Fin dai tempi della guerra in Bosnia, vi è sempre stato un legame forte tra l’Iran e il mondo balcanico. Una rete di influenze che corre sul filo dei legami occulti ma che viene confermata anche dagli attuali flussi migratori: chi scappa dall’Iran oggi utilizza, ad esempio, anche la rotta balcanica.Tuttavia l’Iran non è l’unica realtà mediorientale a tessere trame nel Balcani. L’uccisione del generale Soleimani ha riacceso la polveriera mediorientale che, per via dei sopracitati legami, rischia di trascinarsi dietro una realtà multiforme, estremamente permeabile, con forti problemi di sicurezza e legalità.

L’Albania e i People’s Mujahedin of Iran

Il primo paese a poter essere trascinato nelle vendette iraniane è l’Albania. Tirana, dal 2013, ospita centinaia di membri dei Mujahedin-e Khalq (People’s Mujahedin of Iran), un movimento di opposizione in esilio che sostiene il rovesciamento della Repubblica islamica. Nati nel 1965 come opposizione al regime dello Shah, si ribellarono alla Repubblica islamica dopo la Rivoluzione del 1979. Gli Stati Uniti li inclusero nella lista delle organizzazioni terroristiche nel 1997, per poi rimuoverli nel 2012 dopo la pubblica rinuncia ai metodi violenti. Molti di loro abbandonarono l’Iran per l’Iraq, dove Saddam Hussein li usò come pedina contro il regime iraniano. Dopo l’invasione dell’Iraq guidata dagli Stati Uniti nel 2003, le forze dell’alleanza hanno offerto loro protezione. Da allora, circa 3000 hanno vissuto a Camp Ashraf (nel Governatorato di Diyala in Iraq) mentre altri furono destinati a Camp Liberty, nei pressi di Baghdad. Come sono finiti in Albania? Nel marzo 2013, l’ex primo ministro Sali Berisha rese noto una parte di un accordo in una dichiarazione ufficiale dopo aver incontrato il viceministro aggiunto degli Stati Uniti, Barbara Leaf, e l’inviato delle Nazioni Unite in Iraq, Martin Kobler. A quel tempo, il governo affermò di aver offerto asilo a 210 membri dei Mujahedin del popolo. Nel corso degli anni non sono state più rese note ufficiali ma sia alcuni media americani (Voice of america) che il gruppo investigativo di Balkan Insight hanno monitorato questi flussi, arrivando ad ipotizzare alcune migliaia di militanti iraniani protetti da Tirana. Nell’estate del 2016, Tirana ha ricevuto il più grande contingente di circa 1.900 persone, un’operazione gestita dall’Unhcr. Sebbene la maggior parte dei media locali descrisse l’operazione e la volontà dell’Albania di offrire assistenza al gruppo dissidente come missione umanitaria, si è sempre discusso poco sulle potenziali implicazioni che questa presenza potrebbe avere per l’Albania nel lungo periodo e per gli equilibri religiosi interni. Perché se, da un lato, la presenza di questi dissidenti può esporre l’Albania a ritorsioni militari, l’arrivo in loco di profughi provenienti dal mondo sunnita o sciita ha destabilizzato anche il mondo musulmano albanese che, per tradizione, non si è mai identificato lungo i binari del settarianesimo. Fino ad oggi. Lo dimostra il fatto che dall’inizio del conflitto in Siria, circa 150 cittadini albanesi e oltre 500 etnici albanesi del Kosovo e della Macedonia si sono uniti alle organizzazioni terroristiche in Siria e Iraq, insieme all’allora Jabhat Al-Nusra e successivamente all’ISIS.

La Bosnia

All’indomani dell’uccisione di Soleimani, numerose agenzie di stampa internazionale avevano riportato la notizia secondo cui il generale iraniano era presente in Bosnia nel 1993 e nel 1994, durante il conflitto dei Balcani. Lo sostiene il giornalista e corrispondente di guerra croato Hasan Haidar Diab, il quale ha affermato al quotidiano Vecernji list di avere parlato con Soleimani nel 2016 e nel 2017. Diab riferì che, durante alcune interviste al leader dei Quds nel 2016 e nel 2017, quest’ultimo gli rispose di essersi recato nel paese balcanico nel 1993 e nel 1994. Negli stessi giorni, alcune testate giornalistiche bosniache avevano lanciato la notizia di una presunta pianificazione di attentati in Bosnia da parte di Soleimani. In quell’occasione, l’Ambasciata iraniana di Sarajevo aveva bollato le accuse come infondate, rivolte contro “l’eroe della lotta al terrorismo e il simbolo della vittoria sull’ISIS”. L’Iran ha una lunga storia di supporto a vari personaggi e gruppi politici e militari nel paese. Nella guerra del 1992-5, Teheran prestò sostegno a varie unità di combattimento musulmane, assicurando fondi, armi, addestramento a diverse formazioni, come la 7a Brigata musulmana. L’intelligence iraniana ha così guadagnato un punto d’appoggio in Bosnia che è rimasto forte anche negli anni del dopoguerra. L’Iran compensa l’assenza di moschee sciite nella regione utilizzando centri culturali e pubblicazioni religiose per affermarsi e per perpetrare la propaganda ideologica anti-occidentale e antisemita, inoculando nella realtà balcanica lo scontro sciiti/sunniti.

La Repubblica Srpska

Il problema dei Balcani non riguarda esclusivamente i rapporti con l’Iran. La realtà composita e caotica dell’area, infatti, si presta facilmente allo sfruttamento esterno, da parte di potenze mediorientali, di conflitti interni che apparentemente nulla hanno a che fare con il Medio Oriente. La repubblica Srpska, enclave serba in Bosnia, piccola realtà frutto degli accordi di Dayton del 1995, da tempo ormai stringe legami fortissimi con Israele. Il connubio si rinsaldò nel novembre 2011, quando l’Autorità Palestinese chiese l’adesione all’ONU come stato: il voto decisivo sul Consiglio di Sicurezza apparteneva alla Bosnia. I membri croati e musulmani della presidenza bosniaca appoggiarono la posizione palestinese, vista la inimicizia storica verso Israele. I serbi della Repubblica Srpska si rifiutarono di appoggiare l’iniziativa palestinese, impedendo così di raggiungere un consenso sulla questione. Il legame forte tra serbi e popolo ebraico del resto, si cementò nella notte dei tempi, raggiungendo il suo acme nel campo di concentramento di Jasenovac gestito dai fascisti croati, ove serbi ed ebrei morirono assieme. Preme sulla Bosnia musulmana, invece, un’altro attore mediorientale, l’Arabia Saudita, alla ricerca di un ponte esterno al proprio cortile di casa.

In questo contesto i Balcani potrebbero diventare un campo di battaglia ove le grandi rivali in Medio Oriente si combattono per procura. Qualora le tensioni dovessero aggravarsi ulteriormente, i grandi attori statali potrebbero fare appello ai Balcani foraggiando e fomentando gruppi politici, mercenari, attori non statali e servizi di intelligence, mettendo in pericolo un equilibrio che, con grandi difficoltà, regge da 25 anni.

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