La geopolitica della corsa allo spazio
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La guerra in Etiopia esplode il 4 novembre 2020, a seguito della decisione del premier etiope Abiy Ahmed di inviare le truppe federali nella regione settentrionale del Tigray. Qui a governare è il partito del Tplf, formato al suo interno dall’etnia tigrina e al potere in Etiopia dal 1991 al 2018. Per motivi strategici e ideologici, il Tplf è l’unica formazione a contrapporsi al progetto politico del premier. A distanza di più di un anno, la guerra va ancora avanti ed è possibile dividerla in tre fasi. La prima va dal novembre 2020 al gennaio 2021 e vede un sostanziale vantaggio delle truppe etiopi a discapito del Tplf. La seconda va dal febbraio 2021 al novembre 2021 ed è contraddistinta dalla controffensiva del Tplf in grado di arrivare con le sue milizie a ridosso della capitale Addis Abeba. La terza, iniziata sul finire del 2021 e attualmente in corso, vede un recupero dei territori precedentemente persi dalle truppe federali. Si prevede, per i prossimi mesi, una situazione di sostanziale stallo: il governo difficilmente riuscirà ad entrare nel Tigray, il Tplf a sua volta difficilmente avrà la forza di condurre nuove offensive.

Le ragioni politiche

dietro al conflitto L’Etiopia è uno Stato federale composto da dieci Stati e due città autonome. La suddivisione statale corrisponde grossomodo con quella etnica. Il Tigray ad esempio, Stato confinante con l’Eritrea, è abitato in gran parte dall’etnia tigrina, a cui appartiene complessivamente il 6% della popolazione etiope. Attorno la capitale Addis Abeba, una delle due città autonome, si estende lo Stato di Oromia, abitato dai membri dell’etnia oromo, la più diffusa nel Paese e a cui appartiene oltre il 34% della popolazione etiope. Stesso discorso vale per lo Stato di Amara, popolato dall’etnia amara, la seconda più diffusa nel Paese e la cui lingua è considerato come idioma franco in tutto il territorio nazionale dalla costituzione.

L’impalcatura etnico-federale prende piede con la caduta nel 1991 del “negus rosso” Menghistu. A dominare la scena politica da quel momento in poi è il Tplf. Per 27 anni il ruolo di primo ministro viene ricoperto soltanto da membri dell’etnia tigrina.

Alfredo Mantica, oggi vice presidente di Avsi, arriva nel Corno d’Africa nel luglio del 2001. “Vado in Etiopia e in Eritrea in un momento di grandi scontri. In quel periodo era appena finita la guerra tra etiopi ed eritrei. Ricordo che si erano creati problemi con Isaias Afewerki (il presidente dell’Eritrea ancora in carica, ndr). Il primo incontro che ho è con Meles Zenawi, primo ministro dell’Etiopia. È un po’ il personaggio attorno a cui si sviluppa la mia intera vicenda. Era stato uno dei comandanti della rivolta contro il Derg comunista che controllava l’Etiopia a cavallo tra la fine degli anni ’70 e gli anni ’80. Aveva come alleato Isaias Afewerki. Entrambi sono tigrini. I due, insomma, hanno combattuto assieme per la liberazione dell’Etiopia, quando l’Eritrea non esisteva ed era incorporata nell’Etiopia del Derg, e quindi nell’Impero. A un certo punto fanno un patto: in caso di vittoria l’Etiopia avrebbe offerto l’indipendenza all’Eritrea. Così avvenne, solo che quando c’era da fare la divisione dei confini, Zenawi e Afewerki iniziano a litigare”.

La situazione non è affatto facile, spiega Mantica: “Io vado in Africa perché la Commissione per la modifica dei confini sotto l’alto patronato dell’Onu aveva avuto le carte del territorio eritreo ed etiope dall’Italia. Il nostro Paese aveva consegnato tutta la documentazione cartacea di quella che noi chiamavamo ‘colonia primigenia’ nel ’35-’36. I due leader africano litigano e continueranno a litigare per il controllo della valle di Bar. Gli addetti ai lavori si stupiscono, perché non c’è niente di strategico in quel territorio. Le due parti rilanciano le accuse. Alle spalle di Isaias c’è la Cina, alle spalle della lotta contro il Derg troviamo il mondo occidentale. Durante un incontro, Zenawi mi dice: ‘Lei prende in giro gli etiopi o è una persona seria? L’Italia deve restituirci ancora l’obelisco di Axum’. Tra noi si crea un legame, perché mi accorgo che quello che il mio interlocutore chiede non è un’operazione semplice. Io lo rassicuro, gli dico che c’è un patto scritto e che il governo italiano si impegna a restituire l’obelisco. Vedo Zenawi più volte, finché a un certo punto ho un’idea. Gliela sottopongo: ‘Non ti restituisco l’obelisco perché questo potrebbe aprire un problema internazionale. Te lo rierigo sul luogo originario’. Zenawi accetta”.

Zenawi è un nome che dice poco alle orecchie italiane, ma è un personaggio chiave per comprendere queste vicende. “Ha ereditato un impero, un Paese che è indipendente da sempre e che è stato occupato solo dall’Italia dal ’36-37 al ’42-43”, ci  spiega Mantica, che prosegue: “Quando gli chiedo perché ama l’Italia, lui mi risponde così: ‘Voi ci avete insegnato la modernizzazione. Per governare servono scuole, strade. Ce lo avete insegnato voi italiani”. Insomma, Zenawi era molto legato all’Italia. Realizza la Repubblica Federale Etiopie. In Etiopia ci sono 80-90 etnie diverse – e quindi, indirettamente, altrettanti “Stati” nello Stato – che parlano anche dialetti diversi e che hanno storie culturali diverse. Pare che fino al 2005-2006, la maggioranza fosse cristiana copta. L’ultimo dato Onu parla del 41% di copti, e il restante in gran parte musulmano. Zenawi prende atto di tutto ciò e costruisce questa Etiopia, formata da vari Stati locali che ricevono una autonomia costituzionale.  Ci sono tre grandi etnie in Etiopia: gli Amara, eredi della classe nobiliare che hanno perso lo spirito di un tempo; i Tigrini, la minoranza (15-16%), tradizionalmente militari, spina dorsale del movimento di liberazione etiope; e gli Oromo, che ai tempi della conquista dell’impero erano trattati come schiavi. Zenawi realizza anche elezioni democratiche, e per la prima volta il sindaco di Addis Abeba ha una opposizione. Diciamo che l’avvio di questo processo democratico parte da dentro, poi però si cristallizza e si ferma. Meles muore nel 2013 di tumore al cervello. L’ultima volta che l’ho visto parlava ancora della Somalia”.

Nel 2018 avviene un importante stravolgimento politico. A seguito di una crisi di governo aperta a causa di manifestazioni organizzate soprattutto dagli oromo, il Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiope, coalizione dominata dal Tplf ma che racchiude i principali partiti rappresentanti delle più grandi etnie del Paese, decide di affidare l’esecutivo ad Abiy Ahmed. Quest’ultimo, membro dell’etnia oromo, viene visto come giovane emergente della politica etiope. “Quando la transizione finisce – prosegue Mantica -, Ahmed, che viene dai servizi segreti, si presenta sul palcoscenico politico, proprio mentre gli Oromo iniziano a essere maggioranza (quasi 35% della popolazione, tutti musulmani). Veste all’europea, parla americano, ha girato il mondo: è un personaggio che piace. I Tigrini non fanno alcuna opposizione. Il suo primo gesto è fare pace con l’eritreo Isaias Afewerki: basta guerra con Eritrea. Riprendono i voli da Asmara ad Addis, non ci sono scontri e cala la tensione. Ma non avviene niente di clamoroso. Il clamore comincia all’interno dell’Etiopia, perché il primo ministro nota che la gente se ne va, e che il sistema non sta insieme. L’esercito e i servizi sono in mano ai Tigrini e loro hanno una regione ben governata.

Il presidente comincia a dare posto agli Oromo e toglie posti a Tigrini. La cosa va avanti per un po’, poi la frizione tra il presidente etiopie e i Tigrini raggiunge un livello talmente alto che decide di annullare per brogli le elezioni avvenute nel Tigrai, un’area alla quale era concessa autonomia. Questi si arrabbiano e da lì nasce lo scontro politico, seguito dalla loro persecuzione. I Tigrini però non hanno mai buttato via le armi, e in poco tempo si riarmano. All’inizio “marciano” e fanno fuori l’esercito federale, riconquistano quasi tutta l’area del Tigrai”.Una volta al potere, Abiy preme per il superamento dell’impianto federale dell’Etiopia. La sua idea è quella di centralizzare le istituzioni e abbattere le suddivisioni etniche. Per farlo il capo dell’esecutivo preme su alcuni punti identitari comuni rintracciati nella cosiddetta “politica dell’etiopianismo”. La fase clou di questo progetto si ha nel 2019, quando Abiy fonda il “Partito della Prosperità”, in cui le formazioni della coalizione di governo si fondono per dare vita a un partito unico basato sempre più sull’ideologia comune e sempre meno sulle divisioni etniche. Gli unici a restarne fuori sono i tigrini del Tplf. Da allora si accende una disputa tra Abiy e i membri dell’ex partito di governo.

Lo scontro diventa palese quando, nell’ottobre 2020, il governo locale del Tigray dominato dal Tplf decide di organizzare nuove elezioni regionali. Una forzatura rispetto alle indicazioni del governo centrale, il quale invece per ragioni legate al Covid decide di rinviarle. Quanto il Tplf proclama la vittoria nelle regionali tigrine, da Addis Abeba si decide di intervenire. Il 4 novembre 2020 prendono il via le operazioni belliche in territorio tigrino volute da Abiy.

La prima fase della guerra

Le truppe federali sembrano avere gioco facile nelle prime settimane del conflitto. Il Tplf non è in grado di arginare le avanzate dei soldati inviati da Addis Abeba e appaiono colti di sorpresa dall’ampiezza dell’azione avversaria. Sono questi elementi che determinano un veloce avanzamento dei governativi. A inizio dicembre le truppe etiopi raggiungono Makallè, capoluogo del Tigray. La guerra appare già conclusa, con l’apparato di potere del Tplf in fuga. Nel frattempo a nord fanno la loro comparsa anche i soldati eritrei, i quali occupano le zone di Adigrat e Axum. L’azione dell’esercito di Asmara è motivata dal decennale astio tra il presidente eritreo Afwerki e i tigrini del Tplf, questi ultimi al governo durante i tanti anni di guerra diretta tra Etiopia ed Eritrea. L’ingresso dei soldati eritrei certifica l’alleanza venutasi a creare tra Afwerki e Abiy. Nel gennaio 2021 il Tigray si presenta interamente occupato dalle forze avversarie al Tplf.

La controffensiva tigrina

La dirigenza tigrina però conta su due fattori per rovesciare le sorti del conflitto. La prima riguarda la tenuta dell’esercito federali, al cui interno diversi generali sono tigrini o legati all’era del Tplf al governo. La seconda ha a che fare invece con la profonda conoscenza tigrina del territorio e la conseguente possibilità di attuare tattiche di guerriglia.

Lentamente, a partire dal febbraio 2021, il Tplf riesce a destabilizzare la situazione. Le certezze accumulate dai soldati federali nelle prime settimane di guerra iniziano a sciogliersi. In primavera si hanno le prime vere controffensive. L’esercito governativo è costretto in molti casi alla ritirata. Accade così anche nella stessa Makallè: il 29 giugno le milizie armate del Tplf rientrano nel capoluogo del Tigray, strappandolo al controllo di Addis Abeba.

Da sottolineare come il prolungamento della guerra crei, tra le altre cose, una difficile situazione umanitaria. In migliaia fuggono verso il Sudan oppure in altre regioni dell’Etiopia. Chi rimane all’interno non ha accesso facilmente a cibo, farmaci e altri beni di prima necessità. Il Tigray, sia sotto l’occupazione dei federali che dei miliziani Tplf, è di fatto isolato dal resto del mondo. Molte infrastrutture risultano distrutte e l’isolamento, oltre che logistico, è anche comunicativo. Sia per il crollo delle linee internet che per le censure imposte dal governo centrale, dalla zona dei combattimenti filtrano poche notizie e in pochi possono lanciare il grido di aiuto per la propria situazione umanitaria.

In estate intanto arriva un’altra svolta politica. Il Tplf si allea con l’Ola, una milizia indipendentista oromo. L’afflusso di combattenti dell’Ola permette ai tigrini di portare la controffensiva al di fuori del Tigray. Le due sigle ribelli avanzano a questo punto lungo l’autostrada A2, la principale arteria che collega Makallè con Addis Abeba e con il porto di Gibuti. La guerra coinvolte adesso anche gli Stati di Amara e di Afar, i combattimenti arrivano nel cuore del Paese. La situazione diventa critica per il governo di Abiy ai primi di novembre. I tigrini conquistano infatti le due strategiche città di Dessié e Kombolcha, situate lungo l’A2. Le avanguardie del Tplf sono a 220 km da Addis Abeba e puntano la capitale. Il premier è costretto a decretare lo stato d’emergenza: si chiede ai cittadini della più grande città del Paese di iniziare a prepararsi a una lunga e difficile difesa del territorio. L’Ola dal canto suo conquista alcune postazioni nello Stato di Oromo a pochi passi da Addis Abeba, confermando le gravi difficoltà dei federali. Il Tplf annuncia di voler andare fino in fondo e togliere la capitale dalle mani di Abiy.

La nuova risposta del governo federale

Nel momento più critico per Addis Abeba però entrano in scena altri fattori capaci di determinare un nuovo rovesciamento del fronte. In particolare, proprio a novembre iniziano a essere impiegati dai federali i droni. Gli aerei senza pilota danno alle truppe governative il totale controllo dei cieli e permettono di bombardare efficacemente le principali postazioni avversarie.

Proprio come visto l’anno prima nel Nagorno-Karabakh, anche in Etiopia l’uso dei droni è decisivo. I mezzi arrivano dalla Turchia, così come dagli Emirati Arabi Uniti, dall’Iran e a partire da settembre anche dalla Cina. Le alleanze e i giochi internazionali sono fondamentali, come ci spiega Mantica: “La Cina non prende posizione, mentre gli Stati Uniti dicono ai diplomatici di mandare le famiglie a casa. Girano molte armi. Sappiamo che gli Emirati Arabi Uniti hanno rifornito di armi l’esercito federale etiope, soprattutto di droni. Perché lo abbiano fatto, è uno dei misteri di questa vicenda. Per capirlo, dobbiamo spostarci nei Paesi del Golfo. L’Arabia Saudita sta facendo figura penosa con lo Yemen; gli emiratini fanno una loro politica e giocano su molti fronti; il Qatar è il terzo player in campo, ma è quello più chiaro (ha i soldi, finanzia la Turchia)”.

Dopo settimane di addestramento, a novembre i generali etiopi decidono di usarli in tutti i fronti più caldi. Nel frattempo la guerra si combatte anche con la propaganda. A fine novembre Abiy Ahmed si mostra su Twitter con tanto di divisa ed armato mentre personalmente si reca con altri soldati al fronte. Ad Addis Abeba in molti rispondono alla chiamata alle armi, trainati dagli appelli di molti volti popolari locali dello sport e dello spettacolo.

Le strategie del governo funzionano. Già a dicembre si assiste a un’avanzata delle truppe federali lungo l’autostrada A2 e sia i miliziani del Tplf e sia quelli dell’Ola vengono cacciati indietro. Addis Abeba è definitivamente al sicuro e Abiy rivendica l’avanzata verso i confini del Tigray. Il 23 dicembre il governo etiope dichiara di aver recuperato tutti i territori precedentemente caduti nelle mani del Tplf al di fuori del Tigray.

Vige adesso un cessate il fuoco pur se non dichiarato. Entrambe le forze in campo appaiono stremate e sconvolte dal conflitto e per il momento preferiscono far tacere le armi. Sia i federali che i tigrini possono dire di aver raggiunto i propri obiettivi immediati: il ritorno ai confini pre bellici per Abiy Ahmed e il recupero di buona parte del Tigray per il Tplf. Nessuna delle parti però è in grado al momento di proseguire per raggiungere i propri obiettivi a lungo termine: la sconfitta definitiva del Tplf per il governo di Addis Abeba e l’ingresso nella capitale per i tigrini. I generali etiopi non hanno intenzione di avventurarsi nuovamente tra i monti del Tigray, mentre il Tplf non è nelle condizioni di organizzare nuove offensive. Da qui il cessate il fuoco “de facto” e la diminuzione dell’intensità del conflitto. Mentre sui campi di battaglia vige ora il silenzio, l’Etiopia guarda in faccia le sue nuove ferite procurate dalla guerra. Le zone coinvolte negli scontri sono distrutte, mentre l’economia è entrata in una fase di grave affanno. La guerra costa molto, le casse sono sempre più vuote e lo spettro di un collasso sociale è dietro l’angolo.

Le alleanze internazionali

Al di là dell’intervento eritreo nel nord del Tigray, con Asmara che non ha ancora fatto uscire le sue truppe dal territorio tigrino, la guerra non ha una vera e propria dimensione internazionale. Al contrario, il conflitto ha l’aspetto di una faida tutta interna all’Etiopia. Ciò non toglie comunque che in questo anno di battaglie si siano formate delle alleanze internazionali tra le varia parti in guerra.

Abiy Ahmed, visto all’inizio del suo mandato come un leader giovane e riformatore dall’occidente, tanto da ricevere il nobel per la Pace a seguito dei trattati conclusi con l’Eritrea nel 2019, oggi appare più lontano dagli Stati Uniti e dagli alleati di Washington. Il presidente Joe Biden nei mesi scorsi ha allontanato il personale diplomatico non essenziale da Addis Abeba, ufficialmente per motivi di sicurezza ma anche per sottolineare le proprie preoccupazioni circa le notizie su abusi e torture da parte dei soldati federali. Accuse respinte dal governo etiope, il quale dal canto suo ha quindi virato verso altre alleanze.

L’arrivo di droni da Turchia, Emirati e Cina lo dimostra. Addis Abeba, da stretto alleato Usa nel Corno d’Africa, oggi si presenta con alleanze maggiormente diversificate. Il Tplf invece sfrutta proprio le intese avute con la diplomazia statunitense negli anni di governo. Non è un caso se è da Washington che sono arrivati inviti a un cessate il fuoco durante la controffensiva governativa del novembre scorso.

La situazione umanitaria

L’unica speranza per i civili è che il momentaneo stop ai combattimenti dia loro la possibilità di accedere ai beni di prima necessità. Soprattutto nel Tigray non arrivano aiuti e molte associazioni umanitarie hanno lasciato l’area. Ma è critica la situazione anche in altre zone settentrionali dell’Etiopia, dove hanno trovato rifugio migliaia di profughi. La normalità nelle zone raggiunte dal conflitto è ancora molto lontana.

Anche se è ancora difficile chiarire le dinamiche di molti episodi bellici, tramite i social sono arrivate denunce di violenze da ambo le parti. Sia i tigrini che i federali sono accusati, in alcuni casi, di aver inflitto abusi e torture sia contro gli avversari che soprattutto contro i civili. Ad Addis Abeba invece alcuni civili tigrini da anni residenti nella capitale hanno denunciato discriminazioni nei loro confronti, specialmente dopo la proclamazione dello stato d’emergenza.

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