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L’intenzione degli Stati Uniti di denunciare il Trattato Inf sulle forze missilistiche a raggio intermedio è diventata molto recentemente realtà ed il rischio che l’Europa torni ad essere terreno di confronto militare tra Mosca e Washington così come avvenne durante la Guerra Fredda è più che una remota possibilità.

Cos’è il Trattato Inf?

Il Trattato Inf (Intermediate-range Nuclear Forces Treaty) è stato siglato l’8 dicembre del 1987 dal presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan e dal Segretario Generale del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica Mikhail Gorbachev a Washington.

Divenuto operativo il primo giugno dell’anno successivo, esso prevedeva che entrambe le parti provvedessero a distruggere tutti i missili balistici e da crociera basati a terra con un raggio d’azione compreso tra i 500 ed i 5500 chilometri e i loro sistemi di lancio (lanciatori di qualsiasi tipo e strutture ed equipaggiamento di supporto) entro tre anni dall’entrata in vigore.

Il trattato non elimina in toto i missili da crociera, ma solo quelli basati a terra. Quindi i sistemi navali o aviolanciabili, come ad esempio il neonato missile ipersonico russo Kinzhal o i ben noti missili Tomahawk americani lanciabili da unità navali, non rientrano nelle clausole del trattato.

E’ bene chiarire che il Trattato Inf non solo elimina la possibilità che i missili balistici a raggio intermedio siano schierati in Europa, come avvenne nel corso della Guerra Fredda con i missili Pershing in Germania e prima ancora con i Jupiter, dispiegati in Italia e Turchia, che causarono direttamente la Crisi dei Missili di Cuba, ma sancisce il divieto, ad entrambi i firmatari, di costruire sistemi missilistici Irbm indipendentemente da dove vengano schierati.

Il recente tentativo russo di accusare gli Stati Uniti di aver infranto il Trattato già nel 2017 con la conversione degli impianti industriali della Raytheon – nota fabbrica di missili americana – affinché sia possibile ricominciare la produzione di tale tipologia di vettori rientra proprio in quest’ottica.

Le accuse che le due potenze si scambiano vicendevolmente, unitamente ai sistemi missilistici che sono stati vietati dal Trattato e quindi sono spariti dai loro arsenali, sono ben note e già enucleate in precedenza (potete leggere l’approfondimento qui).

Torneranno gli Euromissili?

Lo scenario che vede il ritorno dei missili nucleari a raggio intermedio made in Usa in Europa al momento sembra scongiurato e non solo per il fatto che gli Stati Uniti non posseggano nei loro arsenali qualcosa di simile, quanto per il mutato quadro strategico europeo, ma non solo essendosi presentata la necessità di fronteggiare l’espansionismo e militarismo cinese, che è profondamente diverso rispetto a quello della Guerra Fredda e ha determinato un profondo cambiamento della politica di Washington verso il Vecchio Continente.

L’Europa, infatti, pare “spaccata in due” per quanto riguarda la percezione della minaccia russa con i Paesi dell’Est Europeo, gli ultimi entrati nell’Alleanza, più sensibili sulla questione rispetto a quelli più occidentali come Germania, Francia o Italia.

Non è infatti un caso che il sistema antimisisle Aegis Ashore, che rappresenta, col suo lanciatore verticale Mk-41 uno dei motivi di biasimo da parte di Mosca in merito al non rispetto americano delle clausole del Trattato Inf, sia stato situato in Romania e Polonia; nazioni che, coi Paesi Baltici, più lamentano l’aggressività di Mosca sull’onda emotiva della questione ucraina e richiedono da tempo e a gran voce la maggiore presenza Usa sul loro territorio, arrivando anche a concedere basi semi-permanenti a Washington, in violazione degli accordi tra Usa e Russia degli anni ’90 sull’espansione della Nato in Europa Orientale. 

Lo stesso Segretario Generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha escluso – per il momento – il dispiegamento di nuovi missili a carica nucleare in Europa annunciando che verranno prese altre misure di deterrenza non meglio specificate.

La momentanea decisione riflette anche i malumori statunitensi verso gli Alleati della Nato, che vengono accusati di “parassitismo” dal Presidente Trump in merito alla Difesa dell’Europa e che vengono da tempo sollecitati affinché aumentino considerevolmente le proprie spese in questo senso arrivando al famoso 2% del Pil. 

Malumori che hanno causato anche fratture importanti, come quella avvenuta al recente vertice dell’Alleanza di Bruxelles in cui un furente Trump ha minacciato l’uscita degli Stati Uniti dalla Nato.

L’Europa quindi, corre il serio rischio di trovarsi tra due fuochi nucleari e questa volta potrebbe avere la necessità di dover camminare sulle proprie gambe stante la politica della Casa Bianca volta ad una maggiore responsabilizzazione dei propri alleati.

Non è infatti da escludere che a Washington si stia affacciando con sempre maggior insistenza la volontà di ritirare quell’ombrello nucleare protettivo che ha garantito la pace e la stabilità tra i due blocchi ideologici e militari per oltre 40 anni attraverso il meccanismo dell’equilibrio del terrore, ovvero il congelamento di un’escalation nucleare perché qualsiasi impiego di armi di tal tipo, anche tattiche, avrebbe provocato la totale distruzione di entrambi gli schieramenti, non solo in Europa.

Il problema, infatti, è sempre quello che alcuni analisti degli anni della Guerra Fredda proponevano: la Casa Bianca è davvero disposta ad accettare la distruzione di città come New York, Chicago, delle sue infrastrutture industriali, economiche e militari, come conseguenza di un massiccio attacco missilistico russo per difendere la vecchia Europa?

Se prima questa domanda, lecita, poteva avere un’alta percentuale di risposta positiva, oggi forse non è più così stante l’aria che tira da qualche tempo nelle stanze della Casa Bianca. Un’aria di isolazionismo dettata dalla politica trumpiana che ben conosciamo: “America first”.

Le conseguenze del ritiro Usa dal Trattato per l’Europa

L’Europa quindi, con ogni probabilità, questa volta dovrà “fare da sè” per adeguarsi al nuovo – ed ampiamente previsto – scenario strategico e sebbene il rischio di un conflitto nucleare nel Vecchio Continente sia molto remota, così non è quella di un conflitto convenzionale vista l’attuale situazione di crisi in Ucraina e viste le tensioni lungo i confini orientali della Nato. 

Oltre agli arsenali atomici di Francia e Regno Unito, che però non hanno missili balistici a raggio intermedio o missili da crociera basati a terra, in Europa esistono bombe atomiche tattiche del tipo a caduta libera: in Italia in Germania ci sono un certo numero di bombe americane tipo B-61-11 a caduta libera utilizzabili previa autorizzazione Usa col meccanismo “a doppia chiave”.

Saranno quindi necessari strumenti di deterrenza made in Europe rappresentati da nuovi missili da crociera in grado di colpire efficacemente gli obiettivi russi grazie ad una maggiore gittata e precisione, oltre che, ovviamente, si dovrà cercare un sistema antimissile autoctono efficace.

L’esigenza vale anche per l’Italia che, proprio grazie al nuovo governo, ha cancellato il programma missilistico CAMM-ER che aveva parziali capacità antimissile e che avrebbe fornito una base interessante per poter sviluppare un sistema Abm italiano. Sempre restando nei nostri confini diventa anche necessario cercare un missile da crociera più a lungo raggio rispetto a quello attualmente in dotazione, lo Storm Shadow da 500 chilometri di gittata, e la nostra Marina Militare dovrà dotarsi di un similare vettore come ad esempio lo Scalp Naval in grado di colpire bersagli a mille chilometri di distanza già in dotazione alle marine militari di Francia e Regno Unito.

Come già detto la fine del Trattato Inf aprirà un vaso di Pandora “missilistico” che non riguarderà solamente i vettori nucleari e che vedrà la proliferazione di quelli a carica convenzionale

Lo sanno bene gli americani che nella loro dottrina Prompt Global Strike hanno considerato l’impiego di missili da crociera e di altri asset come missili ipersonici per il momento solo lanciabili da aerei, navi e sottomarini, ma lo sanno anche i russi che nella loro nuova dottrina militare hanno esplicitamente fatto riferimento al ricorso a sistemi di deterrenza non nucleari rivolti a prevenire un’aggressione contro la Federazione Russa attraverso armi convenzionali.

Toccherà quindi anche all’Europa adeguarsi e rivedere la propria strategia e le proprie costruzioni militari se non vuole fare la fine del vaso di coccio tra due vasi di ferro e gli strumenti, questa volta, ci sono.