La decisione della Corte Penale Internazionale (ICC – CPI) di spiccare dei mandati di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità commessi nella Striscia e in Israele dopo il 7 ottobre 2023 nei confronti del premier israeliano Benyamin Netanyahu e del suo ex ministro della Difesa, Yoav Gallant (poi cacciato dallo stesso primo ministro), oltre che nei confronti del leader di Hamas Mohammed Diab Ibrahim Al-Masri, comunemente noto come Mohammed Deif, che tuttavia si ritiene sia morto in un raid, ha un grande valore politico e simbolico. Nel concreto, Netanyahu potrebbe dover evitare di visitare oltre 120 Paesi firmatari dello Statuto di Roma, poiché rischierebbe l’arresto. Ma quali sono – davvero – le possibili implicazioni per Israele, posto che l’ICC giudica gli individui (o i capi di governo), e non gli stati?
Armi a rischio?
Sebbene gli Stati Uniti, nota il quotidiano israeliano Haaretz, non firmatari del trattato, abbiano storicamente difeso Israele contro le critiche internazionali, questa protezione potrebbe non bastare. La decisione della CPI potrebbe infatti spingere altri Paesi occidentali a prendere misure più dure, come un embargo sulle armi, che finora era stato evitato. Tale decisione potrebbe inoltre alimentare nuove denunce contro l’IDF e i leader politici israeliani, sia nei tribunali internazionali sia in altri Paesi.
Va precisato che Israele riceve il supporto militare più consistente dagli Stati Uniti, il cui sostegno è storicamente motivato da considerazioni di carattere non solo strategico ma anche politico e ideologico. Sostegno che l’ICC non metterà in discussione, tantomeno con Donald Trump. Ad oggi, le spese degli Stati Uniti per le operazioni militari di Israele e per le operazioni correlate nella regione ammontano ad almeno 22,76 miliardi di dollari, con un costo in continua crescita. Trattasi di una stima è prudente: include i finanziamenti per l’assistenza alla sicurezza approvati dal 7 ottobre 2023, i fondi supplementari per le operazioni regionali e i costi operativi stimati. Tuttavia, non tiene conto di altri costi economici.
Di questa cifra, 17,9 miliardi di dollari sono stati approvati dal governo statunitense come assistenza alla sicurezza per le operazioni militari israeliane a Gaza e altrove, rappresentando un sostegno finanziario significativamente superiore rispetto a qualsiasi altro anno da quando gli Stati Uniti hanno iniziato a fornire aiuti militari a Israele nel 1959. Un rapporto pubblicato dal progetto “Costs of War” dell’Università di Brown, citato da Responsible Statecraft del Quincy Institute, ha infatti rivelato un aumento senza precedenti negli aiuti militari statunitensi a Israele, a seguito degli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023. Secondo lo studio, gli Stati Uniti hanno stanziato almeno 17,9 miliardi di dollari in aiuti militari diretti verso Tel Aviv, la somma più alta mai registrata in un solo anno, da quando, nel 1959, Washington iniziò a sostenere economicamente Israele. Il mandato d’arresto nei confronti di Bibi non cambierà le cose.
Le possibili ripercussioni
Gli Stati Uniti non riconoscono la giurisdizione della CPI e sono noti per opporsi alle indagini o alle condanne che coinvolgono Israele. Pertanto, anche una condanna del CPI potrebbe non avere un impatto diretto sul loro appoggio militare. Allo stesso modo, altri Paesi alleati di Israele, come il Regno Unito e la Germania, potrebbero considerare la decisione del CPI politicamente rilevante, ma non vincolante, continuando a supportare Tel Aviv, seppur ridimensionando il loro supporto.
Tuttavia, altri Stati europei potrebbero seriamente valutare di ridurre o sospendere l’invio di armi a Israele, soprattutto in risposta alla crescente pressione della società civile. Tra questi, anche Irlanda e Belgio, i quali storicamente adottato posizioni critiche nei confronti delle politiche israeliane nei territori palestinesi. Non solo. Anche la Spagna potrebbe decidere di prendere provvedimenti, come peraltro ha già fatto, oltre a Paesi come Svezia e Finlandia, che applicano rigide regole sull’esportazione di armi, vietando la vendita a Stati che violano i diritti umani. Ma è chiaro che, nei Paesi europei, molto dipenderà dalla pressione dell’opinione pubblica sull’export di armi.

