Guerra /

Da quando è cominciata la controffensiva ucraina, dapprima palesatasi come una serie di attacchi di arresto per sondare le difese russe e poi strutturatasi come tale a seguito dell’impiego di unità di riserva nei due punti in cui il fronte è stato perforato (Velika Novosilka e Robotyne), l’attenzione internazionale ne è stata catalizzata, anche per via della serie di attacchi aerei che ha coinvolto la Crimea e la Federazione russa.

A livello generale l’andamento della controffensiva terrestre non ha portato a importanti guadagni territoriali: la tattica usata dagli ucraini risponde a una postura “enemy oriented”, ovvero di contrasto al nemico lungo tutto il fronte, piuttosto che “terrain oriented”, vale a dire volta alla ricerca dell’ottenimento di un obiettivo terrestre.

Pertanto i progressi sono molto lenti, e se pensiamo che dall’inizio della controffensiva sono ormai passati quasi 4 mesi, l’obiettivo di raggiungere posizioni chiave all’interno dei territori occupati dai russi lungo il fronte meridionale in modo da cercare di tagliare il “cordone ombelicale” dei rifornimenti che scorrono tra la Federazione e la Crimea appare lontano.

La stessa iniziativa sul campo di battaglia non è uniformemente e saldamente in mano ucraina: se a sud i russi sono chiaramente sulla difensiva, nell’est l’esercito di Mosca ha guadagnato posizioni a nord di Bakhmut, nella regione di Kupyansk e Kreminna, e hanno continuato operazioni offensive lungo la linea Svatove-Kreminna. Anche in questo caso, però, non si tratta di guadagni territoriali rilevanti, ma comunque queste piccole avanzate sono indice della disomogeneità dell’azione bellica complessiva che quindi non vede la Russia esclusivamente passiva.

I due piccoli salienti così duramente e con grande dispendio di risorse creati dagli ucraini lungo il fronte sud, stanno però assorbendo le riserve di Mosca che sta continuando a inviare unità – anche d’élite come i paracadutisti – per cercare di evitarne l’allargamento e il consolidamento. Allo stesso tempo lo Stato maggiore russo sta dimostrando di non avere abbandonato l’attività di interdizione dall’aria, questa volta concentrata sulle retrovie ucraine.

Ancora una volta l’obiettivo sono i ponti, la cui distruzione serve ora a rallentare l’afflusso di rifornimenti ucraini diretti al fronte. Esattamente come avvenuto nella primavera del 2022, ma a parti invertite, si cerca la disarticolazione delle linee di comunicazione del nemico per rallentarne/bloccarne l’avanzata o per impedirne la ritirata.

Ponti sono stati colpiti dall’aviazione russa lungo il fiume Oskil nella regione di Kupiansk insieme ad altri nella regione di Velika Novoselivka (nella fattispecie lungo il fiume Shaitanka), utilizzando sia missili da crociera (a quanto pare tipo Kh-38 lanciati da caccia su-34) sia bombe a caduta libera (del tipo Fab-500). Come vi avevamo anticipato, l’aviazione russa si è nuovamente palesata con compiti tattici utilizzando non solamente gli elicotteri da attacco, e l’uso di bombe a caduta libera è indicativo della difficoltà ucraina a stabilire un’efficace attività di contrasto antiaereo.

Da queste colonne abbiamo sempre sottolineato la necessità primaria di inviare quanti più sistemi altamente mobili da difesa aerea piuttosto che spedire qualche decina di caccia, peraltro diluiti in un arco temporale molto ampio. Ora l’azione russa sta dimostrando questa lacuna, che comunque sarebbe difficilmente colmabile il quanto tali sistemi antiaerei sono quasi spariti dagli arsenali dei Paesi della Nato.

L’azione aerea russa dimostra anche un secondo progresso russo rispetto ai primi mesi di guerra: la maggiore capacità di raccolta dati sul campo di battaglia, data da un utilizzo più intensivo dei droni ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance) come l’Orlan-10. Si tratta di mezzi di dimensioni medio-piccole spendibili, ovvero di relativamente basso costo, ma di elevata efficacia se usati in numero adeguato e in modo coordinato. In generale ciò è valido per tutti questi strumenti presenti nelle forze armate di altri Paesi.

L’uso di droni ha permesso anche all’aviazione russa di migliorare notevolmente le proprie capacità di valutazione dei danni inflitti in battaglia (o BDA – Battle Damage Assessment), qualcosa che la Russia ha sempre fatto fatica a effettuare con evidenti ripercussioni sull’efficacia delle operazioni di bombardamento – non solo aereo.

Le sortite dei cacciabombardieri, spesso da soli o in coppia, effettuate a bassa o bassissima quota per evitare la reazione antiaerea ucraina, hanno limitato notevolmente la capacità BDA nel primo anno di guerra, ma ora grazie a un uso più razionale dei droni da ricognizione sembra che questa lacuna sia stata colmata con evidenti effetti sul campo di battaglia.

Frattanto le piogge autunnali sono alle porte, e pioggia in Ucraina significa fango, quella rasputiza anche causata dal disgelo invernale che ammorbidisce il terreno al punto tale da rendere difficoltose le operazioni terrestri in quanto i veicoli, soprattutto quelli più pesanti come i carri armati, restano bloccati.

A meno di sorprese climatiche – o di improvvisi cedimenti – le operazioni generalmente rallenteranno in attesa dell’arrivo del gelo dell’inverno, che potrebbe portare con sé nuovi attacchi. Quello che invece certamente l’avvicendarsi delle stagioni porterà con sé, è l’offensiva aerea russa verso obiettivi di ordine strategico, ovvero la distruzione degli snodi energetici ucraini e delle centrali per cercare di fiaccare il morale della popolazione.

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