Sono state definitivamente archiviate le speranze relative ad uno storico accordo di pace tra il governo riconosciuto dalle autorità internazionali di Kabul e le milizie talebane, a seguito delle nuovi escalation di tensioni degli ultimi giorni. Dopo l’attacco miliziano alla base militare nell’ovest dell Paese e soprattutto dopo l’assalto al reparto di maternità della Capitale un nuovo inverno sembra essersi calato sull’Afghanistan, dove il progetto di pace si è rivelato essere un breve – ed assai poco rispettato – cessate il fuoco. In questo scenario, la sensazione è che le prossime settimane saranno caratterizzate da delle nuove tensioni tra l’esercito ufficiale e la compagine terroristica, in grado di gettare il Paese di nuovo nell’inferno di una guerra civile che pare ormai interminabile. E, nemmeno a dirlo, ancora una volta le cause sono da ricercarsi in un tentativo sbrigativo di giungere alla conclusione del conflitto da parte degli Stati Uniti, che si è rivelato essere uno dei tanti – troppi – errori della storia dell’Afghanistan.

Un piano di pace soltanto abbozzato

Negli scorsi mesi, Stati Uniti e forze talebane avevano portato avanti una lunga e dura serie di colloqui volti a gettare le basi per una stabilizzazione della situazione, che sarebbe passato tramite il ritiro americano ed il disarmo delle forze miliziane. Tutto il resto, però, doveva rimanere in mano al dialogo interno del Paese, che vede anteposte le milizie talebane con il governo riconosciuto del Paese e del suo leader Ashraf Ghani. Tuttavia, le tensioni nate subito dopo le nomine governative e le posizioni tenute tenute dallo stesso Ghani hanno contribuito ad un nuovo peggioramento della situazione che ha riportato gli afghani alla memoria gli efferati attacchi terroristici nei confronti della popolazione civile.

Gli errori americani

Alla base del dramma, dunque, è impossibile non vedere una mancanza di fondamenta solide che avrebbero potuto traghettare il Paese verso una graduale riappacificazione e in buona parte attribuibili alle volontà americane di chiudere l’impasse nel più breve tempo possibile, senza cura per i particolari. In primo luogo, infatti, non sono state prese in considerazione gli asti reciproci tra le autorità governative e le milizie talebane, in un rapporto andato sempre peggiorando nei lunghi anni di scontri armati avvenuti spesso abitazione per abitazione. In seconda battuta, invece, un interesse americano apparso più volto al ritiro delle truppe dal territorio – in un quadro più ampio di ridimensionamento delle spese militari statunitensi – che attento agli sviluppi reali della situazione in Afghanistan. E la mancanza di queste due premesse, in ultimo, si è rivelato un nuovo fallimento della politica estera americana nel Paese, che ha condotto ad un nuovo peggioramento della situazione.

Lo scenario del Paese è sempre più cupo

I nuovi attacchi che hanno caratterizzato la guerriglia talebana sono destinati a lasciare un segno indelebile, forse un punto di svolta per quello che sarà il modo di combattere la guerriglia nei prossimi mesi. E soprattutto, le azioni compiute dalle milizie non possono non provocare una risposta da parte del governo riconosciuto del Paese, intenzionato a dimostrare non soltanto al rivale ma anche al resto del Mondo come Kabul non voglia piegarsi ancora una volta al dominio fondamentalista. In questo clima, dunque, quello che doveva essere – almeno sulla carta – il florido periodo di pace promesso di pace è divenuto un nuovo terreno di scontri e di tensioni, portati avanti in un modus belli ormai fin troppo conosciuto dal popolo afghano. E ancora una volta, le vaghe promesse e le speranze sono state tradite.

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