Lo sviluppo economico della Cina ha coinciso con l’enorme balzo in avanti effettuato dal Dragone in campo tecnologico. Sono finiti i tempi in cui Pechino produceva mediocri prodotti elettronici a basso costo da esportare in giro per il mondo. Oggi il governo cinese, consapevole del suo nuovo status, ottenuto in seguito a decenni di progressive aperture e riforme, è orgoglioso dei risultati raggiunti dalle proprie aziende, molte delle quali riconosciute a livello globale. Il caso più emblematico è rappresentato ovviamente da Huawei, il colosso di Shenzen che, nel corso degli anni – anche grazie a qualche pratica un po’ opaca – è riuscito a competere, per quanto concerne la vendita di smartphone, con marchi del calibro di Apple e Samsung.

La filosofia cinese è ben riassunta dalle parole di Xi Jinping, che ha più volte accostato innovazione e sicurezza nazionale, considerandoli due facce della stessa medaglia. “Per diventare una cyber potenza – si legge in uno degli scritti firmati dal presidente – dovremmo avere tecnologie nostre e inattaccabili”. Traguardo, questo, da raggiungere ovviamente perseguendo un’apposita strada con “caratteristiche cinesi”. È qui che emerge il nuovo modus operandi della Cina di Xi. Non più un Paese che intende fare affidamento “sugli altrui traguardi per elevare il proprio livello tecnico-scientifico” né tanto meno essere “un’appendice tecnologica di altri Stati”. No, la Cina vuole “perseguire l’innovazione autonoma“. Un’innovazione che magari potrà essere conseguita mediante complessi giochi di sponda con altre nazioni, ma che dovrà in ogni caso far emergere il ruolo predominante del gigante asiatico.

La fusione civile-militare

La particolare innovazione che intende perseguire la Cina può essere espressa da un concetto ben preciso: junmin ronghe. Ovvero la fusione tra il settore civile e quello militare. È dai tempi di Mao Zedong che il Dragone segue questo principio, sempre più centrale nelle decisioni politiche del Partito Comunista Cinese. La fusione civile-militare è diventata una ferrea linea guida inseguita da Xi Jinping, e issata a vera e propria strategia olistica nazionale.

Non a caso, nel 2013, in occasione del terzo plenum del XVIII congresso del Partito, il presidentissimo Xi istituì il Military Civilian Fusion Leading Small Group per studiare le migliori formule amministrative e logistiche da adottare al fine di realizzare la suddetta compenetrazione militare-civile su più livelli operativi. Nel 2016, inoltre, il governo cinese diffuse il documento intitolato Opinions on the Integration of Economic and National Defense Building, un paper contenente le diverse aree in cui avrebbe potuto verificarsi il miglior livello di interdipendenza tra la sfera civile e quella militare.

Le tre direttrici principali

L’interdipendenza tra il settore militare e quello civile può avvenire in vari ambiti, riassumibili in tre macroaree. La prima area riguarda il campo industriale. L’obiettivo è quello di accelerare la compenetrazione reciproca tra il civile e il militare per perseguire l’interesse nazionale cinese. Detto altrimenti, le grandi aziende statali (SOE) dovrebbero essere in grado di far girare l’economia e, al contempo, fare in modo che, in caso di necessità, quella stessa economia possa rivelarsi utile per l’esercito e per ogni esigenza bellica. Insomma, lo sviluppo industriale civile deve, di pari passo, contribuire anche al raggiungimento degli obiettivi strategici militari.

La seconda area si riferisce alla dimensione della logistica. Esattamente come per l’industria, anche la logistica deve avere un’utilità bellica in vista di possibili operazioni militari futuri. L’esempio più eclatante arriva dalla recente partnership tra l’esercito cinese e JD.com, il colosso dell’e-commerce ormai diventato leader dell’intelligenza artificiale e nella produzione di droni. La terza e ultima area riguarda invece il sistema educativo nazionale, chiamato non solo a istruire la popolazione ma anche a fornirle elementi avanzati utili anche alla sfera militare. In sintesi, Xi Jinping spinge affinché la sfera civile e quella militare siano in grado di compenetrarsi a vicenda, così da creare un unico, grande sistema organizzativo-operativo da mobilitare a fronte di ogni evenienza.

Le preoccupazioni degli Stati Uniti

Gli Stati Uniti sono preoccupati dall’avanzata economica cinese. Il motivo è semplice: Washington ritiene che Pechino si affidi al junmin ronghe per scardinare l’attuale ordine globale. Il sito del governo statunitense dedica numerosi approfondimenti al tema della fusione civile-militare del Dragone, definita “una strategia nazionale del Partito Comunista Cinese (PCC) per trasformare l’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) in un esercito di livello mondiale entro il 2049”.

E non è finita qui perché gli Stati Uniti vedono altri spauracchi all’orizzonte: “Il PCC sta acquisendo la proprietà intellettuale, le ricerche chiave e i progressi tecnologici dei cittadini, dei ricercatori, degli studiosi e dell’industria privata del mondo al fine di promuovere obiettivi militari”. Washington è ancora più esplicito quando spiega che le tecnologie chiave oggetto della fusione civile-militare includono il calcolo quantistico, i big data, i semiconduttori, il 5G , la tecnologia nucleare avanzata, la tecnologia aerospaziale e l’intelligenza artificiale. “La Cina cerca specificamente di sfruttare la natura intrinseca del duplice uso di molte di queste tecnologie, che hanno applicazioni sia militari che civili”, per accrescere ulteriormente il proprio peso specifico nel mondo. Nel frattempo l’economia di Pechino continua a crescere sempre di più.