Immagini che siano capaci di sconvolgere l’opinione pubblica internazionale, di indignare e portare a un intervento umanitario immediato nella regione del Tigray per il momento non ce ne sono. Non ci sono foto capaci di descrivere quanto sta avvenendo nella regione etiope, dove da undici mesi è in corso una guerra che vede da un lato le forze lealiste di Addis Abeba, supportate da quelle eritree e dalle milizie Ahmara, e dall’altro i guerriglieri del TPLF (Tigray’s People Liberation Front), perché la regione settentrionale del secondo paese più popoloso d’Africa è cinta d’assedio e nessuno può avervi accesso. Non può entrare la stampa, non possono accedere gli osservatori internazionali e soprattutto non possono farvi ingresso nemmeno i convogli che trasportano gli aiuti umanitari.

E’ proprio quest’ultimo fattore a indicare la nuova fase in cui è precipitato il conflitto etiope. Non più soltanto bombardamenti con droni e aviazione, scontri sulle ambe e rappresaglie ai danni dei civili, ora come arma per ribaltare le sorti dello scontro si è arrivati all’utilizzo di ciò che di più feroce e ferino vi sia: ”la fame”.

Impedire l’approvvigionamento di viveri e aiuti, provocare una carestia che metta in ginocchio civili e militari, sfinire, logorare, spezzare ogni ultimo racimolo di perseveranza e forza e poi colpire e cercare la vittoria penetrando nel cuore di una regione stremata. Questa sembra essere a tutti gli effetti l’ultima strategia adottata dal governo del premio nobel Abiy Ahmed e a denunciarlo nelle ultime ore sono stati in molti, non solo operatori delle organizzazioni umanitarie che, grazie a fonti locali, riportano di una situazione infernale, ma anche medici e alti prelati del clero ortodosso.

Abune Tesfasellasie Medhin, vescovo dell’Eparchia cattolica di Adigrat, in una lettera aperta ha denunciato il fatto che da giugno le strade che conducono in Tigray sono state tutte chiuse e che la popolazione deve far fronte alla mancanza di medicinali, cibo, acqua potabile e la Chiesa, come le associazioni umanitarie presenti in loco, nonostante gli sforzi e i tentativi di portare aiuto si trova in difficoltà nel rispondere all’emergenza umanitaria e alla carestia che sta verificandosi e che rischia di causare milioni di morti.
Un appello all’intervento immediato è arrivato anche da Hayelom Kebede direttore dell’ospedale Ayder Referral che all’Associated Press ha raccontato di pazienti ricoverati in ospedale in stato di denutrizione avanzato, di intere famiglie ridottesi a mangiare erba perchè prive di qualsiasi altra forma di nutrimento e di madri con i figli che perdono la vita quotidianamente nelle corsie del nosocomio a causa del grave stato di salute in cui versano.
Le Nazioni Unite parlano della peggiore carestia che il mondo contemporaneo abbia conosciuto negli ultimi decenni e le stime recitano di 6 milioni di persone con un disperato bisogno di aiuti immediati.

Tutto ha avuto inizio a novembre del 2020 quando le truppe di Addis Abeba con l’appoggio delle forze eritree e delle milizie Ahmara, hanno attaccato la regione del Tigray dove si erano tenute delle elezioni non autorizzate dal governo centrale e che avevano visto stravincere il TPLF. Il premio Nobel Abiy Ahmed, il leader politico celebrato per aver siglato una storica pace con l’Eritrea, ha dato il via libera a un’offensiva su larga scala per sottomettere la regione ribelle ma dopo un successo iniziale delle forze governative, i partigiani tigrini sono passati alla controffensiva, hanno riconquistato la città di Macalle e hanno esteso il conflitto ad altre regioni dell’Etiopia tanto che i combattimenti sono arrivati a poche centinaia di chilometri dalla capitale Addis Abeba.

Scontri etnici, torture, esecuzioni sommarie, corpi trasportati dalle correnti dei fiumi in Sudan, massacri di civili e stupri di guerra. Questo è quanto sta accadendo in Etiopia nella cecità e nel silenzio mediatico internazionale. L’ Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Michelle Bachelet ha parlato di ”molteplici e gravi violazioni dei diritti umani commesse da tutte le parti in conflitto nel Tigray” e anche il Segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres si è espresso mettendo in guardia sul rischio di una tragedia di proporzioni inquantificabili e invitando le parti in causa a una cessazione delle ostilità. I loro appelli sono risultati inascoltati e anche le minacce del Presidente Joh Biden di imporre sanzioni al Paese africano non sembrano essere riuscite nell’obiettivo di far desistere il premier etiope dal proseguire la guerra e bloccare ogni via d’accesso alla regione assediata.

Venerdì 17 settembre Biden, come riportato dal New York Times, ha firmato un ordine esecutivo che minaccia nuove sanzioni che mirano a arginare l’escalation della guerra e soprattutto consentire agli aiuti umanitari di affluire nella regione. Le sanzioni non sono ancora state applicate nella speranza che le minacce siano in grado di cambiare il corso degli eventi, ma stando alla reazione del premier etiope, pare che il loro scopo sia molto lontano dall’essere raggiunto. La risposta arrivata dall’ufficio del leader etiope, e riportata dal quotidiano statunitense è infatti stata la seguente: ”la politica americana non è solo una sorpresa per la nostra orgogliosa nazione, ma evidentemente supera le preoccupazioni umanitarie” e proseguendo dicendo di: “non soccombere alle conseguenze della pressione progettata da individui scontenti”.

La guerra quindi sembra inarrestabile, il tempo delle trattative diplomatiche sembra essere finito e se non ci sarà un inversione di rotta in tempi estremamente rapidi quello che avverrà nel nord dell’Etiopia sarà la storia di una catastrofe annunciata di proporzioni inimmaginabili. A quel punto, anche le immagini, saranno tardive.