La caduta di Bashar al-Assad ha un grande sconfitto geopolitico: l’Iran, che con la fine del regime di Damasco vede completarsi un 2024 che è stato un annus horribilis per l’influenza di Teheran in Medio Oriente. “Con la caduta di Assad Teheran perde perché è colpita la sfera d’influenza, forse in maniera decisiva”, commenta a InsideOver l’analista geopolitico Alessandro Cassanmagnago, esperto di Iran e cultore della materia in Global History all’Università degli Studi di Milano.
L’Asse della Resistenza in crisi
Il regime di Assad, che durava da cinquant’anni, si è squagliato come neve al sole in poco più di una settimana. Questo è emblematico dei tempi che corrono, in cui i fatti spesso accelerano e colgono di sorpresa anche gli analisti più acuti. E anche i decisori di potenze come l’Iran. “Obiettivamente, chi due settimane fa si sarebbe aspettato uno scenario del genere?”, si domanda retoricamente Cassanmagnago, facendo notare che “la Siria di Assad si è sgretolata in poche ore, ovvero quando è stato palese che dopo la caduta di Aleppo il regime non aveva alcuna possibilità di controbilanciare l’offensiva delle milizie nemiche, e il resto è venuto da sé”.
L’Iran, nota lo studioso, “ha subito questa situazione, ma guardando a una prospettiva più ampia è l’intero Asse della Resistenza, come lo chiamano i suoi sostenitori, ad aver subito una serie di duri colpi”. E l’inizio della crisi è da identificare nei fatti del 7 ottobre 2023, dato che l’attacco di Hamas a Israele ha rafforzato la conflittualità in Medio Oriente e esteso su scala regionale la competizione. Non a caso Benjamin Netanyahu ha detto, dopo la caduta di Assad, che l’evoluzione della Siria è arrivata per l’onda lunga del 7 ottobre. E non ha tutti i torti, dato che Tel Aviv ha colpito ovunque, in Libano e Palestina innanzitutto, ma anche in Siria, Iraq, Yemen gli alleati di Teheran, sovrapponendo la sua guerra ad Hamas a un braccio di ferro con Teheran culminato in uno scambio diretto di colpi a ottobre.
In quest’ottica, secondo Cassanmagnago, è stata danneggiata “la galassia di reti, alleanze e rapporti che univano l’Iran a movimenti statuali e non del Medio Oriente e che aveva i suoi pilastri in Assad e la sua Siria e l’Hezbollah libanese”. Entrambi questi capisaldi sono in crisi o scomparsi: “La Siria alawita si è dissolta, e il Partito di Dio non ha più la forza di ieri dopo lo scontro con Israele. Si è dunque indebolito quello che era lo strumento di deterrenza, proiezione e difesa in profondità di Teheran nella regione mediorientale. Mi sento di dire”, nota l’iranista, “che sta anche finendo un’era iniziata nel 1982, con la nascita di Hezbollah e rafforzatasi dopo la guerra Iran-Iraq, fondatasi sul consolidamento di questo network fuori dall’Iran”.
Un anno di duri colpi per l’Iran
Cosa resta oggi dell’Asse della Resistenza? Per Cassanmagnago “la realtà dice che oggi la forza più solida residua sono le milizie sciite irachene, non paragonabili ai due pilastri perduti (Assad) o indeboliti (Hezbollah), e la cui tenuta è subordinata a ciò che accadrà a Baghdad, e gli Houthi, che però giocano una partita in larga parte autonoma in Yemen”. Allargando il campo, in definitiva, ciò che è accaduto dopo il 7 ottobre con l’offensiva israeliana in Medio Oriente è a detta dell’analista “una grossa sconfitta per l’Iran, che sembrava in ripresa grazie agli accordi di distensione con l’Arabia Saudita mediati dalla Cina”.
Dal 7 ottobre è stato ucciso da Israele Reza Mousavi, altro altissimo comandante del medesimo corpo e ad aprile si ricorda l’omicidio del brigadier generale Reza Zahedi al consolato generale di Damasco sotto i colpi dell’Idf, che ha scatenato la risposta di Teheran. A ciò si aggiunge la morte di Ismail Haniyeh, capo politico di Hamas, in Iran a luglio, e l’omicidio ad opera di Israele del segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, a Beirut a settembre. Nasrallah era il principale vertice dell’Asse della Resistenza assieme al generale dei pasdaran Qasem Soleimani, ucciso in Iraq dagli Usa nel gennaio 2020, e ad Assad. Ora non resta più operativo nessuno di loro. “Aggiungiamo alle botte subite la morte dell’ex presidente Ebrahim Raisi, altra testimonianza della fragilità del Paese e dei protocolli di sicurezza interni per tutelare le autorità”, ricorda Cassanmagnago, “e avremo un quadro desolante per la Repubblica Islamica”.
“Figure carismatiche come Nasrallah e Soleimani avevano venduto un prodotto più forte di quello che era in realtà? Visto il loro pragmatismo, è difficile pensarlo“, nota Cassanmagnago. Risulta più probabile “pensare al fatto che i nemici dell’Asse della Resistenza, come Israele e Stati Uniti, hanno nel corso degli anni preso le misure di questa galassia, dopo i primi momenti di sorpresa per la capacità di Teheran di mobilitare risorse e mezzi in maniera tanto dinamica, operando uno smantellamento efficace di questo sistema”.
Probabilmente, secondo l’analista, “stiamo assistendo a una fase di contrazione notevole di questo sistema, che non darei per spacciato. I tempi che viviamo sono imprevedibili, e nulla è da dare per scontato. L’Asse della Resistenza potrebbe trasformarsi o essere sostenuto da un’altra forma di dispositivo strategico”.
Ritorna il nucleare?
Può essere, ad esempio, che all’interno dell’Iran i detrattori di questa strategia prendano piede, complici le critiche per le spese notevoli affrontate per sostenere il decaduto Assad. “L’Asse della Resistenza era un buco nero per i fondi iraniani, e a Teheran può tornare in auge una via che non si fondi principalmente su di esso”, ragiona Cassanmagnago. Che ipotizza due scenari: “Il primo è che si rispolveri la strategia diplomatica del compromesso con l’Occidente e i Paesi della regione, in parte già rilanciati dal presidente Masoud Pezeshkian nel suo Governo di unità nazionale, che coniuga conservatori e molti riformisti”.
Per lo studioso, “l’altra strada è il rilancio dell’ipotesi nucleare, che sarebbe una via ancora più probabile se l’Asse della Resistenza venisse ulteriormente smantellato”. Per i falchi conservatori, procedere con l’atomica aiuterebbe l’Iran a supplire alle carenze delle sue forze tradizionali e rafforzare la deterrenza agli occhi della classe dirigente. Non è da escludere che la spinta al rilancio della tecnologia nucleare prenda piede. Isolare l’Iran sullo scacchiere internazionale dopo la caduta di Assad rischia insomma di radicalizzare le tensioni nella regione: ai Paesi che a lungo hanno dialogato con Teheran, in Occidente soprattutto, è in capo una grande responsabilità. E il recente braccio di ferro scatenato da Usa, Francia, Germania e Regno Unito che ha sconfessato la volontà di dialogo del segretario dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) Rafael Mariano Grossi non dà buone speranze in tal senso.

