Gli Stati Uniti hanno deciso di temporeggiare con l’Iran. Dopo una settimane di altissima tensione in tutto il Medio Oriente, alla portaerei USS Abraham Lincoln e il suo strike group è stato ordinato di stazionare due settimane nel Mar Arabico prima di entrare nel Golfo e schierarsi come forza di deterrenza per scoraggiare la minaccia “imminente” iraniana. Intanto dai pasdaran continuano ad arrivare messaggi intimidatori: “Perfino i nostri missili a corto raggio possono facilmente colpire le navi da guerra americane nel Golfo”.

La portaerei Uss Lincoln con la sua flotta di cacciabombardieri imbarcati F/A-18 e le sue navi di scorta, incrociatori e cacciatorpediniere che trasportano centinai di missili da crociera Tomahawk, erano pronte ad entrare direttamente nello Stretto di Hormuz  se fosse stato “necessario” dopo le ripetute e preoccupanti minacce lanciate dall’Iran, ma adesso gli ordini sono cambiati. Dopo aver attraversato in tutta fretta il canale di Suez per fare rotta sul Golfo, stazioneranno due settimane nel Mar Arabico: e questo potrebbe essere un segnale di apertura nei confronti di Teheran, nonostante le ulteriori minacce proferite dalla Guardia Rivoluzionaria.

Come riportato da Fox News – che ha consultato dei funzionari della Difesa statunitense – all’inizio di questa settimana il Comando Centrale degli Stati Uniti aveva dichiarato tutte le forze armate americane nella regione erano state poste in “stato di allerta” dopo le informazioni fornite dall’intelligencebasate su foto satellitari –  riguardo la potenziale minaccia proveniente dalle piccole imbarcazioni militari iraniane, soprannominate dhow, che venivano caricate e armate con lanciatori di missili a medio e corto raggio. Le ripetute minacce lanciate dai pasdaran, che hanno più volte asserito di poter “affondare” una portaerei americana con “un colpo solo”,  avevano portato il comandante in capo della Quinta Flotta a minacciare lo schieramento della portaerei direttamente nel mezzo dello stretto strategico di Hormuz, e questo avrebbe potuto portare ad un’ulteriore fase di escalation.

Adesso sembra che gli Stati Uniti stiano facendo un passo indietro, probabilmente perché attendono una reazione dell’Iran che potrebbe tornare al tavolo nei negoziati, impiegando il famoso “numero svizzero” che è stato menzionato da Trump la scorsa settimana, dato che l’Iran e gli Stati Uniti non hanno più una linea diretta tra i loro diplomatici. Le ragioni di questa scelta potrebbero essere molteplici. La prima potrebbe fondarsi su un errore di valutazione dell’intelligence americana, che secondo una parte del Congresso non avrebbe in mano “prove” che rappresenterebbero una minaccia reale, ma solo foto molto simili a quelle già diffuse nel 2015, che mostrerebbe razzi non guidati, analoghi a quelli sparati al consolato statunitense a Bassora lo scorso settembre – dunque non una minaccia per le navi da guerra americane. L’altra è che Trump davvero non intende “trascinare gli Stati Uniti in una guerra con l’Iran” – come ha più volte sottolineato in queste ultime settimane – e conscio di ciò che vorrebbe dire schierare una portaerei in mezzo al Golfo Persico nel momento di massima tensione con l’Iran, sta prendendo tempo, lanciando quello che potrebbe essere analizzato come un messaggio “velato” a Teheran.

Durante questa settimana di altissima tensione in Medio Oriente, alcuni membri del Senato hanno chiesto al segretario della Difesa Patrick Shanahan, e al comandante dei marines Joe Dunford, di testimoniare pubblicamente davanti alla Commissione per i servizi armati del Senato sull’Iran riguardo l’entità e la reale minaccia che potrebbero provocare queste manovre militari iraniane, sulla base delle quali si è giunti a questa nuova e pericolosa escalation. I funzionari del Pentagono potrebbero per questo declassificare ulteriori le foto satellitari. Attualmente un’altra delle preoccupazioni è che alcuni di questi missili iraniani possano essere diretti in Iraq.

Le forze americane in campo

Il Strike Group della portaerei a propulsione nucleare classe Nimitz USS Abraham Lincoln comprende attualmente i cacciatorpediniere missilistici USS Bainbridge (DDG-96), USS Mason (DDG-87), USS Nitze (DDG-94) e l’incrociatore missilistico guidato USS Leyte Gulf (CG- 55). Probabilmente uno o due sottomarini d’attacco classe Los Angeles, anch’essi armati con missili da crociera Tomahawk. La portaerei classe Nimitz trasporta oltre 40+ caccia bombardieri F/A-18 “Hornet” e “Super Hornet”, caccia per la guerra elettronica E/A-18 “Growler” e elicotteri multi-ruolo. A questa task force dovrebbe presto aggiungersi la nave d’assalto anfibio classe San Antonio Uss Arlington, una piattaforma navale dalle quale gli Stati Uniti potrebbero pianificare e lanciare un’operazione di sbarco, o incursioni terresti limitate, inviando i marines che trasporta con convertiplani MV-22 “Osprey” e mezzi da sbarco di diverse tipologie. A questo si aggiungono i bombardieri strategici B-52 inviati nelle basi del Qatar – anche se è notorio che sarebbero i bombardieri stealth B-2 “Spirit” che fanno base negli Stati Uniti ad entrare in azione se fosse necessario un “second strike” dopo l’attacco nelle unità di superficie con i Tomahawk.

L’allerta in iran

Mentre gli Stati Uniti sembrano aver frenato la loro corsa alla “guerra”, un nuovo avvertimento lanciato dai Guardiani della Rivoluzione iraniani avverte che “Perfino i nostri missili a corto raggio possono facilmente colpire le navi da guerra americane nel Golfo”. Ad affermarlo è stato Mohammad Saleh Jokar, vice comandante dei Pasdaran, che sono stati inseriti dagli Stato Uniti nella lista Foreign Terrorist Organisations all’inizio dello scorso mese. Questa frase infelice è stata proferita proprio mentre la tensione tra i due Paese ha raggiunto i massimi livelli negli ultimi 40 anni.

Teheran sta accusando gli Stati Uniti di giocare una “guerra psicologica” e di aver provocato “un’inaccettabile escalation di tensione”. Negando di voler arrivare allo scontro, e di essere stata responsabili dei sabotaggi delle petroliere saudite ed essere stata mandante dell’attacco ai siti petroliferi condotti dai droni dei ribelli Houthi. Qassem Suleimani, comandante delle forze speciali al-Quds dei Guardiani della Rivoluzione, si sarebbe invece recato in Iraq, dove ha avvertito le milizie alleate di “prepararsi a una guerra per procura”. Intanto l’amministrazione americana ha ritirato tutto il personale diplomatico non indispensabile dall’Iraq, citando ragioni di sicurezza, e lasciando ipotizzare ad una mossa preparatoria se non cautelativa. Se Donald Trump allo scadere di queste due settimane di stazionamento schiererà davvero le navi al largo dell’Iran – e qualcosa andrà storto, qualcuno ha ricordato l’incidente del Golfo del Tonchino – le possibilità di una guerra con Teheran invocata dai “falchì” come John Bolton saranno davvero tangibili. Anche se il commander in cheif degli Stati Uniti d’America continua ripetere: “Spero di no”, che “non ci sarà una guerra con l’Iran”.

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