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I venti di guerra che soffiano sul Pacifico non vanno soltanto nella direzione di un possibile scontro fra Corea del Nord e il blocco composta da Usa, Corea del Sud e Giappone. Anche la Cina sta aumentando il numero di operazioni nel Pacifico, anche in funzione dissuasiva nei confronti dell’aumento del numero di mezzi e di armi che gli Stati Uniti stanno portando vicino le sue coste. L’ultima notizia, in tal senso, proviene dal sito americano d’informazione militare Defense News, che martedì scorso ha pubblicato un articolo in cui si afferma che l’aeronautica militare cinese avrebbe effettuato esercitazioni militari nel Pacifico simulando bombardamenti contro l’isola di Guam, avamposto occidentale delle forze armate americane.

L’esercitazione dei bombardieri cinesi ha messo in allarme il Pentagono e s’inquadra in un momento in cui le tensioni fra Pechino e Washington non sembrano destinate a diminuire, nonostante il prossimo arrivo di Trump in Cina, che sarà un momento di particolare rilevanza nei rapporti bilaterali fra i due Paesi. La crisi della penisola coreana è soltanto una delle chiavi per comprendere lo scontro fra le due superpotenze che si contendono il Pacifico (e non solo). In realtà, lo scontro si svolge su molti ambiti e su molti settori geografici, con una ricerca di ostacolare la potenza rivale sia dal punto di vista commerciale che dal punto di vista politico e di sfera d’influenza. E se a Nord la questione coreana sembra essere giunto a un pericoloso stallo, in cui però Pechino non appare intenzionata a entrare decisa nel conflitto anche in caso di guerra, sul fronte più meridionale, cioè quello del Mar cinese orientale e del Mar cinese meridionale, la questione è ben diversa. E, come confermato dagli ufficiali intervistati dal portale americano, se quello con la Corea del Nord sembra un conflitto “che possiamo vincere”, con la Cina sono “preoccupati da come stanno andando le cose”.

Joseph Dunford, Capo dello Stato Maggiore congiunto delle forze armate statunitensi (Chairman of the Joint Chiefs of Staff) ha dichiarato che la Cina “è in assoluto la sfida a lungo termine nella regione”. Ed ha continuato dicendo che “quando guardiamo le capacità che la Cina sta sviluppando, dobbiamo assicurarci di mantenere la capacità di soddisfare i nostri impegni di alleanza nel Pacifico”. In particolare, il generale fa riferimento al problema del controllo delle isole Senkaku, e a tutto quanto riguarda il confronto tra Stati Uniti, Giappone e Cina sul fronte del controllo del Mar Cinese orientale. Come confermato anche a Defense News, sono ormai quotidiani gli incontri ravvicinati tra aerei cinesi e giapponesi in questo spazio aereo, specialmente dopo che la Cina, nel 2013, ha deciso unilateralmente di allargare lo spazio aereo di identificazione (Adiz l’acronimo in inglese) anche sopra quello che si è sempre ritenuto essere uno spazio di competenza nipponica. E tutto questo a poca distanza dalle forze armate americane. E oltre al problemi dell’aeronautica, esiste una tensione continua fra la marina cinese e quella statunitense per quanto riguarda il pattugliamento delle navi Usa nelle acque che la Cina ritiene come sua legittima sfera d’azione, in particolare nel Mar cinese meridionale.

Ma la realtà di queste esercitazioni potrebbe essere anche più complessa di quanto possa apparire a prima vista. Se, infatti, gli Stati Uniti ritengono si tratti di esercizi aerei di minaccia nei confronti delle proprie forze armate e della basi Usa nell’area, alcuni esperti militari asiatici ritengono invece più plausibile che il messaggio possa esser rivolto a un altro attore della zona: Taiwan. Intervistato dal South China Morning Post, Zhou Chenming, analista militare esperto dell’area, ha detto che difficilmente la Cina potrebbe utilizzare quel tipo di bombardieri utilizzati nelle esercitazioni, per colpire Guam, dal momento che i missili balistici in dotazione alle forze armate cinesi riuscirebbero a svolgere un lavoro molto più efficace. “Attualmente, questi bombardieri si muovono prevalentemente in direzione di Taiwan, inviando un messaggio alle forze pro-indipendentiste dell’isola”.