La geopolitica della corsa allo spazio
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Nikita Khrushchev, segretario del Partito comunista e leader dell’Unione sovietica, nel 1961 nutriva un impellente desiderio: ” Mostrare agli imperialisti cosa erano in grado di fare” l’Urss e i suoi scienziati nel contesto della sfida a braccio di ferro che erano diventate la Guerra fredda e la corsa agli armamenti che la scandiva da oltre 15 anni.

Per questo – riuniti i migliori esperti nucleari sovietici, tra cui era Andrei Sakharov, padre della bomba all’idrogeno sovietica – ordinò loro di sviluppare nel più breve tempo possibile la più grande bomba atomica mai testata nella storia. Il risultato fu la “Bomba Zar“: un’arma che avrebbe sprigionato nella detonazione “una forza equivalente all’esplosione di 50 milioni di tonnellate di esplosivo Tnt”. La bomba, che venne sganciata al largo delle coste dell’isola di Severny, nell’Oceano Artico, avrebbe dato all’Unione sovietica un primato nella corsa gli armamenti nucleari per almeno un decennio. Ma avrebbe anche svelato negli anni a venire come tutti gli investimenti, gli sforzi, le ricerche e i progetti dei sovietici si riducessero ad essere fallimentare esercizio di stile. Questo fallimento – già evidenziato a causa dell’enorme potenza della bomba, che ne avrebbe impedito l’impiego su obiettivi in Europa, data l’enorme capacità distruttiva – sarebbe stato presto rivelato da un altro, non sottovalutatile particolare. Dato che il risultato degli esperti dello stabilimento Arzamas-16, soprannominata la “Los Alamos dell’Urss”, dimostrò di non poter essere sganciato agilmente sull’obiettivo.

La sua immensa potenza di 100 megatoni poteva essere scatenata solo in qualche remoto sito russo. Ma nessun bombardiere strategico operativo sarebbe stato capace di portare l’arma sul territorio nemico e tornare a casa per raccontarlo.

Per effettuare il test venne appositamente modificato un quadrielica Tupolev Tu-95 “Bear A” rivestito di una particolare vernice riflettente. Ma per per consentire alla bomba del peso di 27 tonnellate racchiuse in 8 metri di lunghezza e 2,1 metri di diametro di essere portata in aria, e sganciata sull’isola nel circolo polare artico, fu necessario rimuovere i portelloni del vano bombe, tagliare alcune sezioni della fusoliera ed eliminare completamente i serbatoi di carburante secondari – mostrando immediatamente le criticità del trasporto su un vero obiettivo. Inoltre, per dare il tempo al velivolo di allontanarsi per non essere investito dall’esplosione, la bomba venne dotata di un gigantesco paracadute che doveva rallentarne la discesa: un escamotage molto poco tattico, per una bomba che viene considerata dagli esperti come una “bomba sporca“, incentrando più della metà della propria potenza sulla fissione nucleare, e che sarebbe stata impiegata – se necessario – su un avversario ben armato come l’America.

A molti anni di distanza appare evidente dunque, come test della grande arma ordinata da Khrushchev si potesse ridurre ad essere considerato una gigantesca messa in scena atomica. La promozione del terrore mediante un’arma non tecnologica che è stata capace di annientare un’isola di ghiaccio alla propria portata, ma che sarebbe risultata impossibile da impiegare contro il “nemico imperialista” – almeno fino a quando non sarebbe stato sviluppato un bombardiere strategico appositamente ideato per alloggiare una bomba di quelle dimensioni. Si dice infatti che il Tupolev modificato dai sovietici sembrava letteralmente “incinta”, e ricordava vagamente i gli Avro Lancaster “Dumbuster” della seconda guerra mondiale. L’assenza dei serbatoi supplementari non gli avrebbe consentito viaggi intercontinentali; era inoltre privo, evidentemente, della velocità necessaria a non rendersi un velivolo kamikaze.

Quello messo in campo dei sovietici era dunque un programma in completa controtendenza con lo sviluppo degli armamenti, che già in quegli anni guardavano alla progettazione di missili da crociera capaci di trasportare bombe nucleari miniaturizzate per l’impiego tattico, e che dovevano armare velivoli con prestazioni adeguate a violare gli spazi aerei nemici per eludere più agilmente la rete di difesa, che, senza dubbio, avrebbe “abbattuto” con una certa facilità il gigantesco bombardiere modificato dai sovietici.

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