Il primo messaggio di Ofe è: “Sto bene, sono solo raffreddata perché qui fa molto freddo. Infatti non permetto ai miei figli di lasciare la stanza per paura che si ammalino”. La stanza in realtà è una tenda in un campo profughi nella regione di Shehba, nel nord-ovest della Siria, tra Aleppo e Afrin. Ofe è una donna di 30 anni, madre di due bambine, ex insegnante di inglese e volontaria per la Ong italiana Mezzaluna Rossa Curda. Ofe è anche una profuga siriana, costretta a lasciare la sua casa ad Afrin per sfuggire alla Turchia che ha assunto il controllo della città nel 2018 a seguito dell’operazione Scudo dell’Eufrate.

“C’è una grande tensione in tutta la Siria, ma in particolare nella regione di Aleppo”, spiega Ofe a InsideOver. “Nemmeno qui a Shehba c’è pace: i villaggi che confinano con i territori ancora in mano al Free Syrian Army (l’esercito che raccoglie le milizie cooptate dalla Turchia, ndr) vengono spesso bombardati, ma nella maggior parte dei casi i razzi cadono nei terreni agricoli senza fare grossi danni”.

Come ricorda anche Ofe, attualmente l’esercito siriano, con il supporto delle forze aeree russe, “sta continuando ad avanzare su Idlib, scontrandosi con la Turchia che non è disposta ad andare via né da quei territori, né da Aleppo. Al momento le forze governative stanno combattendo contro i gruppi armati presenti ancora in città vicino a Nubel e Zara’a (due villaggi sotto il controllo dell’Iran)”. Damasco è riuscita a riprendere solo in parte il controllo di Aleppo e la città continua ad essere divisa tra forze governative e milizie ribelli. Nelle ultime settimane i combattimenti nell’area sono aumentati: il presidente Assad sta cercando di riconquistare l’autostrada M5 che collega la capitale con Aleppo e nella sua avanzata si è trovato a fare i conti con le forze turche. “Vedremo fino a fine febbraio chi l’avrà vinta tra Siria, Russia e Turchia”.

Ma la guerra non è la prima preoccupazione degli abitanti del campo profughi. “Quest’anno stiamo affrontando l’inverno più duro che si sia mai visto in tutta la Siria. Le persone qui soffrono molto, soprattutto bambini e anziani. Le tende sono fatte di nylon e non sono sufficienti per combattere il freddo, siamo costretti a dormire con le calze e i giubbotti addosso. Riusciamo ancora a mangiare grazie a quello che è rimasto nei magazzini dall’anno scorso. Per quanto riguarda i vestiti continuiamo a usare gli stessi o li compriamo di seconda mano in alcuni negozi. Abbiamo bisogno di qualsiasi cosa, dai vestiti al diesel”.

Ad aiutarli però c’è solo la Mezzaluna Rossa Curda. “Anche per loro però raggiungerci è difficile: le forze di sicurezza siriane chiedono 10mila dollari per ogni camion che cerca di arrivare a Shehba dalla regione di Jazira (nel nord-est della Siria, ndr). È stato così fin da quando abbiamo installato il nostro campo qui. Sanno che l’Amministrazione locale è disposta a tutto pur di avere quegli aiuti e cercano di trarne tutto il vantaggio possibile. Questo comportamento è parte di una più grande strategia del regime siriano contro i profughi curdi”.

Anche l’Onu, spiega ancora Ofe, si è trovata ad affrontare le stesse difficoltà, ma in generale le Nazioni Unite non hanno mai fatto niente per i profughi di Shehba. “Abbiamo inviato centinaia di report sulle nostre condizioni di vita, ma non ci hanno mai risposto. L’Onu fa differenza tra profughi di seria A e B”. E quelli di Shehba rientrano nella seconda categoria. Il miglioramento della vita nel campo sembra dipenda più dall’esito dei colloqui che si terranno tra le forze di Damasco e quelle curde, anche in vista di un possibile attacco da parte della Turchia contro la regione, che non dall’aiuto internazionale. “Di sicuro stiamo per assistere una feroce battaglia tra Afrin e Aleppo. Il futuro è l’ultima cosa a cui riusciamo a pensare”.

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