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La Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) non usa mezze misure contro Israele e Benjamin Netanyahu. Tel Aviv, dice il massimo tribunale dell’Onu, deve “fermare immediatamente la sua offensiva militare e qualsiasi altra azione nel Governatorato di Rafah, che possa infliggere ai palestinesi di Gaza condizioni di vita che potrebbero portare alla sua distruzione fisica totale o parziale”. Uno schiaffo durissimo inflitto dal presidente Nawaf Salam dopo che la Icj ha deliberato sulla richiesta di misure d’emergenza proposta nei giorni scorsi dagli avvocati del Sudafrica, che alla Corte dell’Onu ha presentato nei mesi scorsi una denuncia contro Israele per possibili effetti genocidiari della guerra a Gaza.

Un uno-due duro per Israele dopo la notizia di lunedì della richiesta dell’imputazione per crimini di guerra e contro l’umanità contro il primo ministro Benjamin Netanyahu da parte del Tribunale Penale Internazionale. La Corte dell’Onu, con sede a L’Aja, ha nella sentenza letta oggi da Salam accolto molte richieste sudafricane ordinando a Israele di aprire il valico di frontiera di Rafah preso dall’Idf nelle scorse settimane per consentire il fluire degli aiuti umanitari ai gazawi. Una sentenza “rivoluzionaria” per il governo sudafricano, un “collasso e un disastro morale” per l’ex premier israeliano e capo dell’opposizione Yair Lapid. Arci-nemico politico di Netanyahu ma in prima linea nel fare barrage contro la Corte.

E se nel caso dell’incriminazione di Netanyahu Israele ha addotto il disconoscimento del Tpi da parte di Tel Aviv, la Icj è invece un organo delle Nazioni Unite le cui sentenze sono giuridicamente vincolanti. Tanto che il Sudafrica è pronto a portare al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite la sentenza. La quale, al contrario dell’incriminazione del Tpi, obbligherà tutte le parti in causa a tirare la testa fuori dal guscio: se ad esempio sul caso Tpi gli Usa e Joe Biden hanno disconosciuto la corte, di cui Washington non è parte, come potrà ora la Casa Bianca nascondersi dopo aver a lungo fatto moral suasion contro l’offensiva su Rafah, culmine di una guerra che ha ucciso oltre 37mila civili, due terzi dei quali donne e bambini? Al Consiglio di Sicurezza potranno Francia e Regno Unito, Paesi membri permanenti, disconoscere il multilateralismo altrove lungamente promosso? E Russia e Cina, cosa faranno? Potranno ancora far tatticismi di sorta?

La realtà parla di una sentenza che mette nero su bianco il ripudio di una guerra in cui Israele non sembra voler in alcun modo rispondere, in forma proporzionale, a quanto subito il 7 ottobre scorso.

L’offensiva su Rafah mette a repentaglio la stabilità stessa, la tenuta sociale e, in prospettiva, l’esistenza del popolo gazawi nella Striscia. Sarebbe il non plus ultra di una guerra già sanguinosa. C’è un prima e un dopo questa sentenza, non a caso contestata con proverbiale hybris dagli ultranazionalisti di Tel Aviv: “nessun potere sulla Terra impedirà a Israele di proteggere i suoi cittadini e di attaccare Hamas a Gaza”, ha detto un funzionario anonimo israeliano citato dal Guardian. Per Itamar Ben-Gvir, “falco” ministro della Sicurezza Nazionale la Icj è un “tribunale antisemita”. Se Israele continuerà con l’offensiva, diventerà a norma di diritto internazionale uno Stato in violazione di una sentenza Onu guidato da un ricercato per crimini di guerra. Qualcosa che non fa onore alla lunga storia dello Stato Ebraico. E nemmeno alla sua sicurezza odierna, in quadro locale e regionale, messa a rischio dalle scelte di un governo che ha scelto di diventare l’esatto doppio del nemico che si riteneva chiamato a estirpare, Hamas.

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