Impossibile dire con certezza ciò che sta accadendo nella Ghouta orientale. Impossibile contare i morti. L’Osservatorio siriano per i diritti umani, in prima linea in questo tragico pallottoliere, è composto solamente da una persona che per di più sta a Londra. Ha fonti sul campo, si capisce. Fonti, val la pena di ricordarlo, che stanno però unicamente da una parte: quella dei ribelli. 

Fatta questa premessa, sembra quasi superfluo dire che i caccia siriani – Mosca dice di non c’entrare nulla in questa operazione – stanno martellando questa fetta di terra alle porte di Damasco dove 400mila persone vivono sotto il governo di  tre gruppi jihadisti diversi: Faylaq al Rahman, Tahrir al Sham e Jaysh al islam. Da circa quindici giorni, inoltre, i civili di Damasco vivono continuamente sotto la minaccia dei colpi di mortaio, che continuano a mietere vittime. Ieri, per esempio, le scariche dei jihadisti hanno ucciso ucciso 11 persone, inclusi quattro bambini

Due punti di non poco conto – i continui lanci di mortaio e la presenza di gruppi jihadisti – che spiegano perché l’esercito siriano, su ordine di Bashar al Assad, ha cominciato questa operazione militare. Un’operazione militare che sta provocando, come è purtroppo ovvio, anche delle vittime civili. Compresi i più innocenti, come i bambini. 

Se si guardano le notizie e le agenzie che vengono diffuse in questi giorni, si trovano parecchi parallelismi con ciò che è successo ad Aleppo nel 2016, quando l’esercito di Damasco, appoggiato dall’aviazione di Mosca, ha liberato la seconda città siriana.

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Il piccolo Omran Daqneesh nella fotografia diffusa dagli elmetti bianchi nell’agosto del 2016

Ricordate? Anche in quel caso immagini di morte e distruzione. Il piccolo Omran Daqneesh è diventato il simbolo della brutalità di Assad e Putin. Poi, però, suo padre ha raccontato ciò che è successo realmente in quei giorni d’estate: i caschi bianchi gli avevano strappato il figlio di mano, ancora sporco di sangue e calcinacci, e lo avevano usato come un macabro trofeo da fotografare. Quell’immagine fece il giro del mondo. Era su tutte le prime pagine dei giornali. Ma era frutto non solo della violenza dei bombardamenti, ma anche dei cosiddetti ribelli, che hanno voluto utilizzare un bambino innocente e per di più ferito solamente per fare propaganda.

E sono gli stessi caschi bianchi, oggi, a diffondere le immagini provenienti dalla Ghouta. Si vede una bambina che indossa un pigiama rosa e che viene aiutata a fuggire da un edificio colpito, molto probabilmente, da un bombardamento. In poche ore è già diventata l’immagine simbolo di quello che sta accadendo alle porte di Damasco. È l’immagine della barbarie governativa, proprio come ad Aleppo. L’immagine simbolo della violenza sui civili.

Nella Ghouta orientale, come abbiamo scritto, ci sono circa 400mila civili. Quanti di questi sostengono effettivamente i ribelli? E quanti invece sono tenuti in ostaggio? Durante l’assedio di Aleppo, l’inviato Onu Staffan de Mistura disse: “Mille di voi (ovvero i terroristi di Al Nusra NdR) stanno decidendo il destino di 275mila civili”. Una situazione che può ripresentarsi anche oggi. E, come al solito, i primi a farne le spese sono i civili. E la verità.