Guerra /

Sono mesi, anzi anni, in cui il confronto tra gli Stati Uniti e la Cina non si gioca solamente sui tavoli dei mercati e delle trattative commerciali. Le due potenze globali utilizzano il proprio strumento navale per qualcosa di più che il solo “mostrare la bandiera” e se da un lato la Cina, da questo punto di vista, manca ancora di esperienza avendo una flotta sostanzialmente in costruzione e quindi una capacità di proiezione di forza meno efficace rispetto a quella americana , dall’altro gli Stati Uniti sono tornati prepotentemente, e tra mille difficoltà dovute alle restrizioni di bilancio, a utilizzare le regine della flotta, le portaerei, come mezzo diplomatico per i propri fini.

L’attività navale cinese nei mari del mondo è andata aumentando, sebbene, per ovvi motivi dati dalla consistenza della flotta, non con la stessa intensità di quella statunitense: navi cinesi si sono viste in esercitazioni congiunte con la Russia nel Mar Baltico (2017), prima ancora nel Mediterraneo (2015) senza dimenticare la presenza quasi costante nell’Oceano Indiano dove Pechino ha una base importante a Gibuti, nel Corno d’Africa, da cui può controllare il passaggio attraverso l’importante stretto di Bab el-Mandeb.

Washington a fronte del rischio di vedere la Cina stringere alleanze che potrebbero mettere ulteriormente in crisi la sua egemonia globale, minacciata anche dal tentativo di ritorno in auge della Russia, ha aumentato la frequenza della sua attività navale – usurando uomini e mezzi – utilizzando proprio le portaerei, che rappresentano ancora il più efficace strumento di proiezione di forza.

Dopo qualche anno in cui l’attività di queste unità sembrava scemata, gli Stati Uniti sono tornati a schierarle nei punti caldi del globo per riaffermare il proprio impegno diplomatico. L’attività nell’Indo-Pacifico, ancora una volta, rende bene la misura di quanto stiamo affermando: negli ultimi mesi Washington ha dispiegato con sempre maggiore frequenza i suoi Csg (Carrier Strike Group) nel Mar Cinese Meridionale e nel Mar delle Filippine in attività di addestramento congiunto che hanno visto la presenza di più di una portaerei. Proprio questa settimana, in particolare, due unità, la Uss Nimitz (Cvn-68) e la Uss Ronald Reagan (Cvn-76) hanno inaugurato due cicli distinti e contemporanei di manovre con le forze navali di India, Giappone e Australia.

Il gruppo della Nimitz, di cui fa parte l’incrociatore della classe Ticonderoga Uss Princeton (Cg-59) e i cacciatorpediniere della classe Arleigh Burke Uss Sterett (Ddg-104) e Uss Ralph Johnson (Ddg-114), è impegnato in esercitazioni con la Marina Indiana cominciate il 20 luglio. L’India ha schierato il caccia Ins Rana, insieme alle fregate stealth Ins Sahyadri e Ins Shivalik accompagnate dalla corvetta lanciamissili Ins Kamorta. Parallelamente risulta che l’aviazione indiana abbia distaccato presso l’aeroporto di Car Nicobar, nell’arcipelago delle Andamane-Nicobare, 10 velivoli Jaguar armati di missili antinave Harpoon, ma non sappiamo se prenderanno parte alle manovre.

Dietro la solita finalità dell’incremento della capacità interoperativa tra le due flotte (tra cui spicca quella della difesa aerea), la volontà di Washington è quella di stringere ulteriormente i legami con Nuova Delhi, impegnata in queste settimane in un acceso confronto con la Cina per il controllo della regione contesa del Kashmir.

L’India vede con preoccupazione il rinnovato espansionismo nazionalista cinese e in particolare teme di essere circondata da quella “collana di perle” fatta da porti e infrastrutture commerciali – ma potenzialmente di utilizzo anche militare – che Pechino sta costruendo nell’area dell’Oceano Indiano.

Non è un segreto che Nuova Delhi si sia attivata non solo per migliorare le capacità delle proprie Forze Armate, soprattutto a seguito dell’escalation nel Kashmir, ma anche per potenziare la propria capacità di sea control, tramite la nascita, ad esempio, di una catena di idrofoni del tipo Sosus tra le Andamane e l’isola di Sumatra.

Abbiamo già analizzato questa questione, specificando che se questa rete di ascolto subacquea verrà integrata con quella nippo-americana che corre dall’arcipelago giapponese sino alle Filippine, significherà per l’India una scelta di campo che spingerà Nuova Delhi tra le braccia di Washington, ponendo fine al suo atteggiamento ondivago tenuto in questi anni. L’India infatti, in quanto Paese ufficialmente e storicamente “non allineato” ha sempre avuto importanti relazioni diplomatiche sia con Mosca ma anche con la stessa Pechino nell’ottica della ricerca della stabilità regionale e della propria prosperità in uno scacchiere che, per i motivi già detti, si è fatto via via più complesso.

Ora il quadro sembra cambiato, e se da un lato Nuova Delhi continua a intrattenere rapporti più che amichevoli con la Russia, culminati nell’acquisto anche recente di strumenti bellici, dall’altro i rapporti diplomatici – e quindi commerciali – con la Cina sembrano essersi deteriorati, nonostante la considerazione che Pechino ha a riguardo del mercato indiano, molto importante per il bilancio delle esportazioni.

Questa esercitazione è solo l’ultima in ordine cronologico, dopo le Malabar degli anni scorsi, che certifica come l’India abbia spostato il suo baricentro diplomatico verso gli Stati Uniti, abbracciandone le istanze.

Washington non dimentica, nel contempo, i suoi alleati storici, altrettanto allarmati dal protagonismo (armato) cinese. Come accennato il Csg della Ronald Reagan, mentre quello della Nimitz è in azione nell’Oceano Indiano, sta effettuando manovre congiunte nel Mar delle Filippine con unità navali di Australia e Giappone. Il gruppo navale misto che accompagna la Ronald Reagan è composto dall’incrociatore classe Ticonderoga Uss Antietam (Cg-54) e dal cacciatorpediniere classe Arleigh Burke Uss Mustin (Ddg-89) insieme alla nave da assalto anfibio australiana tipo Lhd Hmas Canberra (L02), dal caccia Hmas Hobart (Ddg-39), dalle fregate Hmas Stuart (Ffh-153) e Hmas Arunta (Ffh-151) e al rifornitore di squadra Hmas Sirius (O-266). Il Giappone partecipa con il caccia Js Teruzuki (Dd-116).

La Us Navy continua quindi a giocare un ruolo centrale nella politica statunitense di contenimento della Cina nell’area dell’Indo-Pacifico, se pur dietro il paravento formale del “rispetto delle norme della libera navigazione e della promozione della stabilità della regione”, e le sue portaerei ne sono ancora le protagoniste incontrastate. Per quanto tempo ancora lo saranno è materia di studio da parte di analisti e tecnici, ma è ragionevole pensare che resteranno le “regine dei mari” per molti anni a venire stanti i miglioramenti della tecnologia e l’adeguamento delle tattiche di combattimento aeronavale.

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