuto trovare un nascondiglio ancora più sicuro di Baghouz. E adesso, tra siriani e milizie filo curde, nasce quindi una gara: si prova ad arrivare per primi presso gli ultimi presunti rifugi del leader dello Stato Islamico. 

Cosa significherebbe la cattura di Al Baghdadi

Ad essere preso, eventualmente, sarebbe nient’altro che il simbolo di un califfato che tra il 2014 ed il 2017 segna una delle pagine più buie del medio oriente. Ma a livello operativo non cambierebbe molto. Al Baghdadi è braccato, le bandiere nere tra Siria ed Iraq oramai quasi un ricordo, triste sì ma pur sempre passato. E c’è un’altra questione da non sottovalutare: la fine prossima dello Stato Islamico e la cattura eventuale del suo califfo, non significano la fine dell’Isis, né tanto meno del rischio jihadista a livello internazionale. 

Lo Stato Islamico infatti altro non è che un’entità territoriale nata tramite le avanzate dei miliziani dell’Isis. Quest’ultimi riescono a trasformarsi da “semplici” terroristi a veri e propri amministratori di una nascente entità politica. La fine di questo autoproclamato Stato, non coincide affatto con quella del gruppo che l’ha fondato. L’Isis, anche a prescindere dalle sorti di Al Baghdadi, c’è ancora e purtroppo con questa formazione jihadista occorre ancora fare i conti. Oltre ad operare come gruppo terrorista in Siria ed Iraq, l’Isis appare più ramificato in Africa mentre in Europa occorre prestare attenzione al rischio dei miliziani che provano a rientrare nel vecchio continente. Se quindi Al Baghdadi nei prossimi giorni spunta in mano ai suoi carcerieri, siriani o curdi, si deve evitare l’errore di considerare definitivamente compiuta la missione.