Netanyahu ha difeso di fronte ai falchi israeliani la decisione di aprire Gaza agli aiuti umanitari: decisione necessaria, ha spiegato, per poter proseguire le operazioni militari. E ha trovato l’appoggio del superfalco Bezalel Smotrich, che appoggia il suo governo, il quale ha rasserenato i suoi sostenitori spiegando che neanche un chicco di grano arriverà ad Hamas.
Claudia Carpinella, su InsideOver, spiega cosa prevede il piano di aiuti: ammassare i palestinesi in zone cosiddette umanitarie, cioè dei campi di concentramento, distribuire a essi una “quantità minima di cibo“, come ha specificato Netanyahu, sincerandosi, tramite il riconoscimento facciale, che gli aiuti siano dati solo ai civili e non ad Hamas.

Se si tiene presente che l’accusa usata per bandire da Gaza e Cisgiordania l’Unwra (l’Agenzia dell’Onu per l’assistenza ai palestinesi), secondo la quale tale Agenzia, con i suoi 12mila operatori, era una sorta di dependance di Hamas, non aveva alcun fondamento, come riconosciuto dalla comunità dell’intelligence Usa, si può facilmente prevedere, a meno di sviluppi positivi, che il numero degli esclusi dagli aiuti sarà alto.
Peraltro, il piano prevede che inizialmente solo il 60% dei palestinesi abbia accesso agli aiuti (su una popolazione di 2 milioni di individui…), cioè quanti patiscono di una “privazione estrema”. Anche qui è facile comprendere che gli esclusi precipiteranno presto nella privazione estrema com’è facile capire il costo umano di tutto ciò.
Detto questo, poco, anzi pochissimo, è meglio che niente. A sbloccare la situazione è stata l’amministrazione Trump, che ha concordato la ripresa degli aiuti nell’ambito dell’accordo per la liberazione dell’ostaggio israelo-americano Edan Alexander, con l’inviato speciale di Trump Steve Witkoff che ha promesso personalmente di far rispettare l’intesa.

E così è stato, anche se non sono stati rispettati i tempi brevi richiesti da Hamas a causa dell’ostracismo del premier israeliano. Infatti, lo stallo si è sbloccato solo quando gli Usa hanno minacciato di far arrivare gli aiuti anche senza il consenso di Tel Aviv. A quel punto Netanyahu ha dovuto cedere, non potendo permettersi una frattura con l’alleato che fornisce a Tel Aviv il necessario per lo sterminio dei gazawi. Frattura che non può permettersi neanche Trump, che infatti ieri ha negato quanto circolato in precedenza circa il suo allontanamento da Netanyahu e ribadito la piena sintonia con questi.
Intanto giunge lo scoop di Axios: il vicepresidente J. D. Vance, reduce dall’incontro con papa Leone XIV, ha deciso di annullare la visita programmata in Israele per evitare di essere coinvolto nell’operazione Carri di Gedeone, o Carri del genocidio, come da puntualizzazione di Gideon Levy.
È una partita a scacchi quella che si sta giocando sulla pelle dei palestinesi, nella quale si sta trattando anche per la fine della guerra, che la delegazione Usa e Hamas stanno esaminando da tempo. Solo l’esistenza di tale dialogo e le pressioni americane in tal senso spiegano il fatto che ieri, per la prima volta, il gabinetto del premier israeliano abbia accennato alla possibilità che lo sterminio abbia termine.
Infatti, lo staff del primo ministro ha comunicato che la delegazione israeliana sta trattando con Hamas la proposta di Witkoff – liberazione di 10 ostaggi in cambio di una tregua di due mesi – ma anche la possibilità di “raggiungere un accordo per porre fine alla guerra attraverso la liberazione di tutti gli ostaggi di Gaza e la resa completa e l’esilio di Hamas” (Timesofisrael). Inutile nutrire speranze su tale sviluppo, almeno al momento, resta però necessario registrare tale novità.
Intanto, la campagna su larga scala contro Gaza, cioè il genocidio dei suoi abitanti, va avanti. Usiamo tale parola riprendendo anche l’esito di una recente inchiesta del quotidiano olandese NRC dal titolo “Sette ricercatori di fama [mondiale] quasi unanimi: Israele sta commettendo un genocidio a Gaza”. Sintetico, lapidario, il sottotitolo: “NRC ha intervistato sette autorevoli ricercatori sul genocidio a Gaza. Non sono minimamente divisi come l’opinione pubblica: senza eccezioni, descrivono le azioni israeliane come ‘genocide’. E secondo loro, quasi tutti i loro colleghi sono d’accordo”. Si parla dei più autorevoli studiosi dell’Olocausto e del genocidio in circolazione. Inutile aggiungere.

Come sintetico e lapidario è il titolo di un articolo di Haaretz che sintetizza un intervento del ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich: “Stiamo distruggendo tutto ciò che resta di Gaza, il mondo non ci ferma”. L’ultimo giorno di Gaza, come da titolo scelto per la mobilitazione del 9 maggio, non passerà senza contraccolpi.
L’Occidente pagherà duramente il silenzio assordante e la connivenza sul genocidio che si sta consumando Gaza. I demoni scatenati nella Striscia, se non troveranno un freno, dilagheranno altrove. La storia insegna come la connivenza della Germania con il genocidio armeno favorì gli orrori dell’Olocausto.


