Il Kashmir, la regione montuosa contesa tra Cina, India e Pakistan, ribolle delle tensioni che si sono improvvisamente riaccese nelle scorse settimane. Il confronto, ora, ha coinvolto direttamente Pechino e Nuova Delhi con una lenta escalation che ha portato a parossismi come lo scontro a colpi di sassi e mazze che ha provocato un totale di una cinquantina di morti nella valle di Galwan il mese scorso. I due giganti asiatici sono ai ferri corti anche se la situazione, per il momento, è sotto controllo: nonostante l’incremento delle truppe ai rispettivi confini e provvedimenti come il trasferimento di uomini, mezzi corazzati e aerei verso le basi avanzate non abbiamo ancora assistito, per il momento, a scontri di maggiore entità.

Quello che è il terzo contendente nella diatriba territoriale, il Pakistan, è sembrato ai margini di questi ultmi avvenimenti sino ad oggi, quando fonti indiane riportano che circa 20mila soldati sarebbero stati mobilitati da Islamabad a ridosso della Loc (Line of Control) nella regione del Gilgit-Baltistan, che confina con la provincia autonoma contesa di Jammu e Kashmir, recentemente assurta agli onori delle cronache in seguito alla decisione di Nuova Delhi di inglobarla nell’unione indiana.

Secondo i media indiani il numero di truppe che il Pakistan avrebbe schierato è più di quello visto dopo gli attacchi aerei di Balakot nel febbraio scorso, quando sembrava che tra i due rivali potesse scoppiare un conflitto su vasta scala. Gli stessi media ritengono anche che i radar della difesa aerea pakistana nella regione sono attivi, indicando quindi un livello di allerta che non si vedeva da quasi un anno.

Parallelamente l’India ha accusato la Cina di aver dispiegato presso la base aerea di Skardu nella regione del Gilgit-Baltistan, degli assetti militari non meglio definiti e soprattutto di aver intavolato trattative con la resuscitata organizzazione terrorista al-Badr per colpire nel Jammu e Kashmir, oltre che con gli stessi ufficiali dell’esercito pakistano. I timori di Nuova Delhi sono che Pechino intenda aprire un “secondo fronte” nella regione per indebolire la capacità dell’India di fronteggiare un eventuale colpo di mano nel Ladakh. Del resto la metodologia di reclutare, e financo armare, gruppi di irregolari e di terroristi per effettuare operazioni di guerriglia è ben rodata nella storia anche recente. A preoccupare Nuova Delhi in merito ai presunti movimenti di truppe pakistane c’è poi una considerazione di carattere storico: il Pakistan aveva usato queste aree come trampolino di lancio per permettere alle sue truppe di penetrare nel Ladakh prima della guerra del Kargil nell’estate del 1999.

Il direttore generale delle relazioni pubbliche inter-servizi pakistane (Ispr), il maggior generale Babar Iftikhar, ha smentito in un tweet le notizie definendole false. “Le notizie che circolano nei media online e social indiani che rivendicano un ulteriore dispiegamento di truppe dell’esercito pakistano lungo la Linea di Controllo nel Gilgit-Baltistan e il presunto uso della base aerea di Skardu da parte della Cina è falso, irresponsabile e lontano dalla verità” sono state le parole del generale che ha tenuto a precisare che “nessun movimento o introduzione di truppe aggiuntive ha avuto luogo” e ha concluso negando “con veemenza” la presenza di truppe cinesi in Pakistan.

In realtà un certo numero di soldati cinesi è presente in Pakistan da tempo. A settembre del 2010 tra le 7mila e 10mila unità sono state dispiegate proprio nel Gilgit-Baltistan per aiutare nella ricostruzione a seguito di una devastante inondazione. Le truppe erano per la maggior parte appartenenti al genio militare ma un anno dopo, come riferito da un rapporto dell’allora capo di Stato maggiore dell’Esercito indiano, ne erano presenti ancora tra le 3 e le 4mila unità. Secondo il Times of India questi soldati sono rimasti per essere impiegati in generici progetti di costruzione, ma Nuova Delhi vede con preoccupazione la presenza cinese in quel territorio proprio per i motivi che abbiamo già evidenziato.

La presenza militare cinese, però, non si è limitata al carattere “umanitario”: nel 2016 si viene a sapere dell’intenzione di Pechino di schierare truppe in Pakistan per proteggere il corridoio economico con la Cina lungo 3mila chilometri che collega il porto di Gwadar nel Belucistan, con la regione cinese dello Xinjiang. Da parte di Islamabad sono state invece mobilitate tre brigate di fanteria e due reggimenti di artiglieria per lo stesso scopo.

Il corridoio economico Cina-Pakistan, o Cpec, parte dalla provincia pakistana del Belucistan, corre lungo la costa del Makaran e gira a nord per collegare Lahore e Islamabad, attraversa la regione di Gilgit-Baltistan e poi si imbatte nell’autostrada del Karakoram, terminando a Kashgar nello Xinjiang.

I rapporti tra Pechino e Islamabad, infatti, sono divenuti molto più stretti negli ultimi anni grazie al deteriorarsi di quelli tra Pakistan e Usa, e prevedono anche, a margine dei 62 miliardi di dollari che Pechino investirà nel quadro dell’accordo di cooperazione Cpec, che a sua volta rientra nel progetto globale della Belt and Road Initaitive, la costruzione di due centrali tipo Hualong-1 a Karachi. Il reattore è un progetto americano: deriva infatti dal Ap1000 della Westinghouse Electric Corporation che in Cina lavora per la Spic, la State Power Investment Corporation ovvero una delle prime 5 compagnie cinesi nel campo delle costruzioni energetiche e ha in progetto la costruzione di 4 centrali di questo tipo.

Il soft power cinese ha quindi un prezzo, che è tanto più elevato quanto più sono complicate le congiunture internazionali, e quanto più debole è uno Stato nel consesso delle nazioni – ci viene da pensare guardando al Pakistan – e questo prezzo, da Islamabad, è stato pagato permettendo la presenza di truppe cinesi sul proprio territorio: uno schema messo in atto anche da altre potenze, come gli Stati Uniti, ma che proprio per via dell’accesa rivalità che intercorre tra i tre contendenti per il Kashmir, potrebbe essere destabilizzante.

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