La Difesa italiana è da tempo intenta a risolvere un dilemma per il suo posizionamento tecnologico, industriale e, di converso, politico-economico all’interno delle diverse cordate consoldiate nel campo occidentale. L’Italia sceglierà di battere la pista atlantica, come sembrano far presagire le manovre di Leonardo, o di conseguire spazi di manovra nel contesto della Difesa comune europea e di un’industria continentale?

Il dilemma, molto spesso, è superato sul campo dalla realtà dei fatti: gare di fornitura da miliardi di euro, contratti onerosi e politiche ambiziose di ricerca e di sviluppo trascinano in diversi i complessi militari-industriali del Vecchio Continente oltre le posizioni di maggior ispirazione politica. Se l’industria della Difesa fa sistema, in fin dei conti, non importa quali siano i suoi sbocchi preferenziali: l’importante è la capacità di ragionare avendo come fine il maggiore interesse nazionale.

E così Fincantieri, che rispetto all’ex Finmeccanica era stata interprete di una scelta più “europeista” attraverso l’asse con la francese Naval Group, si è trovata ad essa allineata nel conquistarsi spazi di manovra nel cruciale mercato del Qatar. Battendo proprio l’alleata-rivale francese nella costituzione di un partenariato strategico con Doha, che dal 2016 in avanti ha concordato con il gruppo cantieristico affari di ampio respiro.

Gli accordi sono stati capaci di migliorare lo stato complessivo delle relazioni economiche Doha-Roma. “Nel 2018 l’interscambio commerciale tra Italia e Qatar è stato pari a 2,6 miliardi di euro, in aumento rispetto ai 2,3 dell’anno precedente. Rilevante il contributo del comparto della difesa”, scrive Formiche. “Quattro anni fa, Fincantieri ha siglato il contratto per sette navi (attualmente in costruzione nei cantieri italiani del Gruppo) e circa 4 miliardi di euro”. In quell’occasione fu “il sistema-Italia” a vincere la commessa, con il coinvolgimento sul programma di Leonardo, MBDA ed Elettronica e il decisivo appoggio esterno del comparto politico e diplomatico. A pochi giorni dalla visita del presidente della Repubblica Sergio Mattarella in Qatar Fincantieri ha piazzato, nella giornata del 24 gennaio, un nuovo colpo.

Fincantieri ha infatti concluso con Doha un memorandum d’intesa per la progettazione, costruzione e gestione di una nuova base navale, la fornitura di unità d’alto mare e sottomarini e lo sviluppo di tecnologie strategiche legate alla digitalizzazione dei radar e alla sicurezza cybernetica. Una partnership intensa e che si prospetta come duratura, in scia alle vittorie politiche-economiche di Leonardo, capace di primeggiare nella corsa per la fornitura al Qatar di 28 elicotteri Nh90, nel contesto di un contratto da 3 miliardi di euro.

Doha, inoltre, ha siglato un’intesa da 6 miliardi di euro per 24 caccia Typhoon prodotti dal consorzio Eurofighter, di cui Leonardo-Finmeccanica ha una quota del 36 per cento, e risulta uno dei più importanti investitori stranieri in Italia da Milano alla Costa Smeralda. La proiezione congiunta di Fincantieri e Leonardo ci ricorda che, in ultima istanza, quello che scende in campo è il Paese. E che dividere l’industria della Difesa su faglie “territoriali” rischia di renderla vittima di lotte di condominio o, peggio, influenze esterne. Il caso Qatar insegna, però, quelle che potrebbero essere le insidie di un eccessivo legame al treno “carolingio” a trazione franco-tedesca, ovvero il rischio che nei maggiori progetti gruppi come Thales e Airbus facciano valere il loro peso e la loro influenza economico-politica per rivendicare maggiore protagonismo a scapito dell’agguerrito comparto italiano. Muovendosi divise e colpendo unite, le nostre eccellenze possono produrre risultati di grande profilo.