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Guerra

La bomba sui negoziati di Cavo Dragone: il “gioco” pericoloso della Nato

“Il pericolo del militarismo non risiede tanto nell’esistenza degli eserciti, quanto nella tentazione – per i capi militari – di sostituire i propri obiettivi o i propri metodi a quelli dei responsabili politici”. Così, nel 1965, Raymond Aron coglieva con...

“Il pericolo del militarismo non risiede tanto nell’esistenza degli eserciti, quanto nella tentazione – per i capi militari – di sostituire i propri obiettivi o i propri metodi a quelli dei responsabili politici”. Così, nel 1965, Raymond Aron coglieva con lucidità il cuore del rapporto tra potere politico e potere militare nel pieno della Guerra Fredda. Una lezione che conserva intatta la sua attualità, soprattutto se si leggono con attenzione le recenti dichiarazioni dell’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della NATO, rilasciate al Financial Times.

Le parole che pesano

Il più alto ufficiale dell’Alleanza ha parlato senza giri di parole di un possibile cambio di postura, in particolare sul piano cibernetico: “Stiamo studiando tutto… Finora siamo stati piuttosto reattivi. Diventare più aggressivi, passare da una postura reattiva a una proattiva è qualcosa a cui stiamo pensando”. Cavo Dragone ha poi aggiunto che un ‘attacco preventivo’ potrebbe essere considerato, in determinate circostanze, una forma di “azione difensiva”. Con una precisazione importante: “È però più lontano dal nostro normale modo di pensare e di comportarci”, in riferimento al fatto che, almeno in linea teorica, la NATO è un’Alleanza “difensiva”.

Va detto che Cavo Dragone non è un ufficiale qualunque. L’ammiraglio italiano è il principale consigliere militare del segretario generale NATO Mark Rutte, il portavoce dell’Alleanza su tutte le questioni operative e colui che coordina i capi di Stato Maggiore dei 32 Paesi membri. Ogni sua parola ha un peso politico enorme, soprattutto in una fase delicatissima come quella attuale, con i negoziati sulla guerra in Ucraina ancora in bilico.

La strumentalizzazione e il dubbio

Il riferimento all’“attacco preventivo” è stato immediatamente cavalcato da una parte della stampa, spesso estrapolato dal contesto e usato per alimentare lo spettro di uno scontro diretto con Mosca. Anche con titoli pericolosamente sensazionalistici.

È legittimo chiedersi quanto di questa tempesta mediatica sia il frutto di una deliberata decontestualizzazione delle parole dell’ammiraglio. D’altra parte, è altrettanto arduo credere che un vertice militare del calibro di Cavo Dragone, intervistato nientemeno che dal Financial Times, possa essersi lasciato sfuggire un’espressione tanto forte per mera distrazione o scarsa cautela.

L’ammiraglio non poteva non sapere che quelle frasi sarebbero state lette, pesate, interpretate e – da qualcuno – amplificate ad arte. E infatti l’effetto è stato immediato: Mosca ha reagito con durezza, definendo le sue dichiarazioni “irresponsabili”. L’effetto è stato quello di una bomba sui negoziati. Parimenti, anche i vertici politici dell’Alleanza Atlantica sapevano bene che una dichiarazione tale fatta da un militare avrebbe avuto ben altro effetto rispetto ai – pur ripetuti – proclami della guerra ibrida tra Occidente e Russia da parte dei suoi superiori istituzionali.

Il peso delle parole

La guerra, diceva Talleyrand, è qualcosa di troppo serio per lasciarla fare ai generali. Ieri come oggi, un principio che vale. Del resto, riscontriamo anche una certa asimmetria nell’attenzione euroatlantica alla guerra ibrida. Fermo restando che operazioni di disinformazione e condizionamento si fanno ed esistono da sempre, se da un lato si dice che la guerra ibrida sarebbe ovunque, pendente e aleggiante sulle nostre democrazia, dunque già in corso, perché dall’altro calcare la mano e parlare di azioni preventive? Ci stupiamo che un ufficiale solitamente attento come Cavo Dragone usi delle parole che possano essere interpretate come un vulnus alla percezione di sicurezza collettiva.

In questa vicenda non c’è nulla di casuale. Soltanto pochi giorni fa, la rivista Politico riportava ciò che Dragone ha dichiarato pubblicamente, ovvero sia che i Paesi dell’Alleanza Atlantica starebbero “valutando operazioni cibernetiche offensive congiunte ed esercitazioni militari a sorpresa” contro la Federazione russa. In ambito Nato, le parole di Cavo Dragone presentano anche un rischio di ambiguità: la Nato si è sempre presentata come alleanza puramente “difensiva”. Presentarla in tutta la sua facciata offensiva, ora e in questo momento non può non avere che un obiettivo politico.

Uno spin chiarissimo, un copione già scritto. Ulteriore benzina sul fuoco, proprio nel momento storico più delicato, quando dovrebbe essere la diplomazia – e la Politica con la P maiuscola – a parlare, a mediare, a tessere pazientemente i fili delle relazioni internazionali. Perché in una fase così complessa, abbandonare la dimensione propriamente politica della gestione tra grandi potenze e delegarla ai militari, per quanto autorevoli, rischia di rivelarsi estremamente pericoloso.

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