La Cina progetta di costruire una base navale a Vanuatu?

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Nella giornata di lunedì 9 aprile il quotidiano australiano Sydney Morning Herald ha riportato che la Repubblica Popolare Cinese sarebbe interessata a sviluppare la sua seconda base militare all’estero, dopo quella operativa a Gibuti, nello Stato insulare di Vanuatu, situato nel Pacifico sud-occidentale e governante l’arcipelago noto come Nuove Ebridi ai tempi dell’amministrazione coloniale franco-britannica terminata nel 1980.

David Wroe, infatti, ha riportato che Pechino sarebbe intenzionata a sviluppare la cordiale e duratura relazione con Vanuatu, andando oltre gli accordi già annunciati fondati su una costante assistenza economica al Paese oceanico di 270mila abitanti e sull’impegno cinese a costruire una nuova residenza ufficiale per il presidente del consiglio Charlot Salwai nella capitale Port Vila. Le ambizioni di Pechino sarebbero, secondo Wroe, incentrate sul piano militare: Pechino “potrebbe iniziare con un accordo che consenta alle navi cinesi di attraccare ed essere rifornite” e in seguito sviluppare installazioni e infrastrutture finalizzate a tale scopo.



La Cina ha smentito l’indiscrezione proveniente dall’Australia: tuttavia, l’eventualità sollevata da Wroe non è affatto un’ipotesi peregrina e remota, sebbene l’autore non abbia voluto segnalare le fonti da cui dichiara di aver ricevuto la notizia pubblicata, in quanto per la Cina mettere piede a Vanuatu significherebbe avanzare notevolmente le sue prospettive strategiche.

La relazione speciale tra Vanuatu e la Cina

Innanzitutto, è necessario chiedersi: perché proprio Vanuatu? Il piccolo Stato è un amico di vecchia data della Repubblica Popolare e un interprete fedele della one China policy che Pechino considera fondamentale nell’elaborazione della sua strategia diplomatica. L’uomo chiave di Port Vila a Pechino è stato l’ex Ministro delle finanze Willie Jimmy, ambasciatore in Cina dal 2009 al 2013 e partecipe di un’apertura eccezionale della Cina a Vanuatu che ha portato importanti investimenti in settori chiave come l’intermediazione finanziaria, il turismo e l’agricoltura.

In una regione che vede sei piccoli Stati garantire il loro riconoscimento ufficiale a Taiwan (Tuvalu, Nauru, Palau, Isole Salomone, Isole Marshall e Kiribati), per Pechino risulta necessario conquistare la benevolenza dei partner strategici: l’occhio di riguardo con cui l’arrembante Cina di Xi Jinping guarda al Pacifico rende problematica l’esistenza di un centro di opposizione alla sua politica estera, per quanto incarnato da microstati insulari. 

Alla diplomazia si aggiunge la geopolitica: forse Wroe nel suo articolo ha ricevuto indicazioni erronee, ma certamente l’idea di una base nel Pacifico del Sud risulta notevolmente appetibile agli strateghi di Pechino.

La Cina nel cuore del dispositivo statunitense

Posizionarsi a Vanuatu permetterebbe infatti alla Cina una proiezione di potenza notevole. Consentirebbe di ampliare la versione innovata da Xi Jinping del progetto geostrategico dell’ammiraglio Liu Huaqing, che negli Anni Ottanta teorizzava l’uscita dell’influenza navale di Pechino dalle acque costiere del Mar Cinese Meridionale e la costruzione di una flotta oceanica capace di operare off-shore col supporto di basi opportunamente sviluppate negli arcipelaghi del Pacifico.

Il Pacifico è anche, oggigiorno, il terreno di confronto tra la Cina e il dispositivo strategico a guida statunitense, imperniato sulle flotte di Washington e sulle loro portaerei, nonché su una catena di basi disposte tra l’Australia e l’isola di Guam. Tale confronto si è fatto sempre più aspro negli ultimi anni, dato che, così come gli Stati Uniti percepiscono la sfida esistenziale che la Cina è potenzialmente in grado di portare loro anche altri attori sono in diretta competizione con la Cina sul piano strategico militare. Uno di questi è l’Australia stessa: se Pechino fosse in grado di schierare la sua flotta nel Mar dei Coralli, l’influenza di Canberra nel suo “cortile di casa” risulterebbe notevolmente pregiudicata.

Un centro di intelligence?

Come riporta Agenzia Nova: ” Pechino ha sottolineato [nella giornata dell’11 aprile] che la presenza navale cinese nelle isole del Pacifico è di natura esclusivamente umanitaria, ed ha citato una imminente esercitazione congiunta con Nuova Zelanda e Vanuatu per la risposta a disastri naturali”. Tuttavia, “nonostante le secche smentite di Cina e Vanuatu, diversi analisti cinesi, citati tra gli altri dal quotidiano South China Morning Post, reputano plausibile che Pechino intenda realizzare una stazione di monitoraggio spaziale, che per sua natura potrebbe essere destinata anche ad attività di intelligence e altre funzioni di carattere militare”.

Installazione navale, centro di osservazione o suggestione? La base cinese a Vanuatu fa parlare di sé indipendentemente dalla sua esistenza: e questo, di per sé, fa già notizia, in quanto dimostra il livello di credibilità raggiunto dalla Cina come potenza capace di espandere la sua influenza oltre i propri confini e di poter condizionare la geopolitica di una regione ampia e complessa come l’Oceano Pacifico anche solo attraverso le sue azioni in un Paese apparentemente marginale come Vanuatu.