Guerra /

La Corea del Nord fa sapere, tramite la voce del suo ministro degli Esteri, Ri Son-gwon, che il regime è pronto a prendere atto dello stallo sui negoziati in merito alla denuclearizzazione del Paese e pertanto riprenderà lo sviluppo di armi nucleari e missili balistici.

“Col senno del poi, le pratiche dell’attuale amministrazione presidenziale sono state dettate solamente da priorità politiche” ha detto il ministro, aggiungendo che Pyongyang “si doterà di una forza più affidabile per far fronte alla minaccia militare a lungo termine degli Stati Uniti” e a tal fine rafforzerà “il proprio deterrente nucleare nazionale”.

A due anni esatti dalla storica stretta di mano tra il presidente Trump ed il leader nordcoreano Kim Jong-un avvenuta durante il vertice di Singapore del 12 giugno 2018, che avrebbe dovuto condurre ad una normalizzazione della crisi coreana come premessa per la possibile firma di un trattato di pace che manca alla Penisola sin dalla fine del conflitto del 1950/1953, la Corea del Nord rompe gli indugi e ritorna sui suoi passi.

La decisione, ad onor del vero, è stata preparata a lungo, sia a livello politico sia dal punto di vista pratico: la riunione tra Kim ed i suoi vertici militari dello scorso maggio, in cui si sono delineate le linee guida per gli scenari che si apriranno dopo la decisione odierna, arriva dopo mesi in cui la Corea del Nord, pur mantenendo aperti i canali di dialogo, non ha abbandonato la ricerca nucleare e missilistica come hanno dimostrato più volte prove fornite dalla ricognizione satellitare.

A marzo del 2019 l’intelligence sudcoreana aveva dimostrato che Pyongyang aveva riattivato il centro sperimentale missilistico di Sohae, che sembrava essere stato parzialmente demolito l’anno precedente proprio a seguito del buon esito dell’incontro di Singapore. Ad ottobre viene reso noto un altro rapporto che dimostra come la Corea del Nord non abbia cessato il processo di estrazione, e verosimilmente arricchimento, dell’uranio: a Pyongsan, infatti, uno dei due siti noti di estrazione del minerale, l’attività non risulta cessata mentre a Yongbyon risultano evidenze della riattivazione degli impianti di materiale fissile. Centrifughe per l’arricchimento sarebbero state in azione nel medesimo periodo anche a Kangson, un centro non lontano dalla capitale in posizione strategica perché vicino ai complessi di produzione missilistica e al porto di Nampo, dove ha sede un altro centro di ricerca sperimentale per la produzione di Slbm (Submarine Launched Ballistic Missile).

Così dopo due anni di stallo, in cui entrambe le parti si sono cristallizzate sulle proprie posizioni nonostante i buoni propositi, tornano ad aprirsi foschi scenari di escalation che il vertice di Singapore sembrava aver scongiurato. Una pace duratura in Corea era già diventata una pia illusione dopo il vertice di Hanoi del marzo del 2019, prematuramente abbandonato dal presidente Trump e che, come abbiamo già avuto modo di dire da subito, si risolse in un nulla di fatto.

Le rispettive istanze, ovvero l’accelerazione dello sviluppo economico nord-coreano in cambio della denuclearizzazione “totale e irreversibile”di Pyongyang, si sono scontrate con la real politik di un regime che considera il suo arsenale ancora come una forma di assicurazione sulla vita e con la fermezza di Washington che non ha mai voluto allentare la morsa delle sanzioni in via preventiva, animata forse dalla poca fiducia verso la Corea del Nord.

Il dialogo diplomatico di questi due anni, che pur c’è stato, non è mai stato fruttuoso per questo: si è trasformato in un circolo vizioso in cui le due parti in causa non hanno mai voluto fare il primo passo per andare incontro alle richieste altrui, motivo per il quale sono stati interrotti anche i recenti colloqui di Stoccolma risalenti all’ottobre scorso.

Già in quella occasione si poteva presagire la decisione nordcoreana di riprendere l’attività nucleare e missilistica quando il portavoce del ministero degli Esteri di Pyongyang ebbe a dire che il tempo per le trattative sarebbe scaduto entro la fine dell’anno. “Le sorti del dialogo tra Usa e Nord Corea sono nella mani di Washington” riferì in una dichiarazione che sembrò a tutti gli effetti un ultimatum “e la scadenza è fissata per la fine di quest’anno” aggiungendo che la Corea del Nord “non ha desiderio di tenere negoziati così nauseanti come questi a meno che gli Usa non adottino misure pratiche per porre fine alle politiche ostili”.

Così come allora Pyongyang ruppe le trattative ora decide unilateralmente, in una data simbolica che è andata oltre la scadenza di quell’ultimatum, di ritornare allo status pre Singapore, rincarando la dose e minacciando Washington di non ostacolare i rapporti con il Sud.

Nella giornata di giovedì 11 giugno, la Corea del Nord ha intimato agli Stati Uniti di non intromettersi negli affari inter-coreani e a non commentarne gli sviluppi, il tutto pochi giorni dopo aver troncato i canali di comunicazione con Seul. “Sono stanco della doppiezza degli Stati Uniti, che sono ansiosi di compromettere le relazioni inter-coreane quando esibiscono segnali di miglioramento, ma fingono sconcerto quando invece paiono peggiorare” ha dichiarato Kwon Jong-gun, direttore generale per gli affari Usa presso il ministero degli Esteri nordcoreano, dimostrando ancora una volta come il regime cerchi un approccio col Sud al di fuori delle dinamiche internazionali, considerando il tutto, cioè, una “questione interna”.

In questo atteggiamento, paradossalmente, il gioco di Pyongyang trova sponda a Seul che ha tutto l’interesse di cercare una mediazione col suo vicino di casa che rappresenta l’unico collegamento terrestre con il continente asiatico e col suo enorme mercato rappresentato principalmente dalla Cina.

La decisione del governo di Moon di considerare reato il lancio di palloncini di propaganda verso il nord da parte di esuli attivisti va letta proprio come il tentativo di calmare le ire di Pyongyang per stabilizzare i rapporti commerciali inter-coreani, ma questo atteggiamento potrebbe diventare pericoloso e controproducente: il regime ha da sempre adottato la strategia di alzare la tensione per strappare accordi favorevoli, e in futuro potrebbe mettere sul tavolo condizioni che non potranno mai essere accettate con il rischio di vedere improvvisamente riacutizzarsi la crisi con conseguenze imprevedibili.

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