Guerra /

La coalizione guidata dall’Arabia Saudita, e sostenuta dagli Stati Uniti, ha colpito obiettivi nei pressi del porto yemenita sul Mar Rosso di Hodeidah. L’attacco è stato condotto, nella mattinata di venerdì, per eliminare quattro siti ritenuti essere centri di assemblaggio di barchini esplosivi a controllo remoto e mine navali.

Come riportato da Reuters, le autorità saudite hanno riferito che l’attacco ha riguardato “legittimi obiettivi militari” per mantenere la sicurezza delle vie di navigazione lungo gli stretti di Bab el-Mandeb ed il Mar Rosso. “Questi siti sono usati per compiere attacchi e operazioni terroriste che minacciano le vie di comunicazione ed il commercio internazionale nello Stretto di Bab el-Mandeb e nel Mar Rosso meridionale” sono state le parole del portavoce della coalizione colonnello Turki al-Malki, facente parte della Royal Saudi Air Force.

I ribelli yemeniti di fede sciita Houthi, per bocca di Daifallah Al-Shami portavoce del movimento, hanno duramente condannato l’incursione in una dichiarazione rilasciata per Almasirah TV, sostenendo che rappresenta una grave violazione degli accordi di Stoccolma che prevedono il cessate il fuoco nella città e porto di Hodeidah, il ritiro delle truppe e l’istituzione di un corridoio umanitario.

La risposta saudita all’attacco alla raffineria

L’incursione di venerdì mattina è la risposta saudita all’attacco effettuato dagli Houthi contro le raffinerie di Buqyaq e Khurais della Saudi Aramco, la compagnia petrolifera di Riad, ed è avvenuta a poche ore da un seconda azione armata che ha sventato un presunto tentato attacco terroristico condotto con un barchino esplosivo nelle acque del Mar Rosso riconducibile ai ribelli yemeniti nella serata di giovedì.

Secondo Riad il porto di Hodeidah resta il punto di origine di diversi tentativi di attacco al traffico navale nel Mar Rosso: il colonnello Malki ha riferito che il porto yemenita viene usato dai ribelli per “lanciare missili balistici, droni, barchini esplosivi radiocomandati ed anche per la posa indiscriminata di mine navali”.

In effetti nel luglio dello scorso anno due petroliere saudite sono state colpite mentre erano in navigazione in quel vitale tratto di mare, passaggio obbligato per il traffico commerciale e soprattutto petrolifero proveniente e diretto verso il Mediterraneo.

L’attacco saudita non rappresenta solo una violazione degli accordi di Stoccolma, già infranti da entrambe le parti in più di una occasione, ma una mossa destabilizzante e potenzialmente pericolosa nel quadro della crisi del Golfo che vede coinvolto l’Iran.

Riad, così come Washington, hanno da subito puntato il dito contro Teheran in merito all’attacco alle raffinerie sostenendo che ci fosse lo spettro dell’Iran dietro l’incursione effettuata con droni e, sembrerebbe, anche con missili da crociera di fabbricazione iraniana.

Gli Stati Uniti, però, sembrano voler procedere coi piedi di piombo questa volta: il segretario di Stato Mike Pompeo ha affermato, giovedì, che gli Usa vogliono una soluzione pacifica alla crisi generata dagli attacchi cercando allo stesso tempo di adoperarsi con l’Arabia Saudita per aumentare la protezione di altri possibili obiettivi. Parallelamente Teheran, che nega qualsiasi tipo di coinvolgimento, ha fatto sapere che ogni eventuale azione militare di rappresaglia contro l’Iran di origine americana o saudita porterebbe ad una “guerra aperta”.

Escalate to de-escalate?

L’attacco saudita ha sicuramente contribuito ad inasprire la tensione nel Golfo e potrebbe aver seriamente minato la strategia americana di contrasto all’Iran fatta di escalation militare mantenendo contemporaneamente aperte tutti i canali diplomatici con Teheran.

Il fronte anti-iraniano, fortemente voluto da Washington seguendo la tattica ben collaudata denominata escalate to de-escalate, è già molto fragile avendo perso l’appoggio di un alleato fondamentale nella regione: l’Iraq. Baghdad ha infatti fatto sapere recentemente che non si unirà ad alcuna forza a protezione delle navi commerciali nel Golfo Persico, così come la Germania.

Task Force navale che però molto probabilmente vedrà la partecipazione del Giappone, le cui navi andranno ad affiancarsi a quelle statunitensi ed inglesi già presenti nell’area del Golfo e degli stretti di Hormuz e Bab e-Mandeb.

Gli Stati Uniti, pertanto, corrono il rischio di essere messi con le spalle al muro in caso che il conflitto yemenita degeneri ulteriormente trasformandosi in uno scontro regionale coinvolgente Iran e Arabia Saudita, alleato fondamentale di Washington. La diplomazia Usa, quindi, dovrà lavorare duramente per cercare di mantenere quella “linea morbida” espressa dal segretario di Stato Pompeo, che sarà sostenuto, in questo proposito, dal nuovo consigliere per la Sicurezza Nazionale O’Brien, succeduto al “falco” Bolton, fautore di una linea dura contro Teheran e Corea del Nord.

diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY