Nel deserto di Homs a brillare non è soltanto la ‘perla’ di Palmyra; ad est della terza città siriana, liberata nel 2014 dalla presenza islamista, lungo la strada che dalla periferia di Damasco risale proprio verso le rovine della vecchia città romana, vi è uno dei luoghi più importanti della cristianità mediorientale: si tratta di Qaryatayn, piccola cittadina di meno di ventimila abitanti che, come testimoniato dalla presenza di Chiese ed importanti basiliche, è una delle località con più cristiani in questo angolo della Siria. Qui l’ISIS ha mostrato i tanti volti della sua crudeltà: quando nel maggio 2015 la cittadina è caduta in mano agli uomini con le bandiere nere, è iniziata la persecuzione contro i cristiani tra uccisioni mirate e demolizione dei simboli della presenza della minoranza religiosa in questa località. Nel luglio 2015, un video diffuso dai miliziani jihadisti ha mostrato la distruzione del più importante monumento cristiano della zona, ossia il grande Monastero di Elian; oggi l’ISIS non c’è più, anche a Qaryatayn sarà possibile festeggiare il Natale, ma le cicatrici fisiche ed insite nell’animo di questa località non sembrano essere destinate a rimarginarsi facilmente.

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Lo sfregio ad uno dei simboli più importanti della cristianità in Siria

C’è un filo conduttore che lega il Monastero di Elian con l’Italia e con i primi anni della guerra civile siriana; con quella sua struttura semplice, innalzata con le stesse pietre del deserto e quasi mimetizzata con le rocce circostanti, questo luogo di culto ha sempre attratto numerosi pellegrini devoti di San Giuliano (Elian, per l’appunto, come chiamato da queste pari) d’Emesa ma anche, al tempo stesso, numerosi curiosi da tutto il mondo: edificato nel V secolo, agli inizi degli anni 2000 si è reso necessario un importante restauro del Monastero per permetterne la conservazione e la fruizione. E’ proprio qui che si intrecciano le sorti di questo luogo di culto con il nostro paese e con quello che, dopo alcuni anni, è accaduto durante la guerra civile; tra i principali promotori di quel restauro viene infatti annoverato Padre Paolo Dall’Oglio, il gesuita rapito nel 2013 in Siria e di cui ancora oggi non si sa nulla: è stato proprio il religioso, peraltro noto per aver rifondato negli anni 80 la comunità monastica di ‘Mar Musa’ a cui apparteneva il Monastero, a premere per la riapertura del sito di Qaryatayn.

L’arrivo dell’ISIS nel 2015 ha segnato la fine del Monastero di Elian ed ha inferto un grave colpo alla comunità cristiana presente nella zona; le immagini della distruzione della struttura, con le ruspe che hanno inesorabilmente tirato giù quelle pietre che da sedici secoli erano richiamo per fedeli e devoti, hanno fatto il giro del mondo ed hanno dato l’idea di cosa ha voluto significare vivere sotto le bandiere nere del califfato. Ma non è stata l’unica razzia che ha dovuto subire in questi ultimi due anni la cittadina di Qaryatayn; diversi infatti sono stati i civili uccisi, specialmente di fede cristiana: le vie e le piazze attorno il Monastero distrutto hanno ospitato esecuzioni e processi sommari, con l’ISIS che ha governato questo territorio non senza l’ausilio di alcune tribù locali. L’arrivo dell’esercito nell’aprile 2016 ha fatto illudere molti circa il ritorno alla normalità; i terroristi erano stati cacciati, le bandiere nere sostituite con quelle siriane e le truppe fedeli ad Assad hanno potuto festeggiare quel successo militare assieme a chi, poco più a nord, in quegli stessi giorni ha liberato Palmyra.

Purtroppo però, il destino per Qaryatayn aveva in serbo altre drammatiche sorprese: a distanza di 15 mesi dalla fine delle ostilità in questa cittadina, con il fronte oramai lontano centinaia di chilometri, una cellula dormiente dell’ISIS ha improvvisamente attaccato le difese dell’esercito siriano; l’effetto sorpresa ha giocato un brutto scherzo alle truppe regolari, le quali hanno dovuto lasciare nuovamente Qaryatayn al califfato. E’ stata un’occupazione breve, con i miliziani subito assediati ed impossibilitati ad avanzare, pur tuttavia la città ha dovuto assistere a quello che appare attualmente come l’ultimo massacro dell’ISIS in terra siriana: nel mese di ottobre, più di cento civili sono stati giustiziati e la popolazione è ripiombata nuovamente nel terrore.

Chiese saccheggiate ma cittadini nuovamente liberi: torna il Natale anche nel cuore del deserto

La parola fine alla presenza del califfato in queste zone è stata messa lo scorso 20 ottobre: l’esercito ha ripreso Qaryatayn ed ha messo in sicurezza la cittadina; bandiere nere e terroristi hanno lasciato spazio anche qui ai festeggiamenti per il Natale, con la comunità cristiana pronta a stabilirsi nuovamente in questo angolo del deserto siriano che, prima dell’inizio del conflitto, era tra i simboli della pacifica convivenza tra musulmani e cristiani nel paese. Non è certo semplice però tornare alla normalità visto che, dal 2015 in poi, non è stato distrutto soltanto il Monastero di Elian, bensì anche numerose Chiese ed altri luoghi di ritrovo; la posizione periferica di Qaryatayn, inoltre, non sta aiutando la popolazione a riprendere da subito la propria quotidianità: Aleppo ed Homs, nonostante le devastazioni, sono comunque due grandi città ed è più semplice far accendere i riflettori sulle condizioni in cui versano le loro rispettive popolazioni, Qaryatayn invece oltre ad essere isolata appare lontana dalle attenzioni mediatiche e la ricostruzione potrebbe, in futuro, assumere ritmi più lenti che da altre parti.

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Per adesso però, la notizia più importante è quella relativa al ritorno della sicurezza della popolazione e quindi della possibilità di festeggiare il Natale per la comunità cristiana; quel deserto che per due intensi anni è stato dominato dalle bandiere nere e, suo malgrado, protagonista di razzie ed atrocità attuate dai miliziani del sedicente califfato, oggi inizia nuovamente a vedere i simboli della più sentita festa cristiana e, con essi, anche la prospettiva di un lento ma costante cammino verso la normalità. Un albero di Natale nel cuore di un deserto, potrebbe diventare ben presto simbolo della rinascita della comunità cristiana dal vuoto creato dalla furia estremista dell’ISIS.

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