All’indomani della prima ondata di attacchi israelo-statunitensi, la Marina iraniana e la Marina del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica non avevano mostrato l’intenzione di disperdersi e attuare manovre che consentissero di “proteggere le proprie forze”. Come aveva osservato l’analisi di H.I. Sutton, il grosso della flotta era schierato in “posizioni prevedibili”, concentrando il grosso delle forze navali iraniane presso una delle principali basi navali a noi note, come il porto di Bandar Abbas, che si affaccia proprio sull’isolotto di Hormuz, minacciando di colpire qualsiasi nave che intendesse attraversare lo stretto strategico che collega il Golfo Persico al Golfo dell’Oman.
Stando a quanto riportava Ynet, infatti, il nuovo comandante delle Guardie della Rivoluzione Islamica, che possiedono una loro flotta, aveva minacciato di essere pronto a dare alle fiamme qualunque nave avesse tentato di rompere il blocco senza permesso, ricordando che i pasdaran possiedono un arsenale di mine marine, oltre ai droni kamikaze che possono essere impiegati insieme ai missili contro le petroliere, che diventano un facile bersaglio in assenza di una scorta.
Fino al 28 febbraio, le navi più grandi della flotta iraniana – la Makran, la Kordestan, la Shahid Mahdavi e la Shahid Bagheri, tutte piattaforme galleggianti a metà tra una petroliera e una portaelicotteri in grado di lanciare droni e missili – erano nei pressi del porto, mentre all’interno dello stesso sembrano essere presenti almeno due sottomarini di classe Kilo. Una parte importante della flotta conta diversi sottomarini classe IR-120 Ghadir, diverse fregate e corvette missilistiche, oltre a numerose unità minori, droni navali di superficie e droni sottomarini.
Convinti che l’Operazione Epic Fury si sarebbe concentrata su target legati al programma nucleare e missilistico, i vertici della Marina devono aver lasciato le unità dov’erano, in attesa di ordini che, se le hanno raggiunte, le hanno raggiunte troppo tardi, dato che buona parte della flotta sta affondando. Secondo gli americani, infatti, almeno 11 unità sono state colpite.
La Marina di Teheran nel mirino degli USA
Il Comando Centrale degli Stati Uniti, che ha categoricamente respinto le affermazioni secondo le quali una portaerei statunitense, la USS Abraham Lincoln, sarebbe stata colpita da quattro missili iraniani, ha dichiarato di aver affondato la Shahid Bagheri, principale porta droni iraniana, mentre altre fonti elencano l’affondamento di fregate, sottomarini, e del vascello convertito Makran.
In particolare, la IRIS Shahid Bagheri, nave commerciale riconvertita a portaelicotteri e portadroni operata dalla Marina del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, rappresentava la punta di diamante della flotta dell’Iran, dopo essere stata ampiamente pubblicizzata.
Mentre lo Stretto di Hormuz resta chiuso, causando enormi problemi al commercio marittimo e provocando un vero shock al settore energetico, considerato che un decimo della “flotta globale di container è bloccato” nel Golfo e i mercati petroliferi si preparano a una grave interruzione delle forniture in tutto il mondo, la Marina iraniana deve incassare un duro colpo, perdendo degli asset che in passato le potevano garantire capacità di manovra per provocare forti ripercussioni sui mercati energetici e marittimi globali e sedersi al tavolo dei negoziati con una posizione più forte.
Attualmente le compagnie di assicurazione marittima hanno “interrotto i viaggi attraverso lo stretto tra Iran e Oman dopo che l’Iran ha reagito agli attacchi di Stati Uniti e Israele“, interrompendo non solo il transito di navi che trasportano petrolio e gas, ma anche il “commercio containerizzato che collega Asia, Europa e Medio Oriente“, minacciando forti ripercussioni sulle catene di approvvigionamento globali, sebbene l’impatto della strategia di embargo di Teheran si stia già facendo sentire a tutti i livelli.
Una così rilevante perdita di asset navali deve necessariamente influire sulle tattiche dei pasdaran, che stanno lanciando pesanti attacchi missilistici in tutto il Golfo, ma hanno perduto, proprio nelle acque di Hormuz, un’altra parte della loro deterrenza.
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