La Cina blinda Assad contro il caos islamista in Siria

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“Stabilità e sostegno ad Assad”. È stata questa fino ad ora la richiesta ufficiale proveniente dai canali diplomatici cinesi in merito alla riaccensione della crisi siriana degli ultimi giorni. Una presa di posizione che non si discosta troppo dalla postura tenuta da Pechino in altri scenari conflittuali presenti oggi nel mondo. Ma forse quello siriano è un teatro in grado di generare maggiore preoccupazione nell’establishment politico e della sicurezza della più grande potenza asiatica.



Perché se in Siria sono presenti in primis i noti interessi russi, schierati da sempre al fianco del presidente Bashar al-Assad in difesa di un’alleanza che assicura a Mosca ben due basi navali sulla costa del Mediterraneo (quella di Latakia e quella di Tartus), e quelli iraniani, che tramite le proprie milizie sciite cercano di mantenere viva la propria influenza regionale, anche la Cina possiede articolazioni dei suoi interessi economici e politici in Siria e il loro andamento è legato alla stabilità del Paese e del suo potere.

È stato infatti con un viaggio compiuto a Pechino nel settembre del 2023 che il presidente siriano Assad è uscito dall’apparente isolamento internazionale in cui era piombato dopo anni di guerra civile. In quella sede il rapporto fra i due Stati venne innalzato a “partnership strategica” con la conseguente sottoscrizione di accordi in ambito commerciale, economico e infrastrutturale legati più in generale alla ricostruzione post-bellica del paese e alla Nuova via della Seta (BRI) cinese di cui Damasco è uno degli snodi fondamentali, per la posizione che assicura un facile accesso ai mercati europei e africani che interessano a Pechino.

La difesa cinese di Assad è però datata nel tempo e viene da più lontano. Sul piano del sostegno politico, negli ultimi anni la Cina si è affiancata a Russia e Iran in veste di principali alleati internazionali della Siria impegnata a respingere la minaccia interna dei ribelli che ora si sta rifacendo viva principalmente su pressione di Erdogan che centralizza su di sé molteplici interessi che vedono in Assad un nemico a partire da Usa e Israele.

Ci sono però anche dichiarazioni ufficiali che lasciano presagire che il legame sino-siriano si possa fondare anche su un principio di reciproco sostegno militare e di difesa comune. Nell’agosto del 2024, il ministro della difesa siriano, Ali Mahmoud Abbas, non ha lasciato spazio a interpretazioni quando ha definito “spalancate” le porte della cooperazione fra gli eserciti di Cina e Siria poiché entrambe impegnate contro un “nemico comune”, gli Stati Uniti, che “sostiene il terrorismo e si oppone agli sforzi per completare il processo di riconquista delle terre occupate”, citando i casi del Golan e di Taiwan. Un’affermazione in linea con quanto dichiarato dall’ambasciatore cinese in Siria che nel 2018 aveva parlato di una “cooperazione militare positiva” sull’antiterrorismo e di una Cina disposta a partecipare “in qualche misura” alla riconquista di Idlib al fianco dell’esercito regolare di Assad.

Un altro elemento di forte preoccupazione per Pechino è la rilevata attività del Partito Islamico del Turkestan (TIP) in Siria al fianco delle milizie jihadiste del fronte terrorista Tahrir al-Sham (HTS), più comunemente noto come una ramificazione di Al-Qaeda in Siria, che ha guidato in veste di principale formazione militare l’offensiva su Aleppo dei ribelli. Il TIP è un movimento jihadista uiguro che ha come principale obiettivo la fondazione di uno Stato confessionale islamico nella regione cinese autonoma dello Xinjiang situata nel Nord-Ovest del Paese al confine con Afghanistan, India, Kazakistan, Kirghizistan, Mongolia, Pakistan, Russia e Tagikistan.

Il TIP ha un fronte interno in Cina collegato all’esistenza del Partito Islamico del Turkestan (ETIM), considerato un’organizzazione terroristica con scopi e metodi analoghi a quelli del TIP. L’eventuale dilagare del TIP in Siria potrebbe quindi ampliare le sue capacità operative e contribuire al suo rafforzamento militare su più fronti, arrivando a minacciare ulteriormente gli interessi locali cinesi e inducendo Pechino a considerare lo scenario siriano come un tassello essenziale per la prosecuzione della propria influenza in Medioriente.