Guerra /

Mancano ormai pochi giorni all’inizio di febbraio, termine ultimo dei 60 giorni di tempo concessi alla Russia dagli Stati Uniti per rientrare nei termini del Trattato Inf sulle forze nucleari intermedie.

All’inizio del mese prossimo, infatti, Washington potrebbe decidere di denunciare l’accordo che ha garantito il controllo degli armamenti nucleari, e pertanto la stabilità in Europa, negli ultimi 30 anni: il primo passo verso l’uscita vera e propria che avverrebbe nei sei mesi successivi.

La causa scatenante, per Washington, è il dispiegamento del missile da crociera 9M729 (SS-C-8 in codice Nato) lanciabile da una variante della piattaforma mobile Iskander, la N. Questo missile, con la sua gittata stimata dagli americani di più di 500 chilometri (si stima possa arrivare a 5mila) e la capacità di essere dotato di armamento nucleare violerebbe le clausole del trattato.

Con queste accuse e l’avvicinarsi della scadenza di quello che è un vero e proprio ultimatum di Washington – e della Nato – a Mosca, si spiega la presentazione avvenuta il 23 gennaio, davanti ad un folto pubblico di giornalisti, proprio del missile 9M729, che, per la prima volta in assoluto, è stato presentato pubblicamente con una dettagliata descrizione tecnica – fornita dal Ministero della Difesa Russo – che ha sottolineato come il suo raggio d’azione sia di 480 chilometri e quindi al di sotto del limite di 500 chilometri imposto dal Trattato Inf. 

Il vaso di Pandora 

La fine del Trattato Inf sulle forze nucleari intermedie aprirebbe un vaso di Pandora che riguarda non solo gli armamenti atomici come si potrebbe pensare dal nome del trattato.

Gli accordi, infatti, prevedono che tutti i missili raggio medio e intermedio e loro sistemi di lancio siano eliminati dagli arsenali delle due potenze. Pertanto i missili balistici e da crociera basati a terra con un raggio d’azione superiore a 500 chilometri, compresi quelli con carica convenzionale, sono espressamente vietati. 

Il Trattato non limita quelli lanciabili da velivoli o navi ed infatti entrambi i Paesi hanno continuato a sviluppare questi sistemi: ricordiamo, solo a titolo d’esempio, il Tomahawk statunitense o il Kalibr russo.

L’uscita dal Trattato Inf comporterebbe quindi non solamente il rischio di rivedere schierati missili balistici terrestri a raggio intermedio con carica nucleare, ma anche il proliferare di quelli a carica convenzionale, che negli ultimi 30 anni hanno avuto un formidabile progresso nel campo della precisione, della capacità distruttiva delle cariche convenzionali, e quindi della letalità.

Lo sanno bene gli americani che nella loro dottrina Prompt Global Strike hanno considerato l’impiego di missili da crociera e di altri asset come missili ipersonici per il momento solo lanciabili da aerei, navi e sottomarini, ma lo sanno anche i russi che nella loro nuova dottrina militare hanno esplicitamente fatto riferimento al ricorso a sistemi di deterrenza non nucleari rivolti a prevenire un’aggressione contro la Federazione Russa attraverso armi convenzionali.

Il momentaneo vantaggio russo 

Se si aprisse uno scenario simile, la Russia, momentaneamente, godrebbe di un vantaggio strategico rispetto agli Stati Uniti. Mosca ha infatti sviluppato tutta una serie di sistemi missilistici convenzionali di nuova generazione che non trovano ancora un equivalente nella controparte americana o della Nato.

Oltre al già citato missile Kalibr, utilizzato con successo nella campagna di Siria, la Russia dispone di un missile ipersonico prossimo alla piena operatività come il Kh-47M2 Kinzhal. Nella stessa categoria di missili ipersonici troviamo anche lo Zircon in fase di sviluppo senza dimenticare quelli più “classici”: Mosca dispone di un nuovo missile da crociera rappresentato dal Kh-50 e dal Kh-101 dalle caratteristiche stealth. Nella lista, ovviamente, è presente anche il missile 9M729 già ampiamente descritto in precedenza e col vantaggio di essere già predisposto per il lancio terrestre. 

Da questo punto di vista gli Stati Uniti sono leggermente in ritardo: al momento oltre al vetusto Tomahawk possiedono l’Agm-158 Jassmanche nella sua versione antinave Lrasm –  che sta sostituendo lentamente l’Agm-86C Calcm negli arsenali, dove sono ancora presenti gli stessi missili aviolanciabili ma a carica atomica. La Us Navy e l’Usmc hanno ancora in dotazione l’Agm-154 Jsow entrato in servizio per la prima volta nel 1998.

Washington risulta in ritardo, al contrario di Russia e Cina, nello sviluppo di un missile ipersonico, ma nei vari progetti finanziati per l’anno fiscale 2019 ce n’è uno del Darpa che si chiama Hawc (Hypersonic Air-breathing Weapon Concept) che potrebbe riesumare il Lrsam-B così frettolosamente messo da parte qualche anno fa. Mosca però, da questo punto di vista, sembra essere notevolmente più avanti come detto.

Una lacuna da colmare in fretta

Se davvero Washington intende ricusare il Trattato Inf dovrà sicuramente colmare l’evidente lacuna che ha nei confronti dei sistemi missilistici convenzionali da crociera e balistici e dei suoi lanciatori.

La Russia, con il sistema mobile Iskander, ha già un mezzo economico e versatile che può – ed è già stato – essere rapidamente convertito allo scopo, mentre a Washington un tale asset manca del tutto, e soprattutto non ve n’è traccia nei nuovi programmi di armamento americani.

Le basi di lancio del sistema Aegis Ashore, che secondo i russi potrebbero essere rapidamente convertite per utilizzare i missili da crociera, hanno il netto svantaggio di essere fisse e quindi rappresentano un obiettivo prioritario pagante per un first strike con armi convenzionali strategiche come può essere appunto il missile 9M729.

La conversione dei missili Standard usati dal sistema Aegis affinché siano idonei a colpire obiettivi terrestri potrebbe essere una soluzione ad interim, se pur con tutte le critiche sollevabili per la questione del rapporto costi/benefici e dei tempi per arrivare ad un ingresso in servizio.

Pertanto a Washington, e alla Nato, potrebbe essere conveniente posticipare l’uscita dal Trattato Inf di qualche tempo, se pur tenendo ben presente che, dall’altro capo del mondo, c’è un Paese che non ha siglato il Trattato e che sta intraprendendo una corsa agli armamenti proprio per fronteggiare e sconfiggere la supremazia globale americana e così potervisi sostituire: la Cina.