La Libia dipende quasi interamente dal petrolio: è un dato assodato in economia, visto che il 96% delle sue esportazioni è legato alla filiera del mercato del greggio, è sempre più un dato consolidato anche sotto il punto di vista sociale. Se ancora oggi a Tripoli si pagano gli stipendi ai dipendenti pubblici e si prova a tener buone le milizie con il versamento di somme ai combattenti a fine mese, è per via dell’esportazione del petrolio. Oggi però il Paese deve far fronte, da questo punto di vista, a due emergenze: quella globale, legata al prezzo del greggio sempre più in discesa, così come a quella interna dovuta al blocco delle esportazioni operato il 17 gennaio scorso da Khalifa Haftar. E questo sta generando sempre più conflitti tra il governo guidato da Fayez Al Sarraj e la Banca Centrale libica.

Tra calo dei prezzi e blocco di Haftar

Uno dei principali nodi del conflitto libico, che in questa fase vede contrapposti il premier Al Sarraj ed il generale Khalifa Haftar, consiste nel modo con il quale i soldi del petrolio vengono introitati. Le somme non vanno alla Noc, la società libica che gestisce il settore degli idrocarburi, al contrario vengono girate alla Banca Centrale libica. Non i territori e non le singole regioni, tutto viene gestito direttamente da Tripoli. Per tal motivo, Haftar ha sempre rivendicato la possibilità di cambiare il modo con cui vengono gestiti gli introiti legati al petrolio. Il generale si è infatti ritrovato nel paradosso di controllare i territori dove sorgono i pozzi petroliferi, senza però poter usufruire delle loro rendite. Il 17 gennaio scorso, con l’appoggio di numerose tribù soprattutto della Cirenaica e del Fezzan, le forze di Haftar hanno bloccato le esportazioni del greggio.

I terminal petroliferi ed alcuni giacimenti sono stati occupati, in tal modo soltanto pochi barili sono stati esportati all’estero da tre mesi a questa parte e le attività di estrazione sono risultate drasticamente calate. La Noc ha stimato il danno economico in diversi miliardi di Dollari, i quali non sono stati più nella disponibilità della Banca Centrale. Un problema non indifferente, a cui occorre aggiungere adesso la crisi legata al prezzo del petrolio a livello globale. La crisi economica generata dal coronavirus nei Paesi più industrializzati, ha fatto crollare i prezzi dell’oro nero e dunque anche in caso di ripresa delle esportazioni la Libia si troverebbe ad affrontare una grave mancanza di liquidità.

I contrasti tra governo e Banca Centrale

A Tripoli i vertici della Banca Centrale hanno fatto presente che, allo stato attuale, è impossibile garantire le somme necessarie per mandare avanti anche le attività ordinarie del Paese. A marzo sono stati registrati importanti ritardi nel pagamento degli stipendi, una circostanza che ha aperto non poche divergenze tra i dirigenti della Banca Centrale ed i vertici del governo di Al Sarraj. Il 2 aprile scorso, lo stesso capo dell’esecutivo ha convocato una riunione urgente con il consiglio di amministrazione della Banca Centrale. In un comunicato in cui sono stati spiegati i motivi della convocazione, il governo ha dichiarato che il vero obiettivo era quello di “spingere l’ente ad esercitare i poteri legali e l’autorità necessaria per raggiungere gli obiettivi e per impostare e attuare politiche monetarie, creditizie e bancarie”.

Ma, sempre stando al comunicato, emergono in maniera lampante i dissidi tra governo e Banca Centrale: “La controparte – si legge nella nota del governo – deve porre fine all’unilateralismo delle decisioni e del controllo della politica monetaria da parte di una singola persona che ha firmato, senza preavviso o notifica, i sistemi di compensazione e ha ritardato l’attuazione dei pagamenti mensili degli stipendi”. Un’accusa molto pesante, riguardante anche presunte “ingerenze nella politica economica dello Stato”. Da inizio aprile ad oggi la situazione non risulta molto cambiata: tra governo e Banca Centrale i contrasti restano e la crisi legata alla mancata esportazione di petrolio potrebbe provocare ulteriori problemi.

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