Quando si guarda alla partita che si sta giocando nella Siria del Nord-est, i nomi che si sentono pronunciare sono quelli di Bashar al-Assad, Russia, Usa, Turchia e Rojava, ma c’è un attore che rimane spesso nell’ombra nonostante l’importante ruolo che riveste nello scacchiere mediorientale: la Francia. Parigi è presente in Siria fin dal 2015, anno in cui ha schierato sul terreno il Cos (Comando per le operazioni speciali) e il Dgse (Direction générale de la sécurité extérieure), il servizio di intelligence all’estero. Ma con il ritiro degli Stati Uniti dalla Siria e l’avvio dell’operazione Sorgente di pace gli equilibri nel Paese sono cambiati e con essi anche la posizione della Francia.

Per avere il quadro della situazione e analizzare possibili scenari futuri, InsideOver ha intervistato Frédéric Tissot, il primo diplomatico francese a ricoprire l’incarico di console generale a Erbil, nel Kurdistan iracheno.

Qual è il suo parere circa il ritiro delle truppe americane dalla Siria?

La coalizione internazionale ha tradito i curdi, specialmente gli americani. Se gli Usa avessero mantenuto mille dei loro soldati nell’area non ci sarebbe stato alcun intervento da parte della Turchia. Sfortunatamente non è la prima volta che gli americani tradiscono i curdi.

Cosa pensa della posizione adottata dalla Francia dall’inizio dell’operazione Sorgente di pace?

La Francia avrebbe potuto dire: “Ritiro le mie truppe”, ma non lo ha fatto e questo è un bene. C’è almeno un Paese che ufficialmente non ha tradito i suoi alleati curdi. La Francia non li ha lasciati soli, anche se non è intervenuta direttamente. Adesso, per poter porre fine al conflitto, è necessaria una conferenza internazionale a cui prendano parte le potenze regionali e mondiali. Come possiamo raggiungere altrimenti la pace nella regione? Gli interessi dei singoli attori coinvolti sono divergenti. La Francia deve fare di tutto per mantenere la sua presenza (in Siria, ndr) e fare la sua parte in quanto membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

L’opposizione della Francia all’operazione Sorgente di Pace avrà delle conseguenza sulle relazioni con la Turchia?

C’è chi chiede che la Turchia non sia più considerata un Paese alleato della Francia e che venga allontanata dalla Nato. Parigi è uno dei  membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, le cui decisioni sono vincolanti per la Turchia: la Francia quindi può avere un ruolo determinante e deve usare il potere che ha a disposizione se non vuole essere umiliata dalla Turchia.

Putin ed Erdogan hanno raggiunto un accordo sul futuro della Siria del Nord-est. Cosa ne pensa?

Da una parte, non credo in una ferma presa di posizione di Putin nei confronti di Erdogan. Il presidente russo  è un opportunista, basta pensare che non ha ancora vendicato la distruzione del suo aereo da parte dell’esercito turco (nel 2015, ndr). Dall’altra, bisogna considerare che la Russia va d’accordo con tutti: Iran, Siria, Turchia. La Russia inoltre ha tutte le carte in regola per guidare la risoluzione del conflitto in Siria, con il beneplacito delle Nazioni Unite. La Francia potrebbe fare da mediatrice, anche se ha perso la sua credibilità avendo seguito ciecamente le decisioni prese dalla coalizione internazionale a guida Usa.

Che pensa della possibile ritirata delle Forze democratiche siriane e del passaggio del Kurdistan siriano sotto il controllo delle truppe di Damasco e della Turchia?

Qualsiasi cosa accada, i curdi saranno sempre là a scombinare i piani delle grandi potenze e proprio in virtù della loro presenza devono essere rispettati e tenuti in considerazione. Ovviamente ci sarà una negoziazione tra curdi, turchi e russi. Dal 1947, dalla fine della repubblica di Mahabad, i russi hanno sempre avuto buone relazioni con i curdi, per questo ritengo che sia compito della Russia evitare che i curdi siano massacrati. I curdi sono un attore importante e il loro ruolo non può essere ignorato.

In che modo si potrà giungere alla fine della guerra?

Penso che la soluzione passerà per la via diplomatica. Lo squilibrio nelle forze in campo è eccessivo. Mi dispiace che la Francia non abbia consegnato un numero maggiore di missili anti-aerei e anti-carro ai curdi. Se nelle prime 24 ore (dall’inizio dell’operazione Sorgente di pace, ndr) Parigi avesse dato l’ordine alle sue Forze speciali di distruggere alcuni carri armati e aerei turchi la situazione sarebbe stata diversa, si sarebbe potuta arrestare l’avanzata della Turchia. Ma la storia non si fa con i “ma”.

La distruzione del Rojava è una perdita per la Francia da un punto di vista politico?

Certamente, ma credo che i curdi possano ancora ottenere la propria autonomia in Siria. Non possiamo continuare con Bashar al Assad, un dittatore, facendo finta che nulla sia accaduto. I curdi siriani hanno mostrato le loro capacità di auto-organizzazione e dobbiamo rispettare quello che hanno costruito anche in futuro, qualsiasi cosa accada.

Cosa pensa della posizione del governo circa la possibilità di rimpatrio dei jihadisti francesi?

Daesh non è morto, tutt’altro. La Francia però ne è intimorita e non vuole rimpatriare i jihadisti francesi. Quale sistema giudiziario lo vorrebbe? Quello iracheno? Forse. A me non dispiacerebbe sapere che saranno processati in Iraq. Anche se rischiano la pena di morte.

*Intervista realizzata con la collaborazione di Rémi Bertrand