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Nelle ultime settimane, l’amministrazione Trump ha intensificato la sua politica di “massima pressione” nei confronti del presidente venezuelano Nicolas Maduro, passando da sanzioni economiche imposte nel primo mandato a un’escalation militare evidente: non è più un mistero che uno degli obiettivi della Casa Bianca sia quello di arrivare a un “regime change”. Nel Mar dei Caraibi, infatti, Washington ha dispiegato i suoi imponenti asset navali e aerei, tra cui quattro cacciatorpedinieri classe Arleigh Burke, un incrociatore missilistico, un sottomarino d’attacco, un gruppo anfibio dei Marine e squadroni di caccia F-35, ufficialmente per operazioni contro il narcotraffico, ma con un volume di potenza di fuoco tale da far presupporre un’operazione su vasta scala.

Tensione alle stelle tra Usa e Maduro

Maduro ha reagito con una lettera all’ONU avvertendo di un imminente “attacco armato”: preoccupazioni che sembrano fondate, considerata la recente creazione di una nuova Joint Task Force sotto il comando SOUTHCOM, guidata dalla II Marine Expeditionary Force e dalle recenti parole di Donald Trump, che conferma di aver autorizzato la Cia a mettere in campo delle operazioni “letali” in territorio venezuelano. L’amministrazione Usa considera Maduro un capo di un’organizzazione narcoterroristica responsabile dell’esportazione di crimine, droga e immigrati illegali verso gli Stati Uniti; il segretario di Stato Marco Rubio lo ha dichiarato illegittimo per la palese falsificazione delle elezioni del 2024, mentre il Dipartimento di Giustizia ha raddoppiato la taglia per la sua cattura a 50 milioni di dollari. Insomma, i presupposti per un’operazione ci sono tutti e non più questione di “se” ma di “quando”.

Perché gli Usa vogliono rovesciare Maduro

Ma la domanda che molti si pongono è: perché proprio il Venezuela? Per le sue risorse? Per il petrolio? La risposta è decisamente più complessa. Come già osservato su InsideOver, nell’amministrazione Usa sembra abbia prevalso la “linea dura” verso Maduro. Secondo quanto riporta Responsible Statecraft, su questo fronte sembra che il Segretario di Stato Marco Rubio stia prevalendo nella battaglia interna all’amministrazione Trump sulla direzione della politica statunitense verso il Venezuela. Il segnale che è stato dato nei giorni scorsi è molto chiaro: l’inviato speciale della Casa Bianca, Richard Grenell – che, dopo aver incontrato il presidente Nicolás Maduro a Caracas a gennaio, ha firmato accordi di deportazione, ottenuto il rilascio di prigionieri americani e assicurato licenze energetiche per le major petrolifere statunitensi ed europee – è stato incaricato dal presidente Donald Trump di interrompere ogni contatto diplomatico con la nazione sudamericana.

Rubio lavora da tempo per spingere l’amministrazione Usa a destabilizzare il Venezuela attraverso una strategia di “massima pressione” che contempla anche l’uso dell’hard power. Fu proprio l’allora senatore Rubio, gennaio 2019, a chiedere a Trump di riconoscere l’allora semi-sconosciuto leader dell’Assemblea Nazionale, Juan Guaidó, come presidente ad interim, cosa che Trump fece il giorno successivo, spingendo Maduro a interrompere i legami diplomatici con Washington. Rubio, riporta sempre Responsible Statecraft, ha trovato ampio sostegno bipartisan per la sua strategia di massima pressione.

Secondo The American Conservative, l’escalation militare di Donald Trump contro il Venezuela non è giustificata dalla retorica contro il narcotraffico. L’affermazione secondo cui tali organizzazioni criminali siano sotto il diretto controllo di Maduro appare come “un’affermazione pretestuosa”, nota la rivista conservatrice, “un goffo, tentativo, persino imbarazzante di aggirare i poteri di guerra residui del Congresso”.

La spiegazione più plausibile, osserva la rivista americana, è anche la più banale, all’apparenza: “lo facciamo solo perché possiamo. A nessuno piace particolarmente il Venezuela comunista. Trump, nonostante tutta la sua retorica pacifista, apprezza le dimostrazioni di hard power americano. (Quanti vertici diplomatici iniziano con un sorvolo della flotta di bombardieri del Paese ospitante?) Ora abbiamo un “Dipartimento della Guerra”, il che, come ha sottolineato Trump, dimostra che non ci occupiamo solo di difesa, ma anche di offesa. McKinley, la fissazione storica del 47° presidente agli albori dell’amministrazione, ha condotto una “splendida piccola guerra” in America Latina con poche conseguenze negative immediate”.

I neocon – come Rubio – ragionano così e gli Stati Uniti hanno bisogno di una guerra per tenere il loro mastodontico complesso industrial-militare. E di mostrare al mondo che sono ancora una superpotenza temibile. Michael Ledeen, influente neoconservatore e analista di politica estera (scomparso nel maggio 2025) affermava in merito: “Ogni dieci anni circa, gli Stati Uniti hanno bisogno di prendere in mano qualche piccolo paese merdoso e gettarlo contro il muro, solo per mostrare al mondo che facciamo sul serio”.

A ciò si aggiunge la strategia dell’amministrazione Trump che, rispolverando la storica “Dottrina Monroe” e il Corollario Roosevelt, ha riaffermato l’egemonia statunitense sull’emisfero occidentale. In questo contesto di “sfere di influenza”, è evidente che, nel cortile di casa degli Stati Uniti, una figura come Maduro risulti sgradita.

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