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Kherson è una città, capoluogo amministrativo dell’omonimo oblast, posta sulla sponda occidentale del fiume Dnepr non molto lontano dalla sua foce. Essa dista circa 45/50 chilometri dalla città di Mykolaiv, attualmente teatro di intensi scontri che hanno ripreso vigore in questa seconda fase del conflitto. Kherson è collegata con la sponda opposta dello Dnepr, ovvero quella più prossima alla penisola di Crimea, da un ponte ferroviario e uno stradale, e proprio per questo la città è stata l’obiettivo principale dell’offensiva russa sul fronte meridionale durante i primi giorni del conflitto.

L’esercito russo ha infatti spinto rapidamente le sue forze corazzate e meccanizzate, partite proprio dalla Crimea, in questa direzione, oltre che a oriente verso Melitopol, proprio per occupare le due vie di collegamento, colpevolmente lasciate intatte dagli ucraini. Quello che ha stupito, in quella prima fase della guerra, è stato proprio osservare che i due ponti non sono stati fatti saltare dall’esercito ucraino all’approssimarsi delle forze russe, che dopo qualche ora di combattimento li avevano già oltrepassati per entrare in città, che a tutt’oggi risulta controllata da Mosca.

Kherson è stata la prima – e fino a ora unica – “testa di ponte” russa oltre il fiume Dnepr. Una testa di ponte che si è andata consolidando nel corso delle settimane e che ha permesso all’esercito di Mosca di arrivare sino ai sobborghi di Mykoaliv e anche leggermente più a nord, nella direzione di Novaya Odessa. Questa mossa ha fatto (e fa ancora) ritenere che l’obiettivo russo possa essere una larga manovra di aggiramento verso Odessa, importantissimo scalo portuale sul Mar Nero, che molto probabilmente sarebbe accompagnata da uno sbarco anfibio di alleggerimento (o diversione), nonostante la menomazione della capacità russa dopo l’affondamento di una unità classe Alligator nel porto di Berdyansk e il danneggiamento di una (o forse due) unità classe Ropucha.

Kherson pertanto risulta un punto cruciale per la tattica del Cremlino, e per una serie di motivazioni. Oltre a essere il centro “oltre lo Dnepr” controllato dai russi, ora la città è diventata fondamentale per la rete dei rifornimenti: controllare lo scalo ferroviario permette a Mosca di farli affluire rapidamente dalla Crimea, essendo il sistema logistico russo basato principalmente su rotaia.

Proprio le ferrovie, più capillarmente diffuse nel sud del Paese, hanno rappresentato un fattore chiave del successo dell’avanzata russa, che si è spinta – come accennato – verso Melitopol ed è andata anche oltre sino ad arrivare a Mariupol mettendola così sotto assedio.



Kherson è anche cruciale non solo per la manovra verso Odessa, ma per un possibile avanzamento lungo il fiume Dnepr, per poter affiancare quella che potrebbe essere una grande manovra a tenaglia nell’est ucraino diretta da nord e da sud verso la città di Dnipro.

La città è anche strategica perché collocata alla foce del fiume più importante dell’Ucraina, e quindi controllandola si controlla tutto il traffico navale diretto da e verso l’entroterra sino a Kiev. Questo significa che qualsiasi passaggio di merci lungo il fiume sarà impossibile senza il permesso dei russi, esattamente come quanto avvenuto con l’annessione della Crimea e del relativo Stretto di Kerch, che collega il Mare d’Azov con il Mar Nero: il passaggio di navi ucraine attraverso quella strozzatura era “gentilmente concesso” dalle autorità di Mosca.

Il Cremlino ha ben presente la centralità di Kherson nelle dinamiche belliche e post belliche, e ha dimostrato che da quella città, così come dalla maggior parte dell’oblast omonimo e da quelli di Zaporizhzhia e Donetsk, non intende andarsene.

Il primo segnale di questa volontà lo abbiamo visto già il mese scorso, quando il 17 marzo, il governatore della Crimea ed esponente del partito di governo Russia Unita, Sergey Aksyonov, aveva affermato che i residenti della regione di Kherson dovrebbero ricevere pensioni e stipendi in rubli. Proprio da oggi, domenica primo maggio, Mosca ha ufficialmente dato il via all’utilizzo della propria valuta nazionale nella città occupata e attualmente governata dalla prima vera amministrazione militare russa. Questo processo potrebbe essere propedeutico, una volta terminato il conflitto, al rilascio di passaporti russi agli abitanti di quelle regioni, così come già avvenuto in passato nelle repubbliche separatiste del Donbass: un modo per “russificare” l’Ucraina occupata sfruttando la massa di profughi che la Federazione ha accolto.

Del resto, come abbiamo avuto modo di dire già nelle settimane antecedenti la guerra, nel 2014 il colpo di mano effettuato in Crimea (e la sollevazione del Donbass) aveva creato un’anomalia che andava in qualche modo corretta, uno hiatus che andava colmato: la fondamentale penisola crimeana, dove c’è un’importantissima base navale russa perché sede della Flotta del Mar Nero, era stata annessa alla Federazione senza avere altra connessione con la Russia che non fosse un ponte – voluto dal Cremlino – sul vitale Stretto di Kerch. Qualcosa che andava risolto e che difatti è il primo vero obiettivo strategico conseguito da Mosca: ora tra la Crimea e la Russia c’è continuità territoriale, che ha anche estromesso gli ucraini dal Mare d’Azov facendolo diventare un “mare chiuso”, pertanto, da quelle regioni occupate, i russi non se ne andranno.

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