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Ha atteso mesi, anzi anni: l’attacco dell’Iran in Israele con il lancio di circa 200 missili balistici verso lo Stato Ebraico, in particolare la capitale Tel Aviv, segna la fine della lunga fase di “pazienza strategica“, come è stata definita da molti commentatori, della Repubblica Islamica. Ovvero del lungo periodo di incasso di colpi da parte di Teheran nel conflitto-ombra che la oppone a Israele nel Levante. E che nell’ultimo quinquennio si è manifestato sotto forma di diverse operazioni, spesso molto audaci, con cui Tel Aviv ha fissato nette linee rosse contro la proiezione iraniana dall’Asia Centrale verso i suoi confini.

Una postura, quella israeliana verso l’Iran, che si è fatta sempre più offensiva nell’ultimo anno a partire dallo scoppio della guerra di Gaza. La proiezione militare israeliana ha spesso colpito i membri delle Guardie della Rivoluzione iraniana e dell’establishment di Teheran.

Mettendo in fila diverse operazioni, sono stati molti i casi in cui Tel Aviv ha colpito, eliminandoli, esponenti di primo piano dell’establishment di Teheran. Si sospetta un ruolo dell’intelligence israeliana nel raccogliere informazioni su Qasem Soleimani, capo della Forza Quds dei Pasdaran ucciso da un drone americano in Iraq nel gennaio 2020. In quei mesi, erano iniziati i raid nel Mar Rosso contro le navi iraniane che portavano armi a Hezbollah in Libano e alle milizie sciite in Siria.

Inoltre, dopo l’uccisione di Soleimani, nel 2020 Israele segnò un altro punto. Fece infatti scalpore nel mondo l’assassinio organizzato dal Mossad in Iran su ordine diretto di Benjamin Netanyahu dello scienziato più alto in grado del programma nucleare militare di Teheran, Mohsen Fakhrizadeh. Ucciso sotto i colpi di una mitragliatrice comandata a distanza.

In seguito, nel 2022 è stato ucciso Davoud Jafari, colonnello dei Pasdaran ai vertici del programma aerospaziale dei Guardiani della RivoluzioneIn Siria, nel 2023 è stato ucciso da Israele Reza Mousavi, altro altissimo comandante del medesimo corpo e ad aprile si ricorda l’omicidio del brigadiere generale Reza Zahedi al consolato generale di Damasco sotto i colpi dell’Israel Defense Force che ha scatenato la risposta di Teheran sotto forma di lanci di droni.

La guerra a Gaza, in tal senso, ha portato il governo Netanyahu a abbandonare molte forme di moderazione: l’attacco al consolato di Damasco, infatti, ha sancito un non plus ultra con la trasformazione di un sito diplomatico in un bersaglio militare e l’esplosione di una forma di conflittualità a viso aperto. L’Iran è stato colpito da Israele il 19 aprile, con danni a delle sue batterie antiaeree. Ma ancor più duro è stato l’uno-due con cui Israele ha, con un attentato, colpito Ismail Haniyeh, capo politico di Hamas, a luglio mentre si trovava in Iran per assistere all’inaugurazione presidenziale di Masoud Pezeskhian, e poi ucciso Hassan Nasrallah, capo di Hezbollah, lo scorso 27 settembre a Beirut. In mezzo, l’escalation di attacchi militari e d’intelligence contro il Partito di Dio, maggiore alleato dell’Iran nella regione. Troppo anche per Teheran; troppo per la guida suprema Ali Khamenei; troppo, perfino, per il moderato neo-presidente. Il quale nei mesi scorsi ha più volte, a livello regionale, promosso una strategia detta della “mano tesa”, metafora per una riconciliazione.

“Non vogliamo essere la causa dell’instabilità in Medio Oriente”, ha detto Pezeskhian all’Assemblea Generale dell’Onu una settimana fa. “Ci stanno trascinando a un punto in cui non vogliamo andare”, ha detto il leader iraniano di Israele . “Non c’è un vincitore nella guerra. Ci stiamo solo illudendo se ci crediamo”. Siamo disposti a mettere da parte tutte le nostre armi finché Israele è disposto a fare lo stesso. Non stiamo cercando di destabilizzare la regione”, ha concluso. Pezeskhian ha parlato nella giornata del 25 settembre. Due giorni dopo è arrivato il discorso incendiario di Netanyahu, seguito poco dopo dall’attacco a Beirut contro Nasrallah. Seguito da minacce all’Iran: “possiamo colpire ovunque“, ha ammonito Netanyahu lunedì. Invitando poi, in un discorso in inglese, la popolazione civile della Repubblica Islamica a ribellarsi contro il governo. Una serie di mosse, questa, che ha fatto scattare la reazione dell’Iran e, come ha scritto il politologo Ian Bremmer su X, il desiderio di ristabilire una minima deterrenza. Colpendo quello che per quasi tutto il mondo è il centro riconosciuto come capitale di Tel Aviv, l’Iran ha ricordato che la pazienza strategica è esaurita. E i destini futuri del Medio Oriente sono sempre più incerti nella guerra apparentemente senza fine che lo consuma.

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