Non è un buon segno quando il capo della Cia compie una missione all’estero. Potrebbe voler dire che un conflitto è imminente e che la Casa Bianca, a corto di soluzioni, intende giocare la sua carta migliore per scongiurare il peggio. Una circostanza che accade sempre più di frequente negli ultimi anni. Ma quanto l’Agenzia e i suoi uomini sono davvero efficaci nell’affrontare le principali sfide geopolitiche degli ultimi decenni?

Gli anni del terrorismo 

“Stanno arrivando qui”. Per la Cia il nuovo secolo non è si è aperto sotto i migliori auspici. Un incontro avvenuto a luglio 2001 tra i principali responsabili della sicurezza americana alla presenza dell’allora consigliere per la Sicurezza nazionale Condoleeza Rice non aveva sortito i suoi effetti. Richard Blee, il responsabile del team Bin Laden aveva suonato l’allarme per un probabile attacco negli Stati Uniti e nulla era stato fatto davvero per sventarlo. Eppure, i segnali che per Washington il terrorismo stesse per balzare in cima alla lista delle minacce erano evidenti. L’attentato al Word Trade Center del 1993, le bombe in Kenya e Tanzania del 1998, l’attacco alla Uss Cole nel porto di Aden nello Yemen del 2000. L’impiego degli integralisti islamici foraggiati dall’America in Afghanistan negli anni Ottanta in funzione antisovietica stava per ritorcersi contro i loro “vecchi padroni” colpendo duro a New York e a Washington e monopolizzando così per i due decenni successivi l’attenzione degli americani. 

George J. Tenet, l’allora direttore della Cia, appare oggi ancora incredulo su come sia stato possibile un fallimento così eclatante dell’intelligence Usa e come la classe politica abbia sottovalutato le conclusioni degli 007. Dopo l’11 settembre però per l’Agenzia di Langley non c’è stato tempo per riflettere. “Ricevemmo un rapporto secondo cui Al Qaeda aveva collocato una bomba nucleare a New York. Non l’abbiamo mai trovata. Ma venimmo a conoscenza di progetti contro infrastrutture, edifici residenziali, ponti. Quello che vedevamo ci faceva sentire come se fossimo ogni giorno su una bomba ad orologeria” ricorda Tenet. Da quel momento in poi l’imperativo per la Cia e per la Casa Bianca di George W. Bush è impedire ai terroristi di colpire ancora. Di qui la caccia senza confini ai terroristi, la pratica delle extraordinary rendition e l’utilizzo dei black hole, i siti dove interrogare i terroristi con metodi classificati come torture. È in una di queste strutture in Thailandia in cui le spie hanno praticato anche il waterboarding che si distingue un futuro capo dell’Agenzia, Gina Haspel.  

Ad infliggere un altro duro colpo alla reputazione dell’Agenzia arriva la segnalazione, rivelatasi infondata, di armi di distruzione di massa in mano a Saddam Hussein. Il pretesto che porta nel 2003 al regime change in Iraq. È in quegli anni che vengono gettati i semi per la nascita dell’Isis, l’erede di Al Qaeda, che prende piede in Medio Oriente facendo deragliare, insieme alla guerra civile in Siria, l’exit strategy dalla regione di Barack Obama

Vecchi e nuovi nemici 

Mentre la cacciata dei talebani in Afghanistan, la guerra in Iraq, la neutralizzazione di Bin Laden e la guerra dei droni si dimostrano insufficienti a porre fine alla minaccia terroristica emergono attori internazionali sempre più assertivi ed intenzionati ad ostacolare i piani per un nuovo secolo americano. Cina e Russia compaiono infatti sempre più spesso nei President’s daily brief (Pdb), i rapporti redatti dalla Cia e consegnati ogni mattina sulla resolute desk dello Studio Ovale. Durante l’amministrazione Obama una ventina di spie dell’Agenzia vengono uccise o imprigionate in Cina compromettendo la raccolta di informazioni nel Paese del dragone. Un pericoloso blackout che porta gli Stati Uniti a non decifrare per tempo le iniziative espansionistiche del regime di Xi Jinping nel Mar cinese meridionale

Sono però la Russia e le sue mire sull’Ucraina a rappresentare per gli Stati Uniti la maggiore fonte di preoccupazione. Anche in questo caso Langley non riesce ad anticipare le manovre di Vladimir Putin contro Kiev. Comunque, come accaduto nel 2001, non sempre è sufficiente che la Cia colga i segni del pericolo imminente in quanto è necessario che il presidente sia convinto delle valutazioni delle spie e prenda le decisioni adeguate. Un esempio di ciò è l’avvertimento, caduto nel vuoto, lanciato ad Obama nel 2016 da John Brennan, l’allora capo della Cia, il quale aveva realizzato che il candidato repubblicano Donald Trump fosse l’”utile idiota” usato da Mosca per far avanzare la sua agenda. Dopo il difficile mandato del tycoon, diffidente dei servizi segreti ritenendoli un elemento del deep State a lui ostile, Biden sembra aver deciso di assegnare all’attuale capo delle spie, William Burns, una visibilità maggiore e un ruolo strategico nella definizione della politica estera di Washington. 

Da un’analisi delle imprese degli 007 americani nei primi decenni del nuovo secolo e considerando le guerre nell’est Europa e in Medio Oriente potrebbe sembrare che la Cia abbia collezionato solo fallimenti. Sarebbe ingiusto però raggiungere questa conclusione. Come afferma Brennan “quando sei direttore della Cia a volte leggi un’informazione chiara che dice ‘ci sarà un attacco domani’. Altre volte realizzi invece che c’è qualcosa che sta accadendo”. Per l’Agenzia comprendere quali allarmi tra i rumori di fondo siano reali rimane ancora una sfida al limite dell’impossibile ma se anche oggi il mondo non è scivolato in un caos senza ritorno è probabile che sia un po’ anche merito delle spie di Langley.