A volte esistono combinazioni che, forse in maniera fin troppo semplicistica, vengono attribuite al destino: date, storiepersonali, storie di interi popoli e quant’altro in alcune occasioni sembrano intrecciarsi quasi a voler unire i punti di un determinato contesto e di una precisa situazione. Accade così che, proprio mentre il paese è nel pieno di una guerra devastante, la nazionale siriana per la prima volta nella sua storia si gioca la concreta possibilità di qualificarsi in un mondiale di calcio che, tra le altre cose, si svolgerà il prossimo anno in Russia e quindi in un paese che fa richiamo alla storica alleanza con Damasco ed al suo ruolo nel conflitto; per giunta, la partita decisiva per l’accesso agli spareggi mondiali si gioca a Teheran, contro un Iran anch’esso alleato del governo siriano in questi sei anni di guerra e, soprattutto, il match cade nel giorno della fine definitiva dell’assedio di Deir Ezzor che perdurava da quattro anni. A completare questo incredibile puzzle di significative e suggestive coincidenze, il gol decisivo per la Siria è stato segnato all’ultimo minuto l’attaccante Omar Al Soma, nato nel 1989 proprio a Deir Ezzor.
La Siria è tornata per 90 minuti un paese normale
Il calcio nel mondo arabo ha un’importanza molto più grande di quanto di possa pensare: in molti paesi gli stadi sono spesso pieni, i confronti tra le nazionali sono seguiti e richiamano un gran numero di tifosi, per tanti adolescenti di alcune delle più importanti metropoli il campetto di periferia assume una funzione vitale per la propria crescita umana e sociale. Le nazionali magrebine, all’interno del mondo arabo, sono forse quelle più quotate e blasonate avendo anche sfornato nel corso della storia diversi talenti che hanno ben figurato nei principali campionati europei; l’Egitto, ad esempio, è la squadra più titolata in Africa con ben sette trofei continentali conquistati, mentre Algeria, Tunisia e Marocco hanno vinto un’edizione a testa. Pur tuttavia, anche le nazionali arabe iscritte nella confederazione asiatica in ambito continentale hanno spesso lottato per le prime posizioni: su sedici edizioni della Coppa d’Asia, cinque sono stati i successi arabi tra i tre dell’Arabia Saudita e quelli conquistati da Kuwait ed Iraq.
La Siria ha avuto un discreto movimento calcistico negli anni 50, essendo stata una delle prime nazionali che ha partecipato ai tornei di qualificazione per i mondiali; pur tuttavia, a livello di risultati sia le squadre di club che la stessa nazionale hanno sofferto in qualche modo la rivalità con il resto del mondo arabo e soprattutto con i ‘cugini’ dell’Iraq, la cui selezione è riuscita invece nel 1986 a centrare la qualificazione al mondiale e nel pieno delle violenze settarie post Saddam Hussein a vincere addirittura la storica Coppa d’Asia del 2007. Ma da parte del governo di Damasco gli investimenti in ambito calcistico prima della guerra non sono mancati, con l’obiettivo di rendere a lungo termine competitiva la propria nazionale; ad Aleppo ad esempio, nel 2007 è stato inaugurato uno degli stadi più grandi del medio oriente, oggi in parte coinvolto dagli scontri della battaglia per la presa della seconda città del paese.
Il paese poi, caduto nel baratro del conflitto, sembrava ad un certo punto non occuparsi più di sport o di divertimento: i rumori della guerra, le razzie dell’ISIS, le immagini di civili e soldati prigionieri od uccisi da parte dei terroristi hanno preso il sopravvento nella vita quotidiana, ammesso che quella vissuta durante le battaglie possa essere considerata una vera e propria vita. Ma improvvisamente, qualcosa nel silenzio degli stadi lontani settemila chilometri dalla Siria è cambiata: una selezione fatta di giocatori costretti ad allenarsi ed a giocare fuori dal paese, ha iniziato a far distrarre per un attimo il proprio popolo dalle grinfie scure e tetre della guerra; risultato dopo risultato, la nazionale siriana è arrivata all’ultima partita del girone con la concreta chance di qualificarsi a Russia 2018. Vincere in Iran con due gol di scarto e sperare in un pareggio dei sudcoreani a Taskent contro l’Uzbekistan: per novanta minuti i ‘problemi’ dei siriani sono stati questi, come in un qualsiasi altro paese che ha la fortuna di poter rivolgere il pensiero ad una partita di calcio.
A Damasco le strade sono state riempite di bandiere siriane, ad Aleppo in piazza Saadallah Jabri è stato installato un maxischermo lì dove la scorsa estate invece lo scenario era costituito da checkpoint, macerie e carcasse di autobus volti a dividere la zona in mano governativa da quella sotto il controllo delle sigle jihadiste; stesse scene ad Homs, a Latakia ed in ogni parte del paese dove i fronti per un intero pomeriggio sono potuti apparire più lontani rispetto agli ultimi giorni ed agli ultimi anni. Poche ore prima alla tv siriana il capo di Stato maggiore dell’esercito aveva annunciato la fine dell’assedio di Deir Ezzor: una vittoria sul piano militare, un successo che ha riconsegnato un capoluogo di provincia nuovamente nelle mani del governo, un evento che è parso a molti premonitore di una giornata storica anche nello sport. E’ con questo spirito che i siriani, sia sciiti che sunniti, tanto drusi quanto cristiani, sono rimasti incollati alla tv durante la partita: nei suk come nei bar, nei locali delle metropoli come in quelli dei piccoli villaggi, la Siria ha finalmente potuto trepidare per una sfida sportiva.
Una nazionale in cerca di “casa”
Né i tifosi siriani, né quelli iraniani vogliono sentir parlare di ‘biscotto’, termine che nel calcio indica un punteggio concordato tra le due squadre specie quando una delle due, come in questo caso l’Iran, aveva già ottenuto il proprio obiettivo grazie alla qualificazione al mondiale ottenuta con due gare d’anticipo; a Damasco come a Teheran, il 2 – 2 finale viene considerato un risultato giusto frutto di quanto visto in campo senza favoritismi offerti dalla nazionale di casa ai siriani. Il gol che ha regalato il pari alla Siria nei secondi finali del match e, con esso, la qualificazione agli spareggi per poter andare in Russia, è stato siglato da Omar Al Soma: attaccante che milita in una formazione saudita, il giocatore è nato proprio in quella Deir Ezzor liberata poche ore prima dell’inizio del match e dopo il suo gol sono partiti i festeggiamenti in patria ma anche tra i siriani all’estero.
Calcio e politica s’intrecciano ancora una volta: la Siria potrà proseguire la sua avventura mondiale e dovrà passare per gli spareggi contro la forte Australia, ma adesso tocca dare a questa nazionale una ‘casa’; tutte le partite dal 2012 in poi sono state disputate in ‘esilio’, con diversi paesi della regione che hanno negato ospitalità ai giocatori siriani in quanto considerati appartenenti alla ‘squadra del regime’ di Assad e così gli atleti della nazionale sono stati costretti a giocare a Krubong, città malese troppo distante per richiamare tifosi o supporters al seguito. La FIFA, sia sotto la gestione Blatter che Infantino, ha continuato sempre a riconoscere l’attuale federlcalcio siriana come unica rappresentante del mondo calcistico del paese, a dispetto di numerose pressioni che invece chiedevano la costituzione di una nuova nazionale con i colori della bandiera ‘ribelle’; adesso però l’obiettivo dei vertici del calcio siriano è quello di far quanto meno riavvicinare la nazionale ai suoi tifosi.
A prescindere se anche quest’obiettivo verrà raggiunto ed a prescindere anche del risultato della futura sfida contro l’Australia, lo sventolio di bandiere siriane e la ritrovata passione per una normale partita di calcio hanno costituito di per sé un momento importante per un paese che ha voglia di quotidianità e che spera nel ritorno ad una vita costituita sempre più di trepidazioni sportive, a dispetto invece di quelle causate dalla guerra e dalla sofferenza che essa infligge da almeno sei anni.