C’è un problema grosso come una casa da risolvere per gli europei che vogliano riconquistare un ruolo autonomo nella crisi, e si chiama Kaja Kallas. L’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea è in carica da poco tempo, ma è già riuscita a essere la più divisiva e meno incisiva di sempre. Ignorata dal nuovo capo del Pentagono, Pete Hegseth, che si è riferito a lei come “ex primo ministro estone”, Kallas non ha alcun apporto diplomatico per un’Unione in profonda crisi e nessuna visione che vada oltre il ripetere, ossessivamente, che dobbiamo prepararci alla guerra con la Russia.
In effetti è la Russia è l’unico pensiero, l’unica priorità, l’unica ossessione di Kallas. Se un argomento non riguarda la Russia, non le interessa minimamente, e le frasi che pronuncia non si distinguono da una conversazione generata a caso su ChatGPT. Immaginate di parlare di continuo di crimini di guerra, come fa Kallas, e poi stendere il tappeto rosso a un criminale di guerra come il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar (è successo due settimane fa, a margine dell’incontro per rinnovare il partnenariato economico Ue-Israele).
Immaginate di essere un falco completamente sconnesso da tutto ciò che non è rancore post-sovietico in Europa, proveniente da un Paese anti-russo massimalista, dove il 70% dei cittadini voleva le sue dimissioni da premier per scandali legati alla corruzione corruzione, ed essere investita di un ruolo che richiede invece cultura introspettiva, creatività e capacità di mediazione. Immaginate di dover considerare la possibilità di chiedere aiuto alla Cina per trovare una mediazione tra l’Europa umiliata dall’allineamento tra Washington e Cremlino, e aver abbandonato la tradizionale definizione europea della Cina come “partner, concorrente e rivale sistemico”, e aver lasciato unicamente la parte sul “rivale sistemico”, come ha fatto mesi fa la nuova capa della diplomazia UE, quando alla Casa Bianca c’era ancora Joe Biden.
Dai NAFO ai vertici della Ue
Prima di assurgere al suo attuale ruolo, Kallas elogiava le modalità di trolling a tappeto dei NAFO: sono, per chi non frequenta Twitter (o X che dir si voglia) un gruppo di attivisti online che dietro la pretesa di difendere l’Ucraina e combattere la disinformazione russa diffama, molesta e rivela dettagli personali di studiosi e giornalisti invisi. Un’inchiesta del giornalista Moss Robeson ha confermato che il padre fondatore dei NAFO è stato membro della National Alliance, “la formazione neonazista più pericolosa e meglio organizzata d’America”.
Fino all’altro ieri, Kallas promuoveva l’idee di poter combattere con le azioni di disturbo sui social non solo la “propaganda russa” – la cui esistenza, per carità, non è in discussione – ma anche le “interpretazioni sbagliate” sulla guerra – sbagliate, cioè, anche solo quelle che ipotizzavano responsabilità della Nato nella crisi o la necessità di un compromesso per uscirne.
Ora che i #NAFOfellas sembrano essersi sciolti come neve al sole, il loro modus operandi è stato trasferito a un’élite politica che non sa più come uscire dal pantano. Il danno che questi incel xenofobi, formati da un nazista polacco, hanno causato all’immagine dell’Ucraina – insultando e tormentando non solo la galassia MAGA (che ora si è vendicata trattando Kallas a pesci in faccia), ma anche tanti altri che in genere sostenevano l’Ucraina, seppur con una visione più articolata della storia e della strategia atlantica – è stato enorme. L’intera UE è finita in una posizione imbarazzante e insostenibile, emarginata dalle trattative.
I partiti socialdemocratici e soprattutto i partiti dell’Europa meridionale dovrebbero chiedersi, a questo punto, se Kaja Kallas possa permettersi di rimanere in carica fino al 2029, considerando che ha già screditato la politica estera dell’UE a tal punto da rendere necessarie urgenti misure di contenimento dei danni.

