La crisi iraniana fa un’altra vittima: si dimette la Gabbard

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Nonostante il forcing diplomatico la crisi iraniana resta in sospeso. Il Pakistan ha intensificato notevolmente il suo attivismo e, alle ripetute visite del ministro dell’Interno Mohsin Naqvi a Teheran, ha fatto seguito quella del Capo di Stato Maggiore, il feldmaresciallo Asim Munir, in un primo tempo annullata.

Lo sbarco di Munir, che ieri ha incontrato la leadership iraniana, è avvenuto in parallelo alla partenza del Primo ministro pakistano Shehbaz Sharif  verso la Cina, il convitato di pietra di questa crisi a motivo dei suoi rapporti con l’Iran e l’interesse per la stabilizzazione del Golfo. Sharif resterà per ben quattro giorni nel Regno di mezzo, tempistica prolungata che ne evidenzia l’importanza.

Non solo il Pakistan, in Iran si è precipitata anche una delegazione del Qatar, che finora ha mediato dietro le quinte. Insomma, il tempo si è fatto breve. A tema non è tanto un accordo quadro che risolva le questioni in sospeso, che sono poche ma al momento irrisolvibili date le divergenze tra le richieste americane e le legittime rivendicazioni iraniane (legittimate dall’aggressione immotivata subita).

Piuttosto si sta negoziando per dar vita a un’intesa provvisoria che chiuda le porte alla ripresa del conflitto e delinii una cornice entro la quale svolgere negoziati più specifici sulle criticità in sospeso.

Se ieri sembrava che la visita di Munir avesse lo scopo di chiudere tale accordo provvisorio, come spiegavano alcuni media informati e non distorti dalla propaganda, a smentire tale prospettiva è stata l’agenzia iraniana Tansim. Così il comunicato: “L’arrivo del Capo di stato maggiore dell’esercito pakistano non implica necessariamente un’intesa definitiva o confermata riguardo al quadro iniziale di intesa”.

Lo riferisce il media libanese al Akhbar, che riporta le pressioni di Netanyahu su Trump per riprendere la guerra che, esplose martedì scorso in una telefonata tesa che ha fatto letteralmente infuriare il premier israeliano, continuano diuturne.

A farsi latore dei messaggi di Netanyahu è il genero di Trump Jared Kushner, dipendente dal premier israeliano da una vera e propria Sindrome di Stoccolma, che riferirebbe poi le reazioni del presidente americano all’interlocutore mediorientale.

Così, “sebbene Trump non abbia uno quadro soddisfacente per [riavviare] un confronto militare con l’Iran, potrebbe alla fine non essere in grado di resistere alla pressione di Netanyahu”, conclude al Akhbar.

I media americani riferiscono informazioni contrastanti sulla crisi, interpretando i segnali inviati dal presidente in maniera divergente. Tra le altre cose, ha fatto notizia la sua decisione di non partecipare al matrimonio del figlio, che ha motivato con la necessità di seguire la vicenda iraniana e altro, da cui l’interpretazione di preparativi per un prossimo attacco.

Ma resta sibillina l’aggiunta del presidente: “Se partecipo, vengo ucciso. Se non partecipo, vengo ucciso, ovviamente dalle notizie false”… dove la chiosa finale appare affatto posticcia, un’appendice a una dichiarazione in cui si vuol dire e non dire.

Dichiarazione sibillina che il fa il paio con una notizia del New York Post, media consegnato alle guerre infinite, secondo il quale un tizio legato ai Guardiani della rivoluzione avrebbe tentato di assassinare la figlia di Trump Ivanka. Disinformazione spazzatura usuale in criticità del genere, ma che non deve esser passata inosservata al presidente.

Di certo le pressioni hanno fatto una prima vittima, la direttrice dell’Intelligence nazionale Tulsi Gabbard, che ieri si è dimessa dalla carica. La motivazione ufficiale è il tumore del marito, che quindi la obbliga a diverse sollecitudini.

Motivazione che reggerebbe se non fosse che i falchi avevano già tentato di farla licenziare lo scorso aprile, infuriati perché la Gabbard aveva dichiarato che, prima dell’aggressione americana, l’Iran non stava affatto sviluppando l’atomica, escamotage brandito per giustificare l’attacco.

Allora la crisi si era risolta con una bonaria tirata di orecchi di Trump che, al solito, per evitare di incorrere nelle ire dei falchi, aveva finto che a convincerlo a non licenziarla fosse stato Roger Stone, uno dei podcaster più famosi d’America e suo amico di lungo corso (telefonata che effettivamente era intercorsa, ma Trump era consapevole che l’amico l’avrebbe dissuaso…).

Probabile, quindi, che le dimissioni (ovvero licenziamento) della Gabbard siano motivate dalla necessità di eliminare un personaggio scomodo e aprire la via alle bombe.

Sembra, cioè, un’altra vittima americana della campagna militare contro l’Iran, sulla scia di Charlie Kirk, il leader di TUPSA, movimento giovanile da lui fondato e allora di orientamento Maga, che lo scorso giugno aveva convinto Trump a evitare un conflitto alzo zero con l’Iran a supporto dell’attacco israeliano (Kirk è stato ucciso il 10 settembre scorso, omicidio accreditato poco credibilmente a un ragazzo).

Detto ciò, è possibile anche che il licenziamento/dimissioni della Gabbard sia invece da collegarsi alla rivelazione esplosiva riguardante la prospettiva del precedente scontro con Teheran, che nelle intenzioni di Netanyahu avrebbe dovuto innescare un regime change per intronizzare l’ex presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad.

Rivelazione di cui abbiamo dato conto in note pregresse specificando che informazioni tanto imbarazzanti per Netanyahu quanto riservate dovevano per forza essere frutto di una soffiata pervenuta ai media dall’interno dell’intelligence Usa.

Ma sia che le dimissioni della Gabbard dipendano dalla sua opposizione al conflitto con Teheran, sia che dipendano da un suo possibile coinvolgimento (diretto o indiretto che sia) nella rivelazione di cui sopra, quel che è certo è che l’amministrazione Trump perde un’altra figura ragionevole e il presidente cede per l’ennesima volta alle pressioni dei falchi. Non è un buon viatico per la crisi iraniana.

Resta la mediazione, con tutte le complessità e possibilità del caso, ad oggi imperscrutabili date le troppe variabili in gioco e la fragilità, il narcisismo, le acute contraddizioni dell’ancor più imperscrutabile presidente degli Stati Uniti.

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