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La giustizia, dicono i critici, è l’ultima vera vittima della guerra americana in Afghanistan. Essa tuttavia non è finita dispersa per le strade di Kabul o tra le sabbie arroventate della provincia di Helmand, ma nelle aule dell’Aja. La scorsa settimana, la Corte Penale Internazionale (Cpi) ha deciso di rinunciare alle indagini sui presunti crimini di guerra in Afghanistan, nonostante ne abbia riconosciuta la presunta esistenza. Un’azione del tribunale, hanno sostenuto i giudici, non servirebbe gli interessi della giustizia; ma per alcuni critici questa decisione non fa che sottolineare l’impotenza sistemica della Corte.

Con decisione unanime, i tre giudici della camera preliminare della Cpi hanno descritto le prospettive di un esito positivo del procedimento giudiziario come “estremamente limitate”. Alcuni fattori hanno contribuito a questo: l’attuale instabilità politica dell’Afghanistan in cui gruppi talebani stanno riprendendo il controllo dei territori, incertezze sulle prove raccolte dopo le indagini preliminari aperte nel 2006, la necessità della Corte di dare priorità di budget a casi con maggiori possibilità di successo e, in modo determinante, la scarsità di cooperazione delle parti interessate.

La più importante delle parti coinvolte, gli Stati Uniti, non ha mai riconosciuto l’autorità della Corte. Solo pochi giorni prima, Washington ha revocato il visto di Fatou Bensouda, il procuratore capo, in linea con una politica atta a proteggere i cittadini statunitensi “dall’ingiusta azione giudiziaria da parte di questa corte illegittima”, come dichiarato dal consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton. Il presidente Donald Trump è riuscito a malapena a contenere il suo entusiasmo per la decisione della Corte, salutandola come una “grande vittoria internazionale”.

E in una rara dimostrazione di unità, i Democratici hanno tacitamente accolto la decisione: la poca considerazione per la corte dell’Aja è veramente bipartisan a Washington. Anche Israele ha accolto la notizia con soddisfazione, con Benjamin Netanyahu, recentemente rieletto, che ha definito “assurda” l’indagine. L’alleato degli Stati Uniti è attualmente sottoposto a un’altra indagine da parte della Corte, che verte sui presunti crimini commessi a Gaza e in altri territori palestinesi.

Ma in Afghanistan, dove l’autorità giudiziaria ha lottato per perseguire i responsabili delle presunte violazioni dei diritti umani, la notizia è stata accolta con sgomento. Ora nel suo diciottesimo anno, la guerra più lunga dell’America ha portato miseria a un’intera generazione di afghani. Conoscendo i limiti dei tribunali nazionali, le famiglie delle vittime avevano riposto fiducia nella Corte dell’Aja per ottenere giustizia, presentando circa un migliaio di denunce durante l’indagine preliminare. Piuttosto che tutelare la giustizia, la decisione della Corte “contribuisce a una cultura dell’impunità”, ha affermato la Commissione indipendente per i diritti umani dell’Afghanistan (Aihrc).

Questa indignazione è stata ribadita da altri gruppi internazionali rimasti sconcertati dalla decisione della Corte. Che il tribunale abbia deciso di interrompere ulteriori indagini, pur dichiarando che aveva “una base ragionevole” per credere che i crimini di guerra fossero accaduti, rappresenta una vera e propria capitolazione, ha dichiarato Biraj Patnaik di Amnesty International. L’organizzazione ha accusato il Tribunale di “uno scioccante abbandono delle vittime”, indicando il “bullismo e minacce” esercitati dagli Stati Uniti come la ragione per questo passo indietro.

E mentre la Corte dell’Aja ha riconosciuto una mancanza di cooperazione di tutte le parti coinvolte (incluse le autorità afghane e i talebani), è stata l’ostinazione degli Stati Uniti a provocare la maggiore irritazione. Le accuse rivolte a operatori americani e al loro comportamento durante la guerra sono ben documentate. Nelle loro indagini preliminari, i procuratori sostengono di aver trovato prove di “tortura, trattamento crudele, oltraggi alla dignità personale e stupro” nei confronti di individui sotto la detenzione militare statunitense.

Queste e altre accuse, hanno dichiarato, non sono state le azioni di individui isolati, ma sembrano essere state parte di un sistema “approvato ai livelli più alti del governo degli Stati Uniti”. I rapporti dettagliavano anche l’esistenza di cosiddetti “black sites” della Cia, ovvero prigioni segrete utilizzate per gli interrogatori. Accuse di tortura tuttavia sono state rivolte anche alle forze di sicurezza afghane, con migliaia di uccisioni di civili attribuite alle operazioni dei gruppi di militanti.

Il fatto che queste accuse non saranno ulteriormente esaminate invia un messaggio preoccupante: “I potenti non saranno tenuti a rendere conto delle loro azioni”, dice Katherine Gallagher, avvocato che rappresentava le vittime durante l’indagine preliminare della Corte. Guénaël Mettraux, uno dei principali avvocati internazionali a L’Aja, ha dichiarato a Il Giornale che “questa decisione non può portare a nessuna giustizia”, ​​aggiungendo che, se la sentenza non sarà annullata, questo dimostrerà che “la Corte potrà indagare solo qualora non incontri resistenze politiche, il che è esattamente il contrario del motivo per cui è stata creata”.

US Patrol in Eastern Afghanistan (LaPresse)
US Patrol in Eastern Afghanistan (LaPresse)

I dubbi sul ruolo della Cpi sono in aumento. Recentemente le Filippine e il Burundi, entrambi sottoposti a indagini su possibili violazioni dei diritti umani, si sono ritirati unilateralmente dalla Corte. E in un altro smacco nei confronti dell’autorità della Corte, i generali del Sudan hanno dichiarato che non estraderanno l’ex presidente Omar Hassan al Bashir per accuse di genocidio, ma che si occuperanno di condannarlo loro stessi.

Secondo alcuni critici, la recente sentenza potrebbe portare a un’ulteriore perdita di credibilità della Cpi. “La vera preoccupazione in questo momento è che gli stati che potrebbero essere sottoposti a indagine da parte del Tribunale dell’Aja guarderanno questa decisione e diranno: ‘è sufficiente far credere alla Corte che condurre le indagini sarà troppo arduo e ci lasceranno in pace'”, afferma Mark Kersten della Wayamo Foundation, un’organizzazione internazionale che si occupa di giustizia.

La Corte dell’Aja fu concepita come un tribunale di ultima istanza – l’ultima speranza per vittime che non potevano cercare giustizia altrove. Ma sembra che la Corte non sarà in grado di rispondere alle istanze di decine di migliaia di afghani. Il team di giudici sta valutando le sue opzioni, ma la possibilità di impugnare la sentenza è tutt’altro che garantita. E con un oppositore come gli Stati Uniti, è facile capire perché. I critici sostengono tuttavia che proprio l’opposizione ai grandi poteri dovrebbe essere parte integrante del Dna del Tribunale. Purtroppo, il fragile concetto di giustizia internazionale sembra diventare ogni giorno più fragile.

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