Gli ultimi sono stati mesi concitati per le borse e i mercati internazionali, messi sotto pressione dalle incertezze geopolitiche e dalle tensioni dovute a una crescente incertezza, che hanno portato alla polverizzazione di centinaia di miliardi di dollari nelle più importanti piazze d’affari.

Per fare alcuni esempi, nel trimestre appena trascorso, Facebook, Apple, Netflix e Google hanno registrato perdite comprese tra il 15 e il 25% della loro quotazione, mentre nel comparto bancario colossi come Ing e Bbva hanno bruciato il 35% della loro capitalizzazione nel 2018, Barclays, Ubs, Santander e Rbs circa il 28% e Deutsche  Bank, il “malato d’Europa“, oltre il 50%.

Siamo ben oltre la fase di assestamento dopo il rally del 2017 e dei primi mesi del 2018. E le incertezze sono connesse, in primo luogo, alla cronica instabilità di un settore finanziario speculativo che non ha appreso le lezioni del 2007-2008 e degli eventi successivi. Detonatore di una nuova tempesta finanziaria potrebbe essere, in questo caso, il debito corporate. Dai picchi del 2008 questo indebitamento è lievitato del 40%, di oltre 2.500 miliardi di dollari nei soli Stati Uniti, pari a una percentuale record del 45% del Pil. E ad esso è associata una massa oceanica di derivati: la sola Deutsche Bank ne detiene una quota che è stimata essere tra le 27 e le 42 volte il Pil tedesco. Nel  bilancio 2017, scrive Il Sussidiario, “il  valore nozionale (facciale, teorico insomma)” dei derivati detenuti da Deutsche Bank “arrivava alla follia di 48,3 trilioni di euro (5,4% sul 2016), che significherebbe 48mila miliardi, venti volte il debito pubblico italiano”.

La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina rappresenta un fattore di instabilità non secondario, ma nella gran parte dei casi ha agito più come generatrice di aspettative di diverso segno nei mercati piuttosto che come fattore di influenza concreto. “Perché ogni evento che riguarda Stati Uniti e Cina, come l’ arresto della figlia del fondatore di Huawei, crea tracolli così violenti nelle Borse?”, si chiede Il Sole 24 Ore. “Le risposte plausibili sono tre. Uno: a pesare più delle tariffe è l’ incertezza che lo scontro Usa-Cina crea. Due: il timore è che la guerra commerciale sia solo la punta di un iceberg di una battaglia più profonda tra le due super-potenze. Tre: i mercati hanno un malessere di fondo e, dopo anni di rally, ormai cercano solo un pretesto per sgonfiarsi”.

A ciò va aggiunto il rafforzamento del dollaro, che apprezzandosi è divenendo una sorta di “bene rifugio” e ha contribuito a drenare risorse da Paesi emergenti come Turchia, Argentina, Nigeria. Ciò mette sotto tensione i mercati europei. Come scrivevamo su questa testata, “il problema principale per le economie europee, in questo contesto, è il fatto che numerosi istituti creditizi continentali hanno, in passato, erogato prestiti facili nei Paesi emergenti (come dimostrato dall’alta esposizione della Turchia) e che le condizioni di economia aperta in cui l’Eurozona si trova la esponga maggiormente alle turbolenze internazionali.

La fine dell’espansione monetaria decretata dalla Bce attraverso il quantitative easing nel 2019, in questo contesto, “aggiunge elementi di incertezza: se la fuga di capitali dai mercati emergenti dovesse continuare, gli investitori europei potrebbero segnalare la volontà di un cambio di politica monetaria al successore di Mario Draghi a Francoforte attraverso manovre destinate a incrementare gli spread tra i diversi debiti pubblici”.

Di conseguenza è da considerare particolarmente allarmante la denuncia lanciata di recente da Bankitalia in un report recente, in cui si segnalava il rischio connesso alla presenza nei mercati finanziari europei di 6.800 miliardi di titoli in gergo tecnico chiamati di “Livello 2 e 3” e nel linguaggio più popolare “titoli tossici”. Crediti deteriorati, derivati speculativi e titoli ad alto rischio che per il 75% sono in pancia a istituti francesi o tedeschi. Strumenti, fa notare il Sole,“spesso complessi e opachi, per i quali non esiste un mercato di riferimento che stabilisca un prezzo: non avendo un valore certo, dunque, le banche li iscrivono nel bilancio a un prezzo ricavato o dal confronto con titoli simili (nel caso del ‘Livello 2’) oppure da complessi calcoli matematici (nel caso del ‘Livello 3’). Insomma: una montagna da 6.800 miliardi di euro è iscritta nei bilanci a valori opinabili. E non verificabili da parte della Vigilanza”.  Nei mercati regna l’incertezza perché fino a poco tempo fa ha regnato l’ignavia, la totale noncuranza delle regole di buonsenso che avrebbero dovuto essere interiorizzate dopo la Grande Crisi. Una leggerezza in cui, in caso di nuova tempesta finanziaria, pagherebbero di nuovo le conseguenze centinaia di milioni di persone in tutto il mondo.